Anche due ex presidenti della Repubblica smentiscono Walter Audisio, il colonnello Valerio

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Walter Audisio, il sedicente colonnello Valerio, colui che ha dichiarato di aver fucilato Benito Mussolini e Claretta Petacci il 28 aprile del 1945

 (cancello di villa Belmonte, Giulino di mezzegra, circondario dell’alto lago di Como), secondo modalità e tempi messi in discussione da una pletora di storici e giornalisti, è stato sbugiardato per l’ennesima volta. A smentirlo è stato il regista Carlo Lizzani quando ha dato alle stampe il suo libro di memorie intitolato “ Il mio lungo viaggio nel secolo breve” (Einaudi, 2007). Il Lizzani, nel 1974, è stato il regista del film propagandistico “Mussolini, ultimo atto”, una pellicola che aveva lo scopo di tramandare per la storia la cosiddetta “versione ufficiale”, una ricostruzione dei fatti falsa sostenuta ancor oggi dagli Istituti Storici della Resistenza.

Dopo aver visto il film, il socialista Sandro Pertini, nel 1975 presidente della Camera dei Deputati, scrisse a Lizzani esternando le sue lamentele perché aveva giudicato in malo modo l’attore che impersonificava il futuro presidente della Repubblica. Aggiunse quindi: “…e poi non fu Audisio ad eseguire la sentenza, ma questo non si deve dire oggi”. Il Lizzani ha così commentato: “Sono consapevole che il documento getta una luce nuova sul dibattito intorno alla morte di Mussolini che si accese ai vertici del Comitato di Liberazione Nazionale e che portò alla fucilazione immediata del Duce”. Per il regista a premere il grilletto sarebbe stato Michele Moretti, alias Pietro, commissario politico della 52° brigata Garibaldi operante sull’alto lago di Como (Dongo e dintorni). Non dimentichiamoci che il Pertini fu colui che fece fallire le trattative tra Mussolini ed il CNLAI (Arcivescovado di Milano, 25 aprile del 1945). Tali trattative preludevano, forse, ad una consegna del Duce in mano degli alleati (I. Montanelli. Mussolini e Schuster. Pertini scriveva che…Corriere della Sera, 9 Maggio, 1996).

Più recenti sono invece le dichiarazioni dell’ex picconatore Francesco Cossiga, altro vecchio inquilino del Quirinale. Nel 2007 alla TV Rete quattro il sassarese è stato intervistato nel corso di un programma dedicato alla vita dei personaggi storici famosi. Per lui il Duce non è stato ucciso dall’Audisio, ma da “un funzionario del PCI che è stato fatto prontamente espatriare in Sud America subito dopo i fatti di Dongo” (Giulino di Mezzegra), quelli  del famoso e lugubre 28 aprile del 1945.

Nonostante queste autorevoli smentite la “vulgata” comunista (definizione di Renzo De Felice) continua imperterrita a campeggiare sui libri di scuola alla faccia dei nostri figli liceali che acquisiscono passivamente tutto ciò che la storiografia di sinistra, contro ogni evidenza, si ostina, ancor oggi, a voler suffragare. 

Nonostante avesse detto: “Sì, io, il ragionier Walter Audisio, sono colui che ha personalmente fucilato Mussolini” (intervista al giornalista John Pasetti concessa il 3 marzo del 1947), il colonnello Valerio ha fatto di tutto per non essere creduto: ha scambiato le strade in discesa per quelle i salita, ha visto crescere l’erba sull’asfalto, ha posizionato panchine di pietra dove non ci sono mai state, ha moltiplicato a suo piacimento i colpi di mitra per due, ha detto che la sua macchina stazionava a monte quando invece era situata a valle, ha definito di legno delle scale che erano di pietra, ha descritto senza finestre una camera che al contrario ne aveva una grande, ha sparato un colpo con un mitra ancora pieno di grasso, ha qualificato deserta una casa abitata da sette persone a cui ha detto “ritirarsi, ritirarsi”, si è fatto accompagnare nella sua missione da un partigiano che non si sono mai mosso da Dongo ed ha descritto casa De Maria come se fosse una piccola casetta incastonata tra i monti mentre, invece, era un caseggiato di tre piani visibile a centinaia di metri di distanza. Complessivamente, le imprecisioni e le vere e proprie falsità contenute nella versione comunista sostenuta dall’Audisio sono ventidue: le hanno verificate e smascherate, una per una, Giorgio Pisanò (Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Il Saggiatore, 2004), Alessandro Zanella, autore del libro L’ora di Dongo (Rusconi, 1993), e Urbano Lazzaro quando ha divulgato il suo saggio “Dongo. Mezzo secolo di vergogne” (Mondadori, 1997). Il colonnello Valerio era privo del tutto di quell’accenno di metodo che pure il saggio Polonio ha creduto di scoprire nelle follie di Amleto.

