La morte di Mussolini: l’inattendibile testimonianza dell’autista Giovanbattista Geninazza

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Alberto Bertotto 

Non semper ea sunt quae videntur: decipit frons prima multos, rara mens intelligit quod interiore condidit cura angulo” (Non sempre le cose sono come appaiono; il loro primo aspetto inganna molti: poche menti scoprono ciò che in esse è stato nascosto con cura) (Fedro. Favole, IV, vv. 5-7)

Se c’è qualcuno che potrebbe testimoniare su come si sono svolti realmente i fatti davanti al cancello di villa Belmonte (fucilazione di Mussolini e di Claretta Petacci), questo qualcuno dovrebbe proprio essere Giovanbattista Geninazza, l’autista che carreggiò Walter Audisio (colonnello Valerio), Aldo Lampredi (Guido) e Michele Moretti (Pietro) da Dongo fino a Bonzanigo, il borgo dove il Duce e la sua cortigiana preferita avevano trascorso la loro ultima notte. Il Geninazza, un ventiseienne ex parrucchiere, aveva la passione per le macchine (era un autista provetto). Insieme ad altri, il 28 aprile del 1945, andò a Dongo per “vedere cosa mai succedeva”. Il pomeriggio del 27 la notizia dell’arresto di Mussolini si era, infatti, sparsa con la rapidità di un fulmine in tutti i paesi della sponda occidentale del lago di Como. Questo ha scritto il Geninazza nel 1957 in un suo memoriale recentemente analizzato da Pierangelo Pavesi (Così Benito ha affrontato la morte. Libero, 25 Aprile 2009). Quello che avrebbe dovuto fare il curioso Giovanbattista glielo spiegò chiaramente il capitano Neri, alias Luigi Canali, capo di Stato Maggiore della 52° Brigata d’Assalto Garibaldi, la Brigata che aveva arrestato Mussolini sulla piazza del Municipio alle 15,30 del 27 aprile (la colonna Mussolini, fermata alle porte di Dongo, stava ripiegando verso la Valtellina. V. Podda. Morire con il sole in faccia. Ritter, 2005): “Il capitano Neri mi venne vicino e mi disse che io stavo per fare un servizio importantissimo e segretissimo e che quello che io avessi da quel momento visto non doveva assolutamente trapelare dalla mia bocca. Pena il muro!”.

Giunti nella piazzetta del lavatoio di Bonzanigo, i tre passeggeri (Valerio, Guido e Pietro) scesero dalla macchina guidata dal Geninazza. Gli ultimi due si diressero verso casa dei contadini De Maria (via del Riale) dov’erano custoditi il capo del fascismo e la sua compagna Claretta (Pietro era l’unico a conoscere l’esatta ubicazione dell’abitazione). Valerio, invece, rimase vicino all’auto che nel frattempo aveva fatto inversione di marcia: “Lo vidi da solo in piazzetta con il mitra in mano (sembrava stesse assicurandosi che funzionasse a dovere), fece anche partire anche un colpo in aria”. Da queste note si evince che i racconti dell’Audisio circa le frasi pronunciate da Mussolini in casa De Maria (“Ti offro un impero”) sono stati da lui inventati in quanto in quella magione rustica il Valerio non c’era mai stato. Il mitra imbracciato dal fumantino e gallonato partigiano comunista funzionava benissimo per cui resta incomprensibile un fatto: come mai l’Audisio ha detto che davanti al cancello di villa Belmonte la sua arma (un Thompson americano) si era inceppata? Dettagliata è la descrizione che il Geninazza ha fatto del duplice omicidio (non si capisce in che modo la fucilazione sia avvenuta visto che il Geninazza e la sua macchina erano fermi in mezzo alla strada a meno di due metri dal muretto di cinta del cancello della villa Belmonte): “Giunti davanti al cancello di villa Belmonte, Valerio mi fece cenno di fermarmi in mezzo alla strada. Valerio stesso aprì lo sportello della macchina ed invitò il Duce e Claretta a scendere. Guido e Pietro erano fermi un po’ più su all’incrocio delle stradine laterali con la carrozzabile. La Petacci è stata la prima a capire la sua tragica situazione. Valerio disse qualche frase che ora non ricordo (era la sentenza di morte). Mussolini non parlava, mentre Claretta disse qualche parola (‘non potete farlo’). Valerio allora si rivolse alla donna, avvinta a Mussolini, dicendole: ‘Tirati via sennò ammazzo anche te’. Poi cercò di esplodere una raffica, ma questa non partì e si udì il click distinto dell’inceppamento. In quel momento Claretta prese con tutte e due le mani la canna del mitra, dicendo ed implorando che non potevano ammazzarli così perché non era regolare. Valerio, allora, estrasse la pistola e chiamò Pietro affinché gli consegnasse il suo mitra (un MAS francese calibro 7,65, ndr). Appena avuto l’arma dal Moretti (la Petacci faceva sempre da scudo a Mussolini con il suo corpo) fu in quell’istante che il Duce disse a Valerio (portando la mano al bavero del pastrano all’altezza dello stomaco): ‘Sparami al petto’. Queste parole le ripeté due volte. La raffica partì colpendo in pieno la Petacci che si accasciò di schianto. Mussolini colpito anche lui si rannicchiò sulle ginocchia con la spalla destra appoggiata al muro e rimase in quella posizione rantolando. Valerio lo finì con un colpo di pistola al cuore”.

