Una nessuna e centomila crisi.

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Tutti ne parlano e nessuno la conosce: cos’è realmente una crisi?

Una passeggiata in Italia con Pirandello per indagare sul male di inizio secolo. 

A Cura di

Leone Silvano 
 

 la visione di ogni individuo tenda a variare sistematicamente da un soggetto all’altro, da persona a persona: come dunque il singolo possa addirittura divenire una folla, per sé stesso e per gli altri, e come questi non riesca mai a conoscersi sino in fondo: una morte dell’oggettività se vogliamo, e chissà cosa avrebbe detto un celebre greco di qualche secolo addietro, in merito a questa novecentesca risposta al suo comandamento “Conosci te stesso”, chissà come Socrate avrebbe trattato Vitangelo Moscarda, il protagonista del citato romanzo.Certamente contestualizzare il significato di “Uno, nessuno, centomila” , trasferirlo dalle persone immaginarie prodotte dalla fantasia dell’autore siculo agli eventi odierni, ci può aiutare a comprendere come molti degli avvenimenti attuali possano essere soggetti a molteplici interpretazioni, tante quante le persone che le compiono, a seconda del contesto nel quale vivono, del ceto sociale, del proprio vissuto, e possano dunque essere tutti uguali ed allo stesso tempo tutti diversi.Nel nostro stringato vocabolario quotidiano di nuovo millennio, al fianco di parole comuni quali caffè, pane, sigaretta, ha fatto la sua comparsa un termine che quasi dal 1929 era entrato fortunatamente in disuso, divenuto desueto (se non negli anni del dopoguerra forse) : crisi.Logicamente, come quando vi è una novità in un circolo di anziani sfaccendati, non si parla d’altro, del resto la paura è sempre logorroica ed inoltre è un problema che concerne la stragrande maggioranza della popolazione globale ed è giusto che se ne discuta, invece di fare gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia ed attendere una salvifica mano.

Certamente non siamo ancora ai livelli, almeno in Italia, del crollo di Wall Street, ancora non abbiamo avuto il nostro “black Thursday” e, buona parte di chi aveva il posto di lavoro ancorato a dinosauri più o meno stabili (leggasi Stato e suoi derivati, oppure aziende multinazionali che non crolleranno mai), lo ha ancora: ma non tutti, questo non dobbiamo dimenticarlo.

Tuttavia, cosa ancor più strana, in tutte le analisi della crisi, fra giornali, tabaccai e televisione, e ce ne sono state davvero molte, e moltissime inutili, non mi è capitato ancora di ascoltare qualcuno che realmente mostrasse due aspetti chiave di questa crisi, spaventosa come non mai, ma anche sconosciuta ( e forse spaventosa anche perché sconosciuta ).

