Solitudine metropolitana

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Viaggio nelle capitali della deumanizzazione: i soliloqui di Bernardo Soares. A cura di Leone Silvano 

 
 
 

Solitudine che nasce da altra solitudine e che genera a sua volta la medesima, un processo che nelle nostre metropoli ha sua la peggiore fioritura; sostiene Bernardo Soares, eteronimo di Fernando Pessoa: “la civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo e poi sognare sul risultato…”, in uno dei suoi capolavori, “Il libro dell’inquietudine” che anticipa probabilmente un enorme, e tacito, problema odierno: la metropolizzazione delle anime, l’urbanizzazione dei sentimenti, l’anonimizzazione e la deresponsabilizzazione dell’individuo, un fenomeno sempre più in crescita.

Mentre fino a qualche decennio addietro era forse possibile condurre una vita serena in una delle tante metropoli europee, oggi Roma, Barcellona, Parigi, assumono sempre più dimensioni imponenti, impressionanti, terrificanti, divenendo enormi castelli di cemento, alveari di pietra nei quali la solitudine è spesso di casa.

Certamente, pensando alle città citate, la prima immagine che viene alla mente è un luogo comune, immagine turistica da cartolina nostalgia: il Colosseo, la Sagrada Familia, la Torre Eiffel, purtroppo, non è quella la città, o meglio, la reale città, e chi ci vive lo sa bene.

Queste metropoli, a causa di un folle sciacallaggio edilizio, sono divise in varie parti, realmente diverse le une dalle altre: spesso il cuore di queste metropoli è circondato da una cintura di cemento armato di nome borgate, banlieues, o altro; vengono poi, all’interno, i quartieri “perbene”, sorvegliati notte e giorno dalle forze dell’ordine (che non si degnano di pattugliare invece le periferie), ed infine i centri storici, le cui attrattive rappresentano un dieci per cento di ciò che realmente è una città moderna, Roma inclusa.

Nelle metropoli del 2000 purtroppo sta prendendo piede un fenomeno che ha visto la sua nascita agli inizi del secolo scorso, o addirittura nella metà dell’ottocento, un fenomeno definibile come “solitudine metropolitana”, un aumento della solitudine dato dall’indifferenza che circonda il singolo (Poe, Baudelaire lo avevano capito bene sin dall’inizio).

Un fenomeno al quale possiamo accostare quello dell’anonimizzazione: una deresponsabilizzazione dell’individuo dalle sue azioni, in quanto difficilmente rintracciabile ed imputabile, e dunque un notevole aumento delle persone che, protette dall’anonimato che la grande città garantisce, si arrogano diritti e agiscono in maniera che in un paese o in una provincia non si sognerebbero neppure: non riuscirebbero a sopportare difatti il peso delle loro azioni, ed a loro, probabilmente, non verrebbe più dato credito.

Questo non vuol essere assolutamente un elogio dei paesi o dei borghi, nei quali spesso aleggia il bigottismo più feroce, piuttosto una constatazione di fenomeni in reale aumento, una presa di coscienza, una fondata opinione.

Comprendo che possa sembrare strano parlare di solitudine in città con milioni di abitanti, ma è così: è nelle città odierne che la solitudine regna sovrana, fra centinaia di persone che ci passano intorno, che non conosciamo, che ci sono indifferenti.

Anzi, spesso la solitudine metropolitana è una fra le prime cause dell’anonimizzazione, in quanto pur di non restare sola, una persona è disposta a fare di tutto pur di trovare compagnia, anche se questo “tutto” è illegale o moralmente deprecabile.

E proprio “Storia di una solitudine metropolitana” potrebbe essere forse il sottotitolo de “Il Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares”, un opera composta dal portoghese Fernando Pessoa a cavallo fra l’ottocento ed il novecento, e pubblicata postuma, nel 1982, sotto la responsabilità di Jacinto do Prado Coelho, il cui tema portante è la solitudine, desassosseggo , la sehnsucht se vogliamo, provata ed espressa dell’impiegato Bernardo Soares, residente in Rua dos Douradores, in Lisbona, in questo zibaldone di riflessioni tanto lucide quanto poetiche, che non ha ancor oggi il posto di rilievo che meriterebbe nella letteratura mondiale.

Con questa opera Pessoa ci mostra un lato delle città, come detto sopra anticipato certamente da altri poeti, Baudelaire nei tableaux in Les Fleures du mal su tutti, che proprio in quel periodo stava emergendo, mostrando il suo squallido splendore: il lato disumano, allucinante, lancinante dell’uomo lasciato in disparte, la cui vita non interessa e la cui morte non desta alcun sentimento se non quello di un qualcosa da smaltire, un corpo inutile che ha cessato di respirare, un rifiuto, un relitto.

Leggere Pessoa ci aiuta a comprendere la metropoli anche a un secolo di distanza, nella volontà di mostrare come un uomo, in una metropoli in fieri quale Lisbona, ma potrebbe essere Roma, Londra, Berlino, sia pur sempre un uomo, un essere capace di provare sentimenti, pensare, e come risenta dell’innaturalità della condizione nella quale è costretto, suo malgrado a vivere. Ad insondabili interrogativi insolubili si accostano problemi quotidiani, riflessioni, astrazioni e considerazioni di indubbia profondità, e spesso il piccolo vede il suo riflesso nel grande e viceversa in un opera che, parlando della solitudine, ci permette di comprendere l’uomo in un contesto creato da lui ma che non gli appartiene, perso nel castello di cemento.

Al processo di deumanizzazione attuato dalla metropoli Pessoa contrappone l’uomo che sogna, l’uomo che prova emozioni e che, anche se parte insignificante di un tutto atroce, nel quale e con il quale non riesce a comunicare, è comunque vivo, solo, ma vivo, ed in grado di sognare.

Nascosto dietro uno dei suoi vari eteronimi, attraverso il suo livro de desassosseggo, il libro dell’inquietudine, Pessoa ci permette di riflettere su un problema che è spesso dato per scontato: la solitudine nei deserti affollati, la massa come emblema dello scoramento esistenziale, e, soprattutto, la metropoli come capitale e simbolo di come l’uomo si stia auto distruggendo.

Mi piace definire Soares un sognatore noir, a dark dreamer, che, alla finestra, scruta la notte ed il mondo da un vetro appannato (e tuttavia lucidissimo); c’è una delle sue considerazioni, immaginiamo fatta in una notte d’estate, dopo una lunga pioggia, che riflette forse al meglio uno dei punti di vista di questa immaginaria persona, che potrebbe chiamarsi anche Alvaro De Campos, Ricardo Reis, Albeto Caeiro1, o anche più semplicemente Fernando Pessoa: “i sognatori sono forse i grandi precursori della scienza ultima del futuro”.

In un mondo che è troppo stanco anche per sognare, dove la paura della solitudine non fa altro che generare altra solitudine, con i suoi fallaci rimedi chiamati ansiolitici, terapie di gruppo, ma anche facebook, chat, sms, con i suoi telefoni e computer sempre accesi, in questo mondo Bernardo Soares ci dice semplicemente una cosa con questo libro: che non stiamo affrontando il problema, ma lo stiamo fuggendo, e che i sovraelencati, presunti rimedi non sono altro che vie di fuga, legate a fili sempre più sottili, prossime ad un’inesorabile rottura.