L’educazione responsabile: l’opportunità per i nuovi italiani

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“Eccomi! Tu chi sei? Limiti, vicinanza, rispetto tra adulti e bambini” (2009) è il sintetico e agile libretto del danese Jesper Juul, che fornisce delle chiare linee guida per l’educazione dei figli .

Questo terapeuta familiare è molto chiaro e concreto: non è il classico educatore ideologico che con le sue “prediche” reclama il ruolo di “prete moderno”. Per fortuna nella società di oggi è sempre più la credibilità e l’autorevolezza personale a determinare quanto verremo rispettati e quanto potere ci verrà accordato nei rapporti con i bambini e gli adolescenti (p. 18). La violenza fisica e quella psicologica (prese in giro, critica, sarcasmo, umiliazioni e maldicenza) sono forme di relazione che distruggono la dignità della persona. Queste imposizioni dei limiti di comportamento basate sulla paura e la vergogna non generano rispetto e non fanno capire la differenza tra giusto e sbagliato. Quello che i bambini capiscono è che è meglio evitare le punizioni e che quando si ha il potere è giusto usare a forza. Molti di questi bambini finiscono poi per diventare insicuri o i classici bulli del quartiere o dei veri e propri delinquenti. Inoltre, invece di seguire delle rigide ideologie religiose, politiche, pedagogiche o filosofiche è molto meglio essere autentici e coerenti con se stessi, invece di essere dei perfezionisti teorici che fanno sentire fuori posto i propri figli (p. 39).

Discutendo dei limiti, che possono essere di carattere personale, familiare e generale, possiamo dire che derivano dalla cultura e sottocultura di appartenenza, nonché dalla psicologia individuale dei genitori (che si spera sia sana). I limiti originano i contrasti interpersonali, quando almeno due persone vogliono cose diverse (quando avviene in una sola persona c’è il dubbio o ci sono nevrosi, psicosi, ecc.). “Siccome non succede spesso che due persone vogliano la stessa cosa nello stesso momento, raramente in una famiglia mancano i motivi di conflitto… i bambini, come del resto gli adulti, sono per lo più in grado di coordinare i loro desideri e i loro bisogni con quelli degli altri… questa capacità di adattamento presuppone che i nostri bisogni individuali non vengano screditati per il fatto che in questo momento sono contrastanti rispetto a quelli degli altri. Se vengono criticati viene meno la capacità di collaborare con la comunità, di dire il nostro sì senza riserve. Possiamo solo sottometterci e la sottomissione è sempre limitata nel tempo, e limitante. I bambini non sono per natura asociali, mancano semplicemente di esperienza” (p. 59). A meno che non siano bambini italiani… Scherzi a parte, è propria l’educazione dei primi anni di vita che inizia a stabilire il diverso grado di civiltà tra un nord europeo e il classico italiano medio diseducato dalla TV e viziato dai nonni che si mettono in concorrenza tra di loro. È quindi giunta l’epoca di avviare un profondo e diffuso esame di coscienza a livello politico, accademico e culturale. La maggior parte degli italiani non ha un senso morale interno: sono solo interessati ad evitare le punizioni e le conseguenze negative delle loro azioni. Dai noi si insegna a temere la forza e il potere: facendo così non si ottengono cittadini, ma si diventa i soliti adulti stronzi o smidollati che tendono a ricreare lo stesso sistema nei rapporti sociali. Da qui nascono le mafie, le ideologie, i localismi, i regionalismi e i fondamentalismi burocratici, politici e religiosi.

Ricordo che imparare a “dare, rinunciando in parte a se stessi, è un’esperienza importante, arricchente e frustrante… Nessuno può avere una vita soddisfacente se deve continuamente rinunciare alle sue esigenze per fare spazio a quelle degli altri, a meno che non riesca a convincersi che il senso della vita è la dedizione agli altri. Ma, anche in questo caso, sotto sotto c’è la speranza di un’adeguata ricompensa” (p. 60).

Comunque, nonostante tutto, ogni bambino impara per forza di cose la prima lezione: “che non sempre si può ottenere quello che si vuole e che non si può fare altro che piangerci sopra”. Non si tratta di essere irragionevole né capriccioso e non è tenuto a essere né ragionevole, né un bravo bambino (p. 66). Beh, dipende da quanto dura a rompere le scatole… Del resto i bambini “imparano soprattutto da una persona come ci si comporta nei conflitti con se stessi e gli altri”. E in genere il riferimento è quel genitore “che percepisce i conflitti come particolarmente provocatori e drammatici”. Bisogna però ricordarsi che “i bambini prendono sul serio i desideri e i bisogni dei genitori nella misura in cui genitori prendono sul serio quelli dei figli. Sono i genitori a prendere l’iniziativa, a mettere in moto il processo” (p. 74), la responsabilità non deve mai ricadere sui figli. Per fare questo occorre una buona comunicazione.“Ricevere amore senza vicinanza è come vedersi servire al posto del pranzo il menù: la fame raddoppia. Il risultato è che spesso i bambini diventano un tormento per chi li circonda, perché in qualsiasi comunità si comportano come se tutti quanti fossero lì solo per loro. Da questo circolo vizioso non se ne esce esercitandosi a porre limiti al bambino e a dirgli no invece che sì. Per uscirne i genitori devono scoprire o riscoprire i propri desideri e bisogni, trovare il coraggio di esprimerli e essere fermi nel pretendere che vengano presi sul serio… devono dire sì a se stessi” (p. 63).

