Con Le Ali Incrociate

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Meglio falliti che in mano ai banditi, cantano in coro i dipendenti Alitalia. Eppure nel mal comune non c’è mezzo gaudio, né ultimatum che tenga: ne sono stati lanciati troppi, al punto che il Cai ha ritirato l’offerta. La proposta avanzata ai soci da Roberto Colaninno è stata rigettata dai sindacati autonomi e dalla Cgil, che preferiscono condannare la compagnia di bandiera, piuttosto che accettare un adeguamento. Il tavolo d’intesa salta dunque come un canguro, mentre pochi godono il disagio di molti, appiedati dai loro presunti difensori. Ma quando il fine è puramente politico, ogni colpo basso è lecito. Luigi Angeletti, segretario della Uil, va controcorrente e annuncia una “catastrofe sociale e sindacale” simile a quella che negli anni Settanta travolse la Fiat. Concorde Raffaele Bonanni, segretario Cisl, nell’individuare pesanti responsabilità da parte di pochi, a discapito di tanti, e nonostante il leader della Cgil respinga ogni accusa con uno scaricabarile prevedibile (e programmato), qualunque smentita ha il sapore del fumo negli occhi. Lo stesso che ha stupito metà nazione, quando lo zoccolo duro dei piloti ha festeggiato in piazza il fallimento della trattativa, perché non può esservi giubilo nella sconfitta, dinanzi allo spettro dell’inoccupazione. Se l’oggetto del contendere erano l’invariabilità delle retribuzioni a fronte di un maggiore impegno produttivo, e il nodo-esuberi da affrontare solo dopo aver raggiunto un accordo generale, non sarebbe stato complesso raggiungere un punto d’equilibrio studiando a fondo la situazione. Val poco la scusante degli ultimatum: tempo ce n’è stato, in passato, tanto quanto in questi mesi. Alle famiglie dei dipendenti Alitalia non giova il proclama di Bersani sulla colpevolezza di Berlusconi, né l’eco dei brindisi per lo sgambetto riuscito sulle macerie di precise promesse elettorali. Qua non si tratta di un gioco, e se per certi signori la politica è una schermaglia d’orgoglio finalizzata alla difesa dell’immagine e della propria poltrona, per molti altri è una seria questione di sopravvivenza. Il curatore fallimentare, da sempre, non assicura nessun privilegio. Nemmeno alle caste. Restiamo uniti o saremo sconfitti; non dal “nemico”, ma da noi stessi, da chi difende i nostri interessi a suo esclusivo vantaggio.