L’Uscocco fiumano Guido Keller

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Fra D’Annunzio e Marinetti

Il barone Guido Keller von Kellerer, nato a Milano il 6 Febbraio del 1982, ha frequentato per due anni un aristocratico collegio svizzero che ha abbandonato quasi subito non tollerando la pedanteria degli insegnamenti didattici tradizionali. Sul Web si legge: “Non che il Keller non avesse interessi intellettuali

 Tutt’altro. Amava la filosofia, la musica, le arti figurative, i classici delle letteratura italiana e straniera. Detestava, però, acquisire la cultura secondo i convenzionali metodi scolatici, cioè attraverso una metodica e disciplinata applicazione quotidiana”. Ha scritto di lui l’amico e biografo Sandro Pozzi: “Egli amava da giovane soffermarsi ammirando le meraviglie del creato. Nella contemplazione assorta degli elementi naturali egli trovava multipli e profondi motivi d’ispirazione.L’interpretazione della natura gli rivelava la vera essenza delle cose superiori. Scultura, pittura, musica e filosofia furono le arti e le discipline più amate da Guido Keller. Allo studio di esse Guido s’applicò con intensiva volontà”. A Torino, dove si era trasferito con la famiglia, il Keller fu attratto dal futurismo ed implicitamente venne affascinato dall’idea del volo aereo. Conseguito il brevetto aeronautico civile e poi quello militare fu arruolato con il grado di tenente nell’arma azzurra che da poco tempo rappresentava l’unico mezzo con cui i Comandi Superiori italiani potevano difendersi dagli attacchi degli aerei austriaci su Brescia e su Verona. Ha detto di lui il generale Mario Fucini: “Keller era piccolo di statura, con una capigliatura sempre troppo abbondante e arruffatissima, con una barba selvaggia, ma con baffi fieramente obbligati all’insù come quelli di un moschettiere. Aveva uno sguardo fra l’accigliato e il tenero; era alieno dagli scatti con i quali ognuno reagisce di fronte ad una enormità, contentandosi di una scrollatina di spalle o di un malinconico oscillare della grossa testa. Nessuno lo sentì mai alzare la voce. Sul più bello di una discussione nella quale stava per persuaderti (caso raro, perché di solito non lo capivi) ti lasciava, senza concludere la sua vittoria. Se mai sorrideva, era un sorriso che non dimenticavi più: niente ironia, niente superiorità: il bel sorrìso puro di un fanciullo. Ma sorrideva rarissimamente perché tutto ciò che vedeva, anche la più grossa stramberia, era per lui cosa normalissima e lo lasciava indifferente, o paternamente consenziente. Sorrideva di rado. Una vera risata, poi, non l’ha mai fatta ». Più oltre il Fucini ci dice: « Sempre spiantato e sempre trasandato nel vestire ma con l’indifferenza del gran signore, un giorno ti capitava davanti con un capo di raffinata eleganza: una cravatta, un paio di scarpe indubbiamente provenienti da un ottimo negozio. Ma il giorno dopo la cravatta era lordata da una larga macchia d’olio che lui non si curava di togliere e le scarpe erano orribilmente scalcagnate. Le aveva adoperate per una gita in montagna dove si era arrampicato di notte per assistere allo splendore dell’alba. E ti raccontava, senza enfasi però, la commozione che ne aveva provato. Ma se gli proponevi di ripetere la gita insieme ti guardava come se tu fossi matto ».