Il primo è certamente quello morale, comune a tutte le crisi e preludio di tutte le guerre (perché non scordiamo che, da che mondo e mondo, dalle crisi spesso i governi escono con le guerre: due esempi novecenteschi del vecchio e del nuovo mondo sono il crollo di Wall Street e la crisi della Rhur…), il secondo lo possiamo invece identificare come mutageno, multiforme, cangiante pelle costantemente: sono due qualità, due aspetti della crisi che vengono costantemente tralasciati, ed il tralasciarli impedisce la comprensione stessa del problema e la sua uscita, l’incipit della strada verso la risoluzione.Cominciamo con il primo, l’aspetto morale: qualunque crisi è preceduta, o piuttosto ha inizio (e proseguimento) con una decadenza dell’etica di una società, che affonda logicamente nella moralità degli individui che compongono questa, e dunque con la decadenza dell’intera massa, la quale, priva di scrupoli, collassa inesorabilmente su se stessa.In Italia è sin troppo facile vedere dove, negli anni addietro, questa morale abbia traballato e sia entrata in crisi, e, soprattutto, è facile vederne gli effetti, che sono sotto gli occhi di tutti (nonostante la miopia avanzi): dalla sfiducia verso i propri leader politici di ambedue gli schieramenti principali, causata proprio dalla loro inettitudine alla politica ( un banale esempio : come si fa a rispettare le leggi se non le si conosce? Eppure molti deputati mancano di una laurea in giurisprudenza o scienze politiche anche semplicemente triennale, requisito base da possedere dai comuni mortali tuttavia per essere semplicemente ammessi alla maggior parte dei concorsi pubblici), all’impennata dei casi di violenza sulle donne dimenticati nel giro di poche ore dai giornali ( che lasciano il posto a fatti di cronaca ridicoli, invece che calcare la mano e mettere alla gogna i colpevoli ), all’ondata di razzismo che quotidianamente invade il nostro paese.A livello europeo le cose non sembrano andare meglio: si registra un aumento della xenofobia spaventoso, la cui causa è da ricercare probabilmente in una mancata integrazione degli stranieri in altri paesi, responsabile della quale sono sia i governi sia gli stessi cittadini stranieri ed europei, ma che ci riporta indietro di oltre mezzo secolo, ai tempi del colonialismo; si registra anche una paura, un’inquietudine diffusa che, non riuscendo a trovare un determinato oggetto da temere, lo cambia quotidianamente, e così oggi la paura può essere dei terroristi islamici, domani del magrebino impazzito, dei romeni stupratori, etc etc….creando così i mattoni per la costruzione del muro del razzismo, mattoni chiamati comunemente “stereotipi”.Purtroppo buona parte dei governi non fanno altro che accentuare questa crisi morale, in parte perché non sanno come fronteggiarla (non essendo reali politici, ma fantocci teorici, delfini nipoti bastardi di quelli che furono i delfini di seri politici quali De Gasperi ed altri), in parte perché sono loro i primi ad essere causa di tale crisi morale.

Quando ha avuto inizio? Nessuno può dirlo con precisione, ma forse il ricordare anche semplicemente il nome di qualche evento europeo degli ultimi venti anni può metterci sulla buona strada: tangentopoli italiana negli anni novanta, le rivolte nelle banlieues francesi nel 2005, i disordini avvenuti in Grecia nel 2007, giusto per fare qualche nome, sono tutti fattori che hanno certamente contribuito all’attuale situazione, ad uno svuotamento del potere delle figure cardine dello stato, ad un deprezzamento del loro operato perché truffaldino o inutile, ad un’anonimizzazione del cittadino e alla sua deresponsabilizzazione. Pirandello ci direbbe che in questo caso forse i cittadini iniziano ad essere “nessuno” fra centomila, persone insignificanti, i cui gesti non hanno alcun senso né incidono sul reale: il cittadino è inutile, e come tutte le cose inutili, dannoso nella maggior parte delle volte, un regresso impressionante.

Circa la seconda qualità della crisi, il secondo aspetto, è quello che abbiamo definito “mutageno”: l’errore più geniale che si possa fare è difatti credere che la crisi sia uguale per tutti ed in tutti i paesi.Non è così, non è mai stato così e non lo sarà  mai: la crisi americana è da rapportare al lifestyle americano, cosa che noi ci sogniamo (eccezion fatta per l’assistenza sanitaria, ancora per il momento) con tutto ciò che comporta, la crisi italiana ancora non è arrivata al livello di quella della Romania fortunatamente, ed è per questo che i romeni si trovano relativamente bene qui nel belpaese: per loro questa è l’America. Come nel romanzo di Pirandello la crisi varia a seconda di chi la guarda e di chi la subisce, seguendo un metro di paragone che è soltanto suo, individuale, personale e, se non si prende coscienza di questo, del fatto che ci sono una, nessuna, centomila crisi, non si arriva da nessuna parte. C’è una crisi per ognuno di noi, una crisi morale ed una crisi economica, e l’unico modo per trovare una via di fuga è sanare prima la crisi morale, riappropriandosi di una propria dignità, diLuigi Pirandello “ Uno, nessuno, centomila”, Einaudi,  2005