La Grande Storia: Come venne decisa la campagna di Grecia (1940-1941)

0
1885

C’é qualcuno fra di voi, o camerati, che ricorda l’inedito discorso di Eboli pronunciato nel luglio del 1935 prima della guerra etiopica? Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia”.

(Benito Mussolini)

Il Duce prese la decisione definitiva di attaccare la Grecia il 15 ottobre del 1940. Quella mattina si tenne a palazzo Venezia una riunione dei capi militari italiani. Egli aprì la seduta con le queste parole: “Lo scopo di questa riunione è quello di definire le modalità dell’azione (nel suo carattere generale) che ho deciso di iniziare contro la Grecia. Questa azione, in un primo tempo, deve avere obiettivi di carattere marittimo e di carattere territoriale. Gli obiettivi di carattere territoriale ci debbono portare alla presa di possesso di tutta la costa meridionale albanese, quelli cioè che ci devono dare la occupazione delle isole ioniche (Zante, Cefalonia, Corfù) e la conquista di Salonicco. Quando noi avremo raggiunto questi obiettivi, avremo migliorato le nostre posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell’Inghilterra. In un secondo tempo, o in concomitanza di queste azioni, occuperemo integralmente la Grecia, per metterla fuori combattimento e per assicurarci che in ogni circostanza rimarrà nel nostro spazio politico economico. Precisata così la questione, ho stabilito anche la data, che a mio parere non può essere ritardata neanche di un’ora: cioè il 26 di questo mese. Questa è un’azione che ho maturata lungamente da mesi e mesi; prima della nostra partecipazione alla guerra e anche prima dell’inizio del conflitto…Aggiungo che non vedo complicazioni al Nord. La Jugoslavia ha tutto l’interesse di starsene tranquilla…Complicazioni di carattere turco le escludo, specialmente da quando la Germania si è impiantata in Romania e da quando la Bulgaria si è rafforzata. Essa può costituire una pedina nel nostro gioco, e io farò i  passi necessari perché non perda questa occasione unica per il raggiungimento delle sue aspirazioni sulla Macedonia e per il suo sbocco sul mare…” (Aggressione alla Grecia (ottobre 1940). www.polyarchy.org. Reperibile per via telematica).

Cito dal Corriere della Sera: <<Manca soltanto la suggestione delle tenebre. Però cambia poco, perché il sole di mezzogiorno non riesce a sopprimere i fantasmi che da sessantatre anni danzano indisturbati attorno alla villetta. L’occhio vede il cancelletto di ferro battuto, la scala di pietra che sale fino alla porticina di servizio, il campanello arrugginito che l’agente di guardia fece trillare insistentemente, come una raffica di mitra nel silenzio della notte. L’incubo si materializza rapidamente nella memoria: una luce che si accende e un vecchio signore malandato ed emotivo, strappato violentemente al sonno che scende dal letto temendo di dover affrontare la prova più terribile della sua vita. Benvenuti nella casa-museo dell’ “ohi”, del “no” all’Italia fascista. Qui la storia si è fermata. Il dramma di due uomini, un greco e un italiano, che si rispettavano e che soltanto gli inganni e la violenza del potere avevano costretto a diventare nemici, si consumò proprio nel salottino borghese di questa villetta, a diciassette chilometri da Atene, dove ancor oggi non si respira lusso e abbondanza, se non quella di una montagna di libri, di fotografie ingiallite e di memorie. Su un tavolino riposa una radio d’epoca che portava nella casa del capo del Governo le notizie della guerra>>.

<<“Eccola!”, mi dice Ioanna Fokà, la nipote dell’ ex primo Ministro greco, il generale Joannis Metaxas che ora, ad oltre sessant’anni dalla morte, nonostante la fama di dittatore e il senso di fastidio della Grecia democratica, riceve l’onore politico e la gratitudine di un popolo fiero e orgoglioso. “Ecco la famosa poltroncina rivestita di cuoio! Aspetti. Tolgo la coperta cha la protegge dalla polvere. Vuole sedersi?”. No, non voglio, perché su quella poltroncina, cercando di sopraffare la vergogna della propria missione, si sedette, alle 3 del mattino del 28 ottobre del 1940, un serio e onesto servitore dello Stato italiano, l’Ambasciatore Emanuele Grazzi che fu obbligato, per ordine del conte Galeazzo Ciano e di Benito Mussolini, a portare a Metaxas un’umiliante richiesta di resa: tre ore di tempo per permettere ai nostri soldati di occupare alcuni non specificati punti strategici del Paese. Un ultimatum mascherato. “Ma allora è la guerra!”, rispose Metaxas che aveva avuto appena il tempo di indossare una vestaglia scura sulla camicia da notte di cotone e che non riusciva a controllare il tremore delle mani. Il dittatore quasi settantenne, che era stato affascinato dalla macchina da guerra tedesca e ammirava Mussolini, era dunque costretto, per salvare l’onore e la dignità del suo Paese, ad accettare la sfida. I diari dei due protagonisti ricordano che Metaxas e Grazzi, quella notte, si lasciarono con gli occhi lucidi>>.