Ci ragguaglia Igino Mencarelli: “Keller era solito volare in abiti succinti, senza giacca, calzando in capo, in luogo del baschetto di cuoio, un fez da bersagliere munito di un lunghissimo cordone terminante in un grande fiocco: il cordone, come lui desiderava, si distendeva in aria, a guisa di una tremula manica a vento. E in volo talvolta leggeva tenendo il volume assicurato al ginocchio a mezzo di una funicella: leggeva l’Orlando Furioso, oppure liriche del Leopardi, del Petrarca, o tragedie di Shakespeare. Leggeva davvero perché, dopo l’atterraggio, più che riferire della missione compiuta, si preoccupava di commentare il libro che aveva letto in volo.” Personaggio eccentrico, Keller era un fanatico igienista, cultore del naturismo e del nudismo: girava sempre a torso nudo per il campo di aviazione e non si separava mai dalla sua aquila addestrata con la quale dormiva, quasi sempre seminudo, appollaiato in cima a un albero. Nelle giornate serene trascorreva le ore libere da impegni di servizio e di volo nelle campagne circostanti: si denudava, prendeva bagni di sole, faceva lunghe marce, corse ed esercizi ginnici. Atlantico Ferrari specifica: “Così disdegnava passare la notte nello ‘alloggio signori ufficiali’ e si era trovato un albero in fondo al campo, sotto al quale una squadra di soldati, con abbondante lavoro di badile, era riuscita a scavare una specie di grotta o di ricovero. Nelle ore di libertà saliva sull’albero, nudo completamente, e nell’aerea dimora svolgeva tutte quelle attività – anche le più naturali… – che molti uomini disimpegnano al livello del terreno.” Da molti definito “scapigliato”, il Keller era un esteta e un uomo d’azione. Appassionato di letteratura italiana e straniera, di arti figurative, musica, filosofia e sport, adorava il rischio ed era refrattario alla disciplina e alle convenzioni. Fu un precursore un ante litteram della contestazione. Del contestatore tipo ne aveva perlomeno tutti gli attributi formali: un gran barbone nero, capelli prolissi e scomposti e trasandatezza nelvestire. Sempre nudo nuotava in un torrente nei pressi del campo di volo, giocando quando capitava, come diceva lui, al “satiro ed alle ninfette” con le donne che in quelle acque lavavano i loro panni. Se le ragazze, che lo conoscevano, stavano al gioco e fuggivano ridendo e dandosi la voce, il parroco del paese vicino mostrò di non gradire affatto il turbamento del suo gregge. Questo eteroclito modo di comportarsi gli veniva facilmente perdonato anche dai superiori più esigenti e severi, in quanto lui, in fondo, dal punto di vista morale, aveva le carte in regola: come pilota era sempre il primo a levarsi in volo. Temperamento irrequieto, mistico e romantico, era innamorato dell’avventura per l’avventura, era così generoso tanto da regalare denaro anche a perfetti sconosciuti e censurava senza peli sulla lingua l’operato dei suoi comandanti. Ma nonostante le sue strampalerie, impennate ed insofferenze, mostrava all’occorrenza di possedere lo spirito pratico dell’uomo comune (fece costruire, a Sant’Anna di Alfaedo, un campo d’aviazione al di sopra delle nebbie della valle dell’Adige che ostacolavano le missioni dei piloti). Qui non trascurò le sue tendenze naturistiche, approntando, in un avvallamento del terreno, una sorta di « sala da bagno elioterapica ». E colà, con grande beatitudine, fra un volo di guerra e l’altro, faceva, completamente nudo, cure solari.


Il 15 Novembre del 1915 Guido fu nominato comandante della terza squadriglia aerea Aviatik.  Durante la guerra il Keller ha manifestato tutto il suo coraggio, in parte spericolato, ottenendo brillanti risultati bellici: l’abbattimento di cinque apparecchi austriaci. Tutto ciò gli ha permesso di ottenere tre medaglie d’argento al valor militare. In sintonia con il suo carattere “ un po’ guascone un po’ Don Chisciotte”, durante il periodo belligerante è stato protagonista di clamorose beffe irriverenti che avevano come bersaglio i suoi ufficiali superiori. Il comportamento trasgressivo del Keller era stravagante anche in battaglia. Oltre ai libri, sull’aereo che pilotava non mancava mai un servizio da te con la teiera ricolma di bevanda calda. Per le sue eccelse doti d’aviatore combattente venne arruolato nella 91° squadriglia del famoso comandante Asso degli assi Francesco Baracca. I due si incontrano la prima volta durante la battaglia del Solstizio (Giugno del 1918). Keller descrisse così le sue emozioni: «Ci siamo incontrati nel mondo colle ali dei Numi tutelari della Patria, desiderati dal vento che dona le più terribili conquiste. Ti seguivo tutto curioso di conoscere l’Esteta che aveva scelto un tappeto favoloso per il riposo della sua ala. Tu eri solo tra i fiori. Ci guardiamo negli occhi chiari, le mani strette nel guanto d’avorio si stringono nel caldo del sole. L’Ardente ha trovato Krisna il suo Dio». Spericolato ed imprevedibile, il Keller, asso di cuori, rischiava spesso la vita: affrontava ogni impresa aviatoria con grande eccitazione e con un’audacia al limite della follia e s’incantava a guardare i paesaggi che sorvolava tanto che il più delle volte perdeva di vista il proprio obiettivo e trascurava gli attacchi nemici.


Volare, per lui, era un momento estatico e da vero e proprio dandy. Dimenticava le artiglierie contraeree, gli scoppi degli shrapnels e le insidie dei caccia austriaci. S’ispirava ad una filosofia della vita così come l’avevano concepita gli antichi elleni: culto della bellezza in ogni forma, dell’eroismo, dell’atletismo, dell’affermazione individuale e dell’esistenza spartana. Ciò spiega, in certo senso, il suo slancio spavaldo e talora dissennato come combattente dell’aria.


