5 parte UE

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1° REDIGERE E PROMULGARE UNA VERA COSTITUZIONE EUROPEA (al rialzo)inserendo prioritariamente nel testo, se ciò è condivisibile, l’articolo che attesta le radici giudaico-cristiane del continente (così come desiderava il defunto Papa Giovanni Paolo II che tanto si appellò ai politici europei su tale punto rimanendo, purtroppo, inascoltato, perché un’Europa, oramai per la maggior parte scristianizzata ed avviantesi a privarsi di quei valori morali e identità culturale propria che hanno caratterizzato la sua millenaria storia, permette, con la scusa di essere tollerante e pluralista, che sia legalizzata l’unione fra omosessuali, il consumo, per chi lo vuole, di droga, il ricorso all’eutanasia o che religioni, islamiche per la maggior parte, usi, costumi e quant’altro di altri  popoli immigrati più o meno legalmente nel nostro continente, si affermino creando così i presupposti per far avverare quanto accadde alla Comunità di fenici sopra enunciata o all’impero romano che crollò perché i barbari s’erano oramai da tempo già inseriti nella vita e nelle amministrazioni dello stato e dell’esercito.) e delineando quindi, tra l’altro, anche quale struttura statuale e politica dare al futuro Stato europeo, purché sia il fondamento di uno Stato giuridicamente tale e non limitarsi a costituire una semplice associazione di Stati indipendenti e sovrani o un’istituzione sovrannazionale come la N.A.T.O. o l’O.N.U. e dire, con ciò, che si è fatta … l’Unione Europea.Anche all’O.N.U. esistono figure istituzionali: Segretario, Assemblea, Consiglio di Sicurezza; addirittura un esercito: i Caschi blu e persino una bandiera ma, non per questo, esso è uno Stato o una federazione politica di Stati.L’attuale U.E. non è uno Stato né potrà essere tale solo perché ha o avrà una pseudo-costituzione, delle figure istituzionali, una moneta comune e una bandiera blu con dodici stelle d’oro in cerchio.Non sarebbe corretto, del resto, fingere che l’U.E. è uno Stato solo perché i suoi componenti, di tanto in tanto, si riuniscono in assemblee intergovernative per concertare qualcosa in comune od osservare qualche regolamento dettato da una pseudo costituzione varata a guisa di un regolamento condominiale dove, per l’appunto, sono sì dettate le regole da rispettare, v’è un amministratore responsabile,  esistono le quote millesimali per le spese da sostenere e quant’altro ma, poi, in realtà, ed è quello che conta maggiormente, ogni condomino del palazzo è indipendente dall’altro, ogni condomino ha una sua famiglia, un suo reddito, una sua vita privata e non ha niente a che spartire col vicino tranne che il dover condividere con lui lo stesso stabile ed attenersi alle medesime regole di civile convivenza.Essere un’unica famiglia solo perché si abita lo stesso edificio e si osservano le stesse regole condominiali non significa essere un’unica famiglia.Così l’Europa: tante nazioni non fanno uno Stato federale solo perché c’è un qualche regolamento o pseudocostituzione da rispettare ma poi, in fondo, si conserva tutti la propria indipendenza politica ed economica; bensì avendo tutti un unico Governo, un’unica moneta, un solo esercito, una sola politica estera, rinunciando, per questo, alla propria sovranità, anche se si conserverà una certa innegabile ed indiscussa autonomia ed identità nazionale.Quando decisero di divenire una forza, nel 1778, i tredici Stati confederati dell’America del Nord dovettero accettare l’evidenza: la forza non sarebbe scaturita da un trattato fra nazioni che mantenevano intatta la propria sovranità, ma da una Costituzione che avrebbe dato forma giuridica alla sovranità superiore dell’insieme del popolo americano, fin lì frammentato in schegge statali indipendenti.Non a caso la costituzione statunitense si apre con le parole: “Noi, popolo degli Stati Uniti d’America, abbiamo deciso di fondare una più perfetta unione” e non “Noi, tredici Stati, abbiamo fondato un contratto fra sovranità immutabili”.Dinanzi allo stesso bivio si trovano i Capi di Stato o di Governo dell’U.E. che devono decidere una buona volta quale vera costituzione darsi oggi in cui rappresentano una assemblaggio di ventisette Stati e, in seguito, di chissà quanti altri.Devono decidere se vogliono impersonare insieme davvero una forza oppure se vogliono continuare – come sembra, purtroppo, stia accadendo – a vivere nell’illusione di sovranità statali che non sono più sovrane di niente.Devono decidere, una volta per tutte, se entrare nella storia oppure restare nella favola.Nel prossimo futuro si vedrà veramente quel che i politici europei vogliono fare dell’Europa e se vogliono davvero che essa diventi quel che pretende di essere: un’Unione che prenda su di sé il peso del mondo e che questo peso sappia anche portarlo.La costituzione predisposta dai convenzionali europei ha poco a che vedere con quella approvata in America nel 1778. Non si apre con “Noi, popolo dell’Europa Unita …”, ma con una serie di aggettivi declinati al plurale (consapevoli …convinti …persuasi…certi…) che rimandano ad un sostantivo non