<<C’è sempre un momento, nella vita, in cui si maledice il proprio mestiere, in cui l’amore per il lavoro viene schiacciato dalla rivolta della coscienza che rifiuta una palese ingiustizia. Ma quella notte, che vide il duello tra la vergogna e l’onore, rappresenta soltanto il sigillo beffardo su mesi di bugie, con Metaxas e Grazzi nel ruolo di vittime. Il primo perché, in fondo, contro l’opinione degli scettici, voleva credere alle periodiche assicurazioni dell’Italia (“Rispetteremo la neutralità della Grecia”); il secondo perché era stato tenuto all’oscuro di tutto. Solo casualmente, e indirettamente, Grazzi aveva saputo che durante un vertice, a palazzo Venezia, il 15 ottobre, erano stati varati i piani di attacco, ma poi aveva concluso che doveva esserci stato un ripensamento. Infatti, l’invito del Governo greco al figlio di Giacomo Puccini e a sua moglie, per l’inaugurazione del rinnovato Teatro di Stato che aveva messo in cartello Madama Butterfly (il 25 ottobre) era stato accolto quasi con entusiasmo dal Ministro fascista della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini. Al figlio di Puccini che gli chiedeva se non fosse più prudente lasciar cadere l’invito, il Ministro aveva risposto: “Al contrario. Il suo viaggio contribuirà alla distensione nei rapporti italogreci”>>.

<<Segnali ambigui e contraddittori. Nella riunione del 15 ottobre, i generali avevano spiegato a Mussolini che nel popolo greco c’era “poca voglia di combattere”, quindi “la campagna sarà quasi una passeggiata”. L’esatto contrario di quanto Grazzi, che vivendo ad Atene era a contatto con la gente, scriveva nei suoi telespressi, rilevando come l’orgoglio nazionale greco avesse ormai ridotto (fin quasi ad annullarla) la distanza tra i sostenitori e gli oppositori di Metaxas. Certo, aveva pensato l’Ambasciatore, a Roma possono sempre cambiare idea. Ma a raggelarlo era stato Curzio Malaparte, inviato ad Atene dal Corriere della Sera e giunto nella capitale con un messaggio verbale del conte Ciano all’Ambasciatore Grzzi. Tono e contenuto assai poco eleganti: “Dì a Grazzi che lui può scrivere quello che vuole, tanto io la guerra alla Grecia la farò lo stesso”. La sera di Madama Butterfly, al Teatro di Stato c’erano tutti: il re, il primo Ministro, l’intero Governo e la buona società greca con l’abito delle grandi occasioni. Applausi, sorrisi e complimenti a profusione. Segno che il vertice del Paese riteneva rassicurante il successo di quello spettacolo che aveva i connotati della riconciliazione>>.

<<La sera successiva (il 26 ottobre), a poco più di 24 ore dall’inizio della guerra, vi fu il previsto ricevimento all’Ambasciata in onore di Puccini. Da Roma avevano fatto sapere che era in arrivo un messaggio cifrato (diviso in quattro parti) con “istruzioni importanti e segretissime”. Grazzi, come racconterà nel suo libro di memorie Il principio della fine (Faro, 1945, ndr), vide crollare tutto. Si consigliò con i collaboratori per chiedere se non fosse il caso di cancellare il ricevimento. Alla fine, sapendo che la decisione avrebbe alimentato pesanti sospetti e violato il segreto, fece il suo dovere di leale funzionario. Le luci, all’ingresso dell’Ambasciata, furono tenute basse, forse per nascondere il pallore e l’angoscia del capo-missione che riceveva gli ospiti, distribuendo le innocenti ipocrisie della diplomazia, ma aveva il cuore in tumulto. Mentre veniva servito l’aperitivo, al primo piano, dove si trovava l’ufficio-cifra, due impiegati traducevano e cercavano di mettere in ordine le quattro parti del messaggio segretissimo che stava prendendo lentamente la forma temuta. Agli ospiti più accorti non poté sfuggire che, ogni tanto, uno dei due impiegati (in abito da sera) scendeva, si avvicinava a Grazzi, scambiava qualche parola fingendosi sorridente e rilassato, beveva un bicchiere di vino e si dileguava. La Grecia ama tirar tardi e alle cinque del mattino, quando gli ultimi ospiti, quasi presagendo il peggio, lasciarono malvolentieri l’Ambasciata, il dramma era compiuto>>.

<<Grazzi, sicuro che quello sarebbe stato l’ultimo ricevimento ufficiale che avrebbe offerto, trascorse la giornata successiva, il 27 ottobre, ad assolvere, come un automa, i previsti doveri. Accompagnò alla stazione i coniugi Puccini. Poi andò a bere un caffè in un bar sotto l’Acropoli, come per chiedere aiuto agli dei. Alle 2.40 di notte, sull’auto dell’addetto militare, partì per Kifissia. Un uomo, Emanuele Grazzi, stava per tornare in Italia, dove il regime fascista aveva già provveduto a squalificarlo, cercando di addossargli preventivamente errori di valutazione (sulla reale situazione greca) che non aveva mai commesso. Il “nemico”, Joannis Metaxas convocò i suoi Ministri e poi i direttori dei giornali per “comunicazioni che dovranno restare segrete, pena l’immediata accusa di alto tradimento”. Raccontò tutto, senza nascondere nulla. I suoi sospetti, i suoi timori, la necessità di preservare la Grecia da una nuova guerra, e ora, dopo il voltafaccia italiano, l’obbligo di combatterla. Eppure quest’uomo, che appena nominato primo Ministro sciolse il Parlamento e sospese la Democrazia, già sentiva come la guerra sarebbe finita. Disse infatti (il profetico documento è stato reso pubblico recentemente) che, per la Germania, “la vittoria sarebbe possibile solo se occupasse tutto il mondo. Ma per i tedeschi la dominazione del mondo, dopo Dunquerque, è diventata impossibile”. La determinazione della Gran Bretagna, dopo quella che a molti era parsa una ritirata umiliante, quindi una sconfitta, lo aveva convinto. Era il 30 ottobre del 1940, due giorni dopo la notte dell’inganno. Ma Joannis Metaxas non riuscì a veder confermate le sue previsioni. Morì pochi mesi dopo>> (A. Ferrari. La notte dell’ultimo inganno. 30 Luglio, 2003).