Alla fine della guerra il Keller, definito un concubino del sole, viene ammaliato dal carisma dell’irredentista poeta-Vate Gabriele D’Annunzio. Conosciutolo a Venezia dopo l’armistizio, con convinzione decide di seguirlo a Fiume e di condividerne i destini. Diviene “Segretario d’azione del Comandante” che lo stima, ricambiandolo con lo stesso affetto paterno. “Il Comandante lo consulta e gli vuol bene. I bambini piccini credono che il Keller sia il Diavolo”. Guido era il solo legionario che poteva permettersi di dare del tu al poeta soldato con il quale aveva forti affinità caratteriali. Era un futurista e di lui si disse che riusciva a coniugare in se Gabriele D’Annunzio e San Francesco. Fu merito suo se il Vate riuscì a trovare gli autocarri per trasportare i legionari appiedati da Ronchi a Fiume.


Durante i 16 mesi dell’occupazione dannunziana (dal 12 Settembre del 1919 al Natale del 1920), Fiume si trasforma in una piccola contro società sperimentale che vive in un clima psicologico atipico e soprattutto avulso dalla morale corrente. Idee e valori sono completamente rovesciati: la norma diviene la trasgressione. Libertà sessuale, omosessualità, uso di droga, nudismo, pratica del ribellismo di massa e così di seguito. Tali manifestazioni collettive psicologiche e di costume sono documentate nelle visioni politico-sociali della Carta del Carnaroe della Lega di Fiume che avrebbero dovuto riunire i rappresentanti di tutti i popoli oppressi. La costituzione dello Stato libero del Carnaro, redatta dal D’Annunzio e da sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, riconosceva “la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di lingua, di stirpe, di classe e di religione” e veniva introdotta la pratica del divorzio come il diritto di lavoro per la donna. Nella Carta del Carnaro si sottolineava l’importanza della libertà di stampa, di riunione e di associazione e della garanzia di un salario minimo per tutti. A Fiume le donne ottengono il diritto a manifestare con il voto il loro parere, partecipano alle manifestazioni collettive e alle parate militari anche se il mondo fiumano rimane sostanzialmente un mondo maschile. Alcuni monaci chiedono di dismettere il saio e che gli sia concesso il matrimonio. Nella città occupata si incontrano nazionalisti e internazionalisti, monarchici e repubblicani, conservatori e sindacalisti, clericali e anarchici, imperialisti e comunisti. In realtà a Fiume convivono due anime, una fortemente tradizionalista e nazionalista e una trasgressiva e immaginifica che solo l’autorevolezza e il carisma del D’Annunzio riescono a tenere insieme.


Di questo fervore libertario risente anche la dimensione del tempo. I fiumani vivono in una sospensione temporale, una sorta di eterno e giovane presente che sembra essere privo di passato e di futuro ed ha come effetto uno stato febbricitante proprio non solo degli ideatori dell’impresa ma anche dei legionari. Una febbre fatta, nei più risoluti, di orrore per la vita dura e grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la Monarchia e per la Repubblica: di nichilistica aspirazione, in fondo, di finire in bellezza, in una specie di orgia eroica, questa inutile e stupida vita. Il Motto dei legionari era: «Me ne frego!» ed i cuori delle fanciulle si facevano rapire. Passavano svelti sfiorando la terra, il torso nudo, le gambe nervose, cantando inghirlandati di fiori dopo il nobile esercizio delle armi.


L’esplosione sfrenata di questo stato d’animo fu forse la caratteristica più importante dell’ambiente legionario fiumano e segno di una situazione politica intrinsecamente rivoluzionaria in cui D’Annunzio si trovò, un certo momento, ad esserne il capo, mandato avanti piuttosto dalla forza degli eventi che da una sua chiara volontà politica. Sotto il governo di un poeta-guerriero la città diventa il crocevia di sperimentazioni trasgressive: si fissano nuove regole, ad esempio, nei rapporti fra esercito e Stato Maggiore, un rapporto basato sulla fiducia che i sottoposti accreditano solo al loro Comandante.


