Per Un Tempo Che Non Può Finire

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Sono finiti i tempi in cui bastava poco. Oggi ci vuole di più, perché il tutto non basta. Se qualcuno fugge sempre dalla gravità dei luoghi, è perché la novella del Verga non è stata scritta invano. Fantasticheria, per ridere amaro, realista. Meglio ancora, verista. E’ crudo il frutto che morde l’europeo dalla pancia già piena, che può permettersi di indirizzarne al cestino la parte che milioni di persone troverebbero squisita. E’ finito il tempo in cui la felicità stava sull’uscio di casa, ad aspettare il vicino per pranzo, per cena, per una chiacchierata in compagnia, davanti al fuoco della semplicità. A caratteri cubitali, le testate del mondo intero ci ammorbano con la favola della crisi, che nessuno per comodo osa smentire. Agli uomini, talvolta, capita di sgretolare imperi con le proprie mani, senza tener conto che essi sono composti da altri uomini, persone, entità fisiche e spirituali con una sensibilità insaputa, profonda, diversa. Ciò che per taluni è normalità, per molti può essere una tragedia. Quante sventure, depressioni e problematiche varie si andrebbe a dissolvere, eliminando le trombe del Giudizio Mediaticoversale? Il suo allarme non porta mai firme, in quanto la responsabilità è la componente che ne ha meno, nell’informazione. Si è così abituati ai fatti più atroci, che persino dinanzi a un attentato si sottolinea il rammarico della mancanza di rivendicazione. Pregasi indicare il mittente.

Perché non accade lo stesso nei meccanismi che regolano l’economia e il ménage nazionalpopolare? Perché il criterio empirico per valutare i cambiamenti (materiali, di coscienza e d’interesse) è il guadagno. Le scorie dei traffici virtuali, dalla Bank Of China a Wall Street, passando per Piazza Affari e i segreti di Bruxelles, ci dicono che non è più il tempo di accontentarsi. Per nessuno. Non si possono più prendere i vecchi venti giorni di ferie, bisogna spalmare il tutto negli weekend. Che sono 52 all’anno, e che se presi singolarmente, fra sabati e domeniche, raddoppiano i giorni, le gite, i fuoriporta, le escursioni. E la crisi? Si bea del suo nome, perché occorre che difenda sé stessa da bruschi risvegli collettivi. I ribelli e gli idealisti appartengono a due distinte categorie: gli inutili e gli adeguatisi. Quelli che "ce l’hanno fatta" o che sono rimasti laddove lottavano, non hanno più ragioni per battersi; al resto della truppa si riconoscono aspre lamentazioni, seguite da un consapevole scontento. Che tradotto in termini produttivi corrisponde a zero, tendente a infinito. Eppure l‘Europa attende segni di risveglio, non possono essere finiti i tempi in cui bastava poco per non restare ai bordi di una magra miseriscordia.