Prima controversia: Aldo Lampredi (Guido) ha affermato che Mussolini, prima di essere fucilato, ha gridato: “Sparami al cuore” (A. Lampredi. La fine del Duce. L’Unità, 23 Gennaio, 1996). Michele Moretti (Pietro) ha, invece, detto che il Duce è stato più patriottico e risorgimentale poiché avrebbe urlato: “Viva l’Italia” (G. Cavalleri. Ombre sul lago. Piemme, 1995). Secondo l’Audisio (Valerio), infine, il capo del fascismo in quell’occasione era pavido e tremebondo. Le uniche parole che sarebbe riuscito a pronunciare erano di supplica: “Ma…ma signor colonnello” (W. Audisio. In nome del popolo italiano. Edizioni Teti, 1975). Seconda incongruenza. Lo storico e giornalista Franco Bandini ha scritto che il Valerio, prima della canonica fucilazione, avrebbe posizionato il Geninazza e la sua macchina a monte del cancello di villa Belmonte (50 metri di distanza). Parlando dell’autista il Bandini ha, infatti, asserito: “Un testimone che forse non c’era” (F. Bandini. Vita e morte segreta di Mussolini. Mondadori, 1978). Anche per Pietro il Geninazza non stazionava davanti al cancello, essendo stato mandato dal Valerio alla curva superiore onde prevenire che qualcuno indesiderato facesse la sua comparsa sulla scena della fucilazione (G. Perretta. Dongo 28 Aprile. La verità. Actac, 1990).

Terza anomalia: Il Geninazza ha scritto di essere stato presente durante il trasferimento del Duce dalla caserma della Guardia di Finanza di Germasino a Moltrasio (notte tra il 27 ed il 28 aprile). Lui stesso ha affermato: “A Germasino, da una porta aperta che dava in una stanza bene illuminata vidi un uomo ritto in piedi, di profilo. Con mia grande meraviglia e stupore lo guardai: quell’uomo era Benito Mussolini. Una coperta rustica gli copriva le spalle e vestiva una divisa militare senza fregi. Portava in testa una bustina e calzava stivaloni di cuoio. Chiese a qualcuno un gabinetto. Glielo indicarono. Io lo vidi scendere la scala. Il gabinetto credo si trovasse a metà scala fra il piano terreno ed il primo piano. Lo vidi entrare nel gabinetto e rimanere in piedi voltandomi la schiena.  Non chiuse la porta dietro di se. Decisero allora di fasciargli la testa con molte bende in modo da non farlo riconoscere ai posti di blocco” (P. Pavesi. op. cit.). Pietro (M. Moretti) ed il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro, il comandante della 52° Brigata Garibaldi), gli esecutori materiali del trasbordo mussoliniano, non hanno mai menzionato il Geninazza nei loro rendiconti su quell’avventuroso viaggio notturno (P. L. Bellini delle Stelle.  Dongo. La fine di Mussolini. Mondadori, 1962; G. Perretta. op. cit.). Ben altri erano gli autisti (Edoardo Leoni e Dante Mastalli) che hanno percorso avanti e indietro la lariana occidentale (via Regina) in quella notte piovosa. (A. Zanella. L’ora di Dongo. Rusconi, 1993). Ultima discordanza: Il Geninazza ha detto che lui con la sua macchina avrebbe trasportato i cadaveri del Duce e di Claretta dal selciato antistante il cancello di villa Belmonte fino alla frazione più a valle di Azzano, dove le salme sarebbero state caricate sul camion destinato a trasportare i gerarchi fucilati a Dongo fino a Milano (P. Pavesi. op. cit.). Anche quest’affermazione non trova conferma nella letteratura corrente (F. Bernini. Così uccidemmo il Duce. C. D. L. Edizioni, 1998, F. Bernini W. Audisio, il giustiziere di Dongo. Gianni Iuculano Editore, 2004).