La TV-Espansione di Como ha recentemente mandato in onda (autunno 2008)  una trasmissione sulla morte di Mussolini. Il parroco di Giulino di Mezzegra, don Luigi Barindelli, ha detto che il 29 aprile del 1945 un fotografo di Azzano (Ugo Vincifori) ha immortalato il muretto del cancello di villa Belmonte, quello davanti al quale, il giorno prima, sarebbero stati fucilati, dal colonnello Valerio, il Duce e Claretta Petacci. Nella foto, a metà muretto, si vedevano i fori provocati dai proiettili di mitra sulla struttura di pietra. Con le lastre il fotografo ha stampato delle cartoline, contrassegnando i fori fatti dalle pallottole con dei cerchietti bianchi. Due cerchietti erano punzonati con le sigle P ed M (Mussolini e Petacci, don L. Barindelli, comunicazione personale). Il muretto di quel cancello è alto, nel suo punto massimo, 126 cm. Mussolini era alto 1.66 cm., mentre la sua cortigiana preferita non superava il metro e 58 cm. d’altezza (entrambi sono stati colpiti al petto, cioè a 140 cm. da terra, mentre erano in piedi. Le munizioni, fuoriuscite dai corpi, avrebbero dovuto passare sopra la recinzione in muratura). A Giulino di Mezzegra (cancello di villa Belmonte) il colonnello Valerio ha sparato sul muretto di cinta per simulare una falsa fucilazione. Infatti sull’asfalto antistante il cancello furono trovate almeno sette pallottole (F. Bandini. Vita e morte segreta di Mussolini. Mondadori, 1978). Da tutto ciò si trae un’amara considerazione: per l’Audisio Mussolini era un nano.

Davanti al cancello di villa Belmonte lo stivale destro di Mussolini aveva la cerniera lampo completamente divelta (R. Salvadori. Nemesi. Baldassarre Gnocchi Editore, 1945). L’Audisio, per giustificare la spedita deambulazione mussoliniana, ha affermato che lo stivale era semplicemente “sdrucito” (W. Audisio. In nome del popolo italiano. Teti, 1975). La rottura del gambale del Duce ed il suo consequenziale rovesciamento in avanti ad ali di farfalla è visibile in molte fotografie che mostrano il dittatore impiccato per i piedi al traliccio di un distributore di benzina sito a piazzale Loreto (Milano, 29 aprile del 1945). Ciò è risultato evidente anche quando lo storico-giornalista G. Pisanò ha potuto osservare di persona lo stivale ancor oggi conservato nella cripta della famiglia Mussolini al Cimitero di San Cassiano in quel di Predappio. Con una calzatura in quelle condizioni Mussolini non poteva di certo camminare. Al fatidico cancello di villa Belmonte vi è stato trasportato di peso.

Prima di morire il Duce indossava la divisa da Caporale d’Onore della Milizia ed un pastrano militare. Sul selciato di piazzale Loreto è stato deposto senza giacca e senza cappotto. Era rimpannucciato con giaccone borghese imperforato (come d’altra parte i pantaloni e la camicia nera) che aveva le maniche a raglan, un indumento facile da far indossare ad un soggetto in rigidità catalettica (rigor mortis). Ciò vuol dire solo una cosa: Mussolini è stato rivestito da morto dopo essere stato ucciso al mattino in casa dei contadini Lia e Giacomo De Maria, i proprietari di una magione rurale sita in quel di Bonzanigo. Qui la celebre coppia aveva trascorso la sua ultima notte in veste di prigionieri. In casa De Maria, Mussolini è stato freddato con indosso i soli indumenti intimi: mutandoni di lana al polpaccio e maglietta bianca della salute risultati insanguinati e perforati al momento dell’autopsia (A. Bertotto. La morte di Mussolini. Una storia da riscrivere. PDC Editori, 2008). E’ di questi ultimi giorni la notizia che l’avvocato di Guido Mussolini, dottor Luciano Randazzo, ha presentato istanza a Como per riaprire le indagini sulla morte del Duce. Il nipote del leader fascista e il suo legale avrebbero in mano nuove prove per affossare definitivamente la “vulgata” resistenziale (A. Campaniello. Negli archivi Usa i filmati sulla morte del duce. Corriere di Como, 8 Marzo, 2009). Si tratterebbe di un filmato depositato negli Archivi di Stato americani (CIA?) che la Procura di Como dovrebbe richiedere per documentarsi sulle modalità con cui è avvenuta la morte del Duce. Ci auguriamo tutti che questa volta i suoi avvocati e G. Mussolini abbiano maggior successo.