specificato. La sovranità ultima appartiene ancora (purtroppo) agli Stati che non possono muoversi se non all’unisono, sia in materie essenziali come il fisco, politica estera, difesa, sia in vista di eventuali miglioramenti della costituzione. Da questo punto di vista, qual che ha fatto e sta facendo l’Europa rimanda alla prima costituzione degli Stati Uniti approvata nel 1781 dal Congresso americano, più che alla costituzione federale ratificata sette anni dopo, nel 1778. Il nome Stati Uniti d’America appariva anche nel primo testo costituzionale ma nel paragrafo secondo era scritto, come di fatto è scritto, purtroppo, nei progetti della U.E.: “Ogni Stato conserva la propria sovranità, la propria libertà ed indipendenza e ogni potere, giurisdizione e diritto, non espressamente delegato da questa Confederazione agli Stati Uniti riuniti in Congresso”.In un profetico articolo scritto il 3 gennaio 1945 su “Il Risorgimento Liberale”, Luigi Einaudi rievocò quella doppia costituzione americana: “Sotto la prima, l’Unione, nuovissima, minacciò ben presto di dissolversi; sotto la seconda, gli Stati Uniti divennero giganti”. “Quei sette anni di vita tra una costituzione e l’altra, ”, continua, erano stati anni di discordie e di anarchia, di egoismo tali da far desiderare a non pochi l’avvento di una monarchia forte, che fu, invero, offerta a Washington e da questi respinta con parole dolorose, le quali tradivano il timore che l’opera faticosa sua e di tanti dovesse andare perduta. La radice del male stava appunto nella sovranità e nell’indipendenza dei tredici Stati. La confederazione, appunto perché era una semplice Società di Nazioni, non aveva una propria indipendente sovranità, non poteva prelevare direttamente le imposte sui cittadini”.Alexander Hamilton, che aveva combattuto per superare la prima costituzione, riassunse in poche parole il limite delle unioni confederali (o intergovernative): “Il potere senza il diritto di stabilire imposte, nelle società politiche, è un puro nome”.Questo, dunque, si deve decidere davvero, se gli Europei stanno operando per conferire all’Unione una forma costituzionale e attraverso di essa una superiore sovranità, una capacità di governare al posto degli Stati non più interamente sovrani, o se avere un misto fra le due cose, un testo che per metà è ancora un trattato internazionale e per metà già costituzione sovrannazionale, senza che tra i due elementi ci siano equilibri e duttilità necessari.Il pericolo, presente purtroppo già nella pseudo-costituzione è che venga a tal punto stravolta da perdere la sua anima costituzionale e degeneri in Società di Nazioni.Troppe materie, a cominciare dalla tassazione e dalla politica estera fino alla difesa e alle modifiche costituzionali restano sottoposte al voto unanime di tutti i ventisette Stati, e questo vincolo può sfociare (come si può facilmente immaginare) in paralisi ed in anarchia, perché mai vi sarà, fra i ventisette, un’unione totale e priva di dissensi. Si può, però, aggirare l’ostacolo formando gruppi di Stati ristretti, che vogliono andare avanti senza l’accordo di tutti. Quest’avanguardia non s’imbatterà necessariamente in veti: ci si può opporre anche ricorrendo alla semplice astensione che non vieta ad altri di imboccare una strada, se lo vuole. L’astensione costruttiva è un’arma assai meno micidiale del veto e per fortuna è prevista nel progetto di costituzione.Se si vuole che lo spirito costituente non venga meno in Europa occorre che le avanguardie facciano passi avanti più arditi anche mentalmente e diventino coscienti sino in fondo dei limiti dello Stato-nazione, dell’illusoria sovranità totale. Il vero autoesame dello Stato ottocentesco e novecentesco comincia qui, nel centro fondatore dell’Unione. Solo così esso potrà stimolare i reticenti, trasformare i veti in astensioni. Solo così potrà lentamente venire alla luce quell’interesse europeo che Ciampi giudicò “un concetto che non ha ancora compiutezza”.Solo così l’Europa avrà, di fatto, un suo confine. Quando danno forma giuridica ai poteri e alla suddivisione dei poteri in un determinato spazio, le costituzioni segnalano sempre anche un confine, un limes politico-istituzionale. Chi vuole entrare nella vera Unione dovrà accettare le limitazioni e suddivisione di sovranità che l’Europa, o una parte consistente di essa costituzionalmente avrà voluto darsi. A questo progetto si oppongono oggi molti Stati chiamati a firmarlo. In parte perché si sentono piccoli, e, dunque, scavalcati dai grandi, in parte perché sentono di essere parte di una nuova Europa contrapposta alla vecchia. Bisogna fare in modo che la divisione nell’U.E. non sia tra piccoli e grandi, tra vecchia e nuova Europa, ma tra chi vuole che l’Europa esista come forza e come popolo e chi vuole che l’anacronistico sistema confederale si imponga e che i prossimi anni siano anni di discordie, di anarchia, di egoismo tali da “far desiderare a non pochi l’avvento di una monarchia forte”, cioè il trionfo del dominio americano su un continente tuttora diviso ed inesistente. 

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