Per non parlare poi del colpo di grazia al cuore. Se ce ne è stato uno questo è stato sparato alla nuca ed è stato un colpo sicuramente post-mortale (A. Alessiani. Il teorema del verbale 7241. www.larchivio.org. Reperibile per via telematica). Così pure c’è da sottolineare che il pastrano militare indossato da Mussolini al momento della fucilazione, quello menzionato dal Geninazza, si è improvvisamente trasformato in un giaccone di foggia borghese imperforato con le maniche a raglan (A. Bertotto. La morte di Mussolini. Una storia da riscrivere. PDC Editori, 2008). Resta, infine, da chiarire un mistero. Ossia il perché, tra le tante macchine ed autisti a disposizione (Carletto Maderna, Giuseppe Perrotta, Giacomo Bruni ed un certo Barba), il Valerio e compagni abbiano scelto proprio un estraneo (il Geninazza) e la sua autovettura (una 1100 nera targata Roma con guida a destra e bandiera tricolore sul cofano sequestrata precedentemente a Cadenabbia e sulla quale, l’anno prima, fu assassinato il filosofo fascista Giovanni Gentile) per essere accompagnati nella loro missione pomeridiana finalizzata ad uccidere il Duce e la Petacci (M. Viganò. “Un istintivo gesto di riparo: nuovi documenti sull’esecuzione di Mussolini (28 aprile 1945). Palomar, n° 3, 2001). Invece su Libero (op. cit) si legge: “Il Geninazza, mentre era fermo accanto alla macchina nella piazza di Dongo, venne requisito dal Comandante Pedro (erano a corto di macchine e di autisti) ”.

Oltre a scrivere un memoriale nel 1957, il Geninazza, morto nel gennaio del 2008, ha lasciato una testimonianza in vinile (anni Sessanta ). Un disco raro che ho recentemente avuto modo di ascoltare (Testimonianze sulla morte di Mussolini. LP-VS 0110). In questa testimonianza l’autista improvvisato di Valerio e compagni conferma sostanzialmente quanto aveva scritto, nel 1957, mettendo nero su bianco i suoi ricordi. Ci sono però delle novità. Dalla sua viva voce si apprende, infatti, che dopo la l’esecuzione, una volta rientrato a Dongo con i suoi tre passeggeri (Pietro, Guido e Valerio), al Geninazza è stato detto: “Adesso vai pure a casa perché il tuo compito è finito”  Non si può dire che il Giovanbattista fosse privo di fantasia (prima si era inventato di essere tornato al cancello di villa Belmonte e di aver traportato i cadaveri del Duce e di Claretta fino ad Azzano).

Significativo è un fatto. Marcello Staglieno nel suo libro intitolato: “L’Italia del colle” (Boroli, 2006) ha scritto che il Geninazza si è rivolto a  lui ed allo storico Gianfranco Bianchi (2 febbraio del 1975) dicendo: “Parlare? Fossi matto!”. Questo la dice lunga sul come si sono svolti realmente quei tristissimi avvenimenti a Giulino di Mezzegra davanti al cancello di villa Belmonte (via XXIV Maggio, n° 14). Qui alle 16,20 del 28 aprile (1945) sono stati fucilati due cadaveri morti da un pezzo e non Mussolini e la Petacci vivi, vegeti e fabulanti. Nel trasportarli in macchina da Bonzanigo  al cancello di villa Belmonte, il Geninazza ha detto ad un tempo di non averli riconosciuti perché la vettura non aveva lo specchietto retrovisore, perché Mussolini portava la bustina militare calata sugli occhi ed il bavero del pastrano rialzato a coprirgli il viso, mentre lui era tutto assorto ad assolvere il suo compito di autista (F. Bandini. op. cit.). Poi si è contraddetto, affermando che i condannati a morte, da lui ben individuati, erano “avvinghiati e pallidi da morire” (P. Pavesi. op cit.).

La versione Geninazza, in linea con la vulgata comunista, è un ennesima bufala che va ad assommarsi a quelle che ci hanno raccontato W. Audisio (Valerio), A. Lampredi (Guido) e M. Moretti (Pietro), il trio dei giustizieri rossi che hanno agito, su ordine del CLNAI milanese (azionisti, L. Valiani, socialisti, S. Pertini, ed in primis i comunisti, L. Longo), “in nome del popolo italiano”. Una cosa giusta il Geninazza però l’ha scritta. Nel raggiungere Bonzanigo notò che “c’erano partigiani del posto a presidiare la strada” (P. Pavesi. op. cit.). Questo dimostra che la vera missione pomeridiana dell’Audisio (fucilare due cadaveri, F. Bandini. La verità sulla morte di Mussolini. Fu fucilato due volte. Storia Illustrata, Febbraio, 1973) non è stata improvvisata, ma bensì organizzata per tempo a priori. Ecco perché gli abitanti di Bonzanigo, verso le ore 12 del 28 aprile, erano stati invitati a lasciare le loro case per spostarsi al bivio di Azzano dove avrebbe dovuto transitare, sulla lariana occidentale, Mussolini che da Dongo veniva portato in catene alle carceri di Como (A. Zanella. op. cit.). Una manovra depistante per isolare ermeticamente la zona della “doppia” fucilazione. Interrogato sul perché di quell’incitamento ad andare a valle per lasciare libero il luogo della finta esecuzione il Moretti (Pietro) ha, infatti, detto: “Non volevamo essere disturbati in quello che dovevamo fare” (G. Pisanò. Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Il Saggiatore, 2004).