In questo clima, attraversato da tensioni opposte e contrastanti fra moderati, radicali e ribelli estremisti, si consuma l’esperienza di Fiume dalla quale nasce l’associazione Yoga (un gruppo con tendenze esoteriche e naturistiche, nudismo compreso), ovvero “L’unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Ideata dal Keller e dal suo più affezionato amico Giovanni Comisso (un futuro scrittore e critico di grido che definì Fiume Il Porto dell’Amore), voleva contrastare gli elementi moderati e restauratori che circondavano il D’Annunzio, tentando di portarlo a più miti consigli. Lo Yoga era un ossimoro ideologico: un futurismo antimoderno. Ci racconta il Comisso: “Un giorno sulle scale dell’albergo mi incontrai con l’aviatore Guido Keller, segretario d’azione del Comandante. Guardavo questo uomo strano di volto in cui brillavano acutissimi gli occhi neri che mi scrutavano dalla testa ai piedi. Quando fummo vicini, mi tese la mano e subito ci mettemmo a parlare. Parlammo di fare la rivoluzione che cominciasse a mutare l’ordinamento dell’esercito, di abolire i gradi superiori al capitano, di ricreare le antiche compagnie di ventura di tradizione italiana, di prendere l’ardito come tipo esemplare del vero soldato italiano e di modificare la divisa, abolendo il colletto chiuso e la inutile spada”. Guido, infatti, fu un vero un fustigatore della frangia reazionaria fiumana, patriottica si, ma monarchica e conservatrice.


 

Anche l’economia della dannunziana “città di vita” era singolare: il governo di Fiume realizzava le sue entrate non da tasse ed imposte ma dalle ruberie degli Uscocchi e dalle donazioni di generosi sostenitori anonimi o illustri. Ricordando le imprese degli Uscocchi, pirati balcanici del Cinquecento, il Vate battezzò nello stesso modo i suoi legionari pronti a tutto e specializzati in colpi di mano terrestri e marittimi. E così, scardinate le regole, Fiume diviene simbolo di una politica-vacanza che sembra muovere dagli orrori della grande guerra e per dimenticare propone la festa sia come sublimazione dell’iniziativa politica che come momento di gioco, di danza e di mascherata. Completa libertà sessuale professata dalle donne e raccontata dai futuristi in romanzi e novelle a sfondo erotico-sociale ed arditi spettacoli teatrali completano il quadro d’insieme. Il Comandante stesso arringa quotidianamente la popolazione fiumana, dando il via a quella spettacolarizzazione della politica che poi il regime fascista metterà a punto di lì a qualche anno, riprendendone i riti, le parate e la spinta emotiva per capovolgere l’ordine costituito.


A Fiume il Keller dirige L’Ufficio Colpi di Mano: l’organizzazione che progetta e prepara le temerarie azioni degli Uscocchi. Ecco allora i sequestri di navi, i dirottamenti dei treni e le razzie a carico dei depositi dell’Esercito Regio. Guido si fa anche portavoce dei programmi dannunziani irredentisti che prevedono sommosse in Serbia, in Dalmazia e nel Montenegro. Nel frattempo non disdegna ideare azioni beffarde che suscitano l’ilarità dei cittadini fiumani. Keller fu autore di imprese da corsaro in circostanze spettacolari come quando, mancando gli approvvigionamenti a Fiume, razziò un maiale caricandolo sull’aereo. Il peso del maiale sfondò il fondo del velivolo e Keller si trovò a volare con un originale carrello di atterraggio.


Keller, inoltre, dà vita a una compagnia destinata alla guardia del corpo del Comandante (come si fa chiamare il D’Annunzio), denominataLa Disperata e formata da un gruppo di giovani soldati scapestrati che non furono accolti dal Comando e si accamparono nei cantieri navali della città. Il loro modello era la Legione Tebana.


Keller attribuì la mancata annessione di Fiume all’Italia all’allora presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti (denominato dal D’Annunzio Cagoia) e trovò il pieno consenso di tutti i legionari. È in questa ottica che Guido compie la sua impresa più memorabile: vola su Roma e lancia tre “messaggi”, rispettivamente sul Vaticano, sul Quirinale e su Montecitorio, con lo scopo di perorare la causa dannunziana e colpire l’opinione pubblica italiana.


Così ce la racconta: “Giunto a destinazione (14 Novembre del 1920) offro al Vaticano delle rose rosse per Frate Francesco, sul Quirinale lancio altre rose rosse alla Regina e al Popolo, in pegno d’amore. Su Montecitorio scaglio invece un arnese di ferro smaltato(un pitale), con uno striscione di stoffa rossa, delle rape legate al manico e un messaggio: Guido Keller – Ala Azione nello splendore – dona al Parlamento e al Governo, che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore. Roma, 14 del terzo mese della Reggenza”. Il gesto viene spesso ricordato come una folkloristica performance di un reduce invasato. In realtà ha tutti i connotati di un’opera d’arte, di un capolavoro dadafuturista. Ripresa la via del ritorno, il Keller volse la prua non già su Fiume, ma in direzione di Spalato, al fine (sono sempre