INTERVISTA a Irene Serra Artista italiana molto nota a Londra

0
902


Loading ImagePrima di presentare la conversazione con Irene Serra vorrei condividere   con i lettori il mio punto di vista sul rapporto tra gli artisti italiani e l’Italia.

 Purtroppo in Italia chi fa musica o arte deve necessariamente cavarsela con le proprie forze, dimenticandosi qualsiasi appoggio dalle istituzioni. Inoltre il contesto italiano dell’arte è terribilmente tradizionalista e ancora troppo spesso in mano agli accademici, che giudicano gli artisti invece di apprezzarli semplicemente. Molto raramente (e mai nel contesto delle istituzioni) ho incontrato in Italia esperti del settore sinceramente interessati a condividere idee sull’arte senza giudicare, semplicemente con curiosità e entusiasmo. Vedete, il mio punto è che un artista con la sua opera esprime un parere personale sull’arte, che non ha a che vedere con astruse complessità teoriche o filosofiche e con contorti sofismi e neanche con le cosiddette competenze tecniche. Fare arte è semplicemente un modo di proporre dei mondi interiori, delle visioni da condividere, è proporre dei modi nuovi di rappresentare le cose della vita, è un’attitudine a scegliere per il meglio, in linea con la visione del futuro che si vuole creare.

Ora vi propongo un semplice profilo della cantante jazz Irene Serra, una personalità squisita, con cui ho trascorso un po’ di tempo a parlare di vita e jazz.

Irene Serra, italiana nata a Milano, in Italia ha studiato jazz sotto la guida della cantante jazz Tiziana Ghiglioni. Da molti anni.vive e si esibisce a Londra, dove ha studiato al prestigioso Goldsmiths College e alla Guildhall School.

Loading ImageM.M. Come sono i tuoi rapporti con l’Italia?

I.S.Ho pochissimi rapporti con l’Italia purtroppo. Mi piacerebbe molto che l’Italia curasse di più i rapporti con i giovani e con gli artisti, ma purtroppo non è così. In Italia è difficilissimo vivere svolgendo la professione di artista e noi giovani non vediamo prospettive e possibilità. In Italia i giovani sono abbandonati a loro stessi e devono arrangiarsi o approfittare del sostegno delle loro famiglie. Ma per chi lavora come professionista nel settore della musica è impossibile svolgere anche altre attività per avere un salario e al tempo stesso occuparsi di musica seriamente.

Ho partecipato alla competizione di Montreaux e c’erano degli italiani tra il pubblico; sono stati molto calorosi e mi hanno dimostrato di essere fieri dei loro giovani talenti. Tuttavia, a parte il riscontro del pubblico, l’Italia oggi non offre appoggio o prospettive ai giovani e il panorama italiano delle possibilità per gli artisti mi sembra piuttosto deprimente.

M.M. Come procede la tua attività all’estero?

I.S. Io sono nata a Milano, dove attualmente risiede la mia famiglia, ma ho trascorso la maggior parte della mia vita all’estero. Ho trascorso la mia infanzia in Danimarca, sono ritornata per qualche anno a Milano e poi mi sono trasferita a Londra, dove vivo da 10 anni.

Londra è un contesto eccezionale per la musica, io qui ho condotto parte dei miei studi e vivo svolgendo la mia professione di musicista.

M.M. Mi parli di jazz?

I.S. Chi fa jazz sa che attraverso il jazz si esprime la vita, deve essere la vita a pervadere la musica, a usare la musica. L’impostazione dell’educazione musicale al jazz è decisamente tecnica e bisogna spendere molte ore di studio ogni giorno, tuttavia questo è solo un aspetto del jazz. Un vero musicista jazz deve imparare a infondere la sua vita nella musica e a vivere attraverso la musica.

Questo è un processo che coinvolge anche la maturità fisica e vocale, che sono importantissime.

Quindi un musicista giovane, anche se può essere tecnicamente preparato, deve necessariamente maturare nella vita.

M.M. Il jazz viene spesso considerato difficile, quasi una musica per soli esperti, che cosa ne pensi?

I.S. Penso che questa tendenza sia diffusa e che sia un problema dei musicisti più che del pubblico.

Io non voglio fare una musica per esperti. La musica è per tutti, non solo per gli esperti. Talvolta le persone si scusano per non capire il jazz, si pongono dal punto di vista di dover capire il jazz.

Io invece credo che è compito dei musicisti trovare il modo di rendere la musica fruibile per il pubblico, semplicemente apprezzabile.

M.M. Mi parli dell’improvvisazione nel jazz?

I.S. Noi cantanti jazz l’improvvisazione la facciamo in modo un po’ diverso dagli strumentisti.

Gli strumentisti partono dall’approccio teorico e devono acquisire una tecnica base del loro strumento, cioè vanno dalla teoria all’improvvisazione. Invece noi cantanti iniziamo prima con l’istinto per poi passare alla teoria, porre dei limiti e imparare il controllo.

Comunque la meta da raggiungere è la stessa: espressione libera ma informata (cioè conoscere il linguaggio jazz).

M.M. Com’è il ruolo della cantante jazz?

I.S. Il lavoro di cantante jazz non è semplice, soprattutto nel rapporto con gli strumentisti.

Questo perché moltissimi cantanti che operano nel contesto del jazz hanno un approccio pop, non jazz. Imparano i pezzi jazz e li eseguono in modo pop, quindi sono in realtà cantanti pop, non jazz. E certo questo non piace agli strumentisti jazz.

Perciò gli strumentisti hanno sviluppato una certa diffidenza verso i cantanti che dicono di fare jazz e io devo lottare contro questa diffidenza ogni volta che collaboro con nuovi strumentisti.

M.M. Quali sono i tuoi progetti?

I.S. Ho in progetto per il prossimo anno di far uscire il mio primo album.

Negli ultimi anni ho capito il mio stile e le cose che amo. Ora sto raccogliendo il materiale e sto cercando un tema che metta il tutto in relazione.

Uno degli aspetti dell’album sarà il vocalise, un genere reso famoso negli anni ’50 del secolo scorso dall’americano J. Hendricks. Il vocalise consiste nel trascrivere assoli famosi e nel metterci le parole, spesso storie biografiche.

Io ne ho scritti alcuni e poi canto i più famosi.

Poi vorrei che dall’album emergesse la mia passione per la musica brasiliana ( Jobim, i cantautori brasiliani, Tania Maria, Milton Nascimento) e per il jazz contemporaneo.

In più inserirò i miei lavori originali.

Inoltre mi piacerebbe inserirvi una canzone di Mina, forse la famosissima “brava”. Mina è stupefacente e credo che inserire una sua canzone nell’album renderà più agevole per il pubblico italiano l’accesso alle altre parti del mio album.

 

  my space e su www.ireneserra.com