Quindi “l’educazione è sempre, in un certo senso, una violazione dei limiti del bambino. Per quanto ci si comporti con onestà e correttezza, l’educazione è anche manipolazione. Dai genitori biologici i bambini lo accettano senza condizioni non avendo dubbi sul loro amore, invece per quanto riguarda il nuovo partner di un genitore le cose sono diverse. Le scelte educative dettate da questo tipo di “genitori adottivi” i bambini le accolgono coi loro tempi, solo quando capiscono che questa persona li conosce e li accetta per quello che sono (p. 75). Ma facciamo attenzione a tutti i sì che diciamo. “È nella natura del rapporto d’amore dire si all’altro e continuare a dire si anche quando non possiamo mantenerlo. Non siamo innamorati solo dell’altro, ma anche dell’affinità, dell’armonia, del senso di appartenenza e dell’accordo” (p. 76), e del piacere che ci procura. E non dobbiamo aprire un conto bancario emotivo con crediti che non riscuoteremo mai. Inoltre “il sì in un certo ambito non può compensare il no in un altro, nemmeno da adulti” (p. 80): meno tempo c’è a disposizione, più la relazione deve essere chiara e autentica. In genere i bambini conoscono le loro voglie, ma non riescono a trovare le parole per esprimere il loro principale bisogno: “un intimo contatto con adulti consapevoli delle proprie responsabilità” (p. 82). Per fare un esempio di pratica quotidiana ciò si traduce nell’arte diplomatica della preparazione di pasti in grado di soddisfare i bambini e gli adulti seguendo un’alimentazione equilibrata (cosa sempre più difficile per la mancanza di tempo e di educazione).

Comunque, ognuno di noi, ha le proprie convinzioni e valori. Per semplificare si possono tratteggiare tre tipi principali di famiglie: quella patriarcale, quella democratica e quella paritaria. Nella famiglia patriarcale (o a volte matriarcale) i genitori sono sempre convinti di sapere che cosa sia meglio per il bambino, perciò predominano i bisogni e le priorità di uno dei genitori (può causare eccessiva sicurezza o insicurezza psicologica nei vari membri). Nella famiglia democratica i genitori preferiscono ritenere che il bambino conosce meglio le sue esigenze e quindi deve ricevere quasi tutto ciò di cui sente il bisogno. Qui c’è il rischio di una trasformazione in una “famiglia di servizio” o in una “dittatura dei figli” (è tipico di molte famiglie al primo figlio e può originare la “sindrome del figlio unico”). La famiglia paritaria è invece una struttura più moderna, indefinita e adattabile, che attribuisce pari valore alle esigenze di tutti i suoi componenti, cercando di soddisfarle nel corso del tempo.

Naturalmente le cose sono così semplici solo nei libri e la vita reale è sempre una cosa più complessa e sfumata (più una famiglia è grande più c’è bisogno di regole). Così la giusta realtà è questa “per i rapporti con le persone che fanno parte della nostra vita, con cui stiamo sempre, il metodo non c’è. I metodi cancellano le differenze, e quindi anche la possibilità che venga riconosciuto il valore individuale di ciascuno. Quello che ieri era riuscito, oggi magari non va più bene, perché, a livello personale, si cambia continuamente” (p. 70). E dimentichiamo i sensi di colpa duraturi: nessuno è perfetto ed è inutile deprimersi o scaricare le colpe su altre persone. La prima esperienza educativa fondamentale è quella di ammettere i propri errori. Però il sentimentalismo o il perdonismo all’italiana rischia di caricare troppo peso sulle spalle del bambino. Meglio l’autoironia. E ricordatevi di passare un po’ di tempo a fare giochi creativi e disimpegnati: i nostri bambini svolgono già troppe attività extrascolastiche competitive.

P. S. I bambini sono più saggi: sanno che si tratta del qui e ora, e che non si può rimandare la vita a domani (p. 84). C’è chi ha detto che la personalità è quella cosa che ci ha consentito di sopravvivere ai nostri genitori. In realtà ogni figlio vive una forma di “arresti domiciliari”, può uscire di giorno con obbligo di rientro la notte. Oppure sono i delinquenti incarcerati che non rispettando le libertà degli altri sono obbligati a regredire allo stadio di individui messi sotto stretta vigilanza. Vedetela un po’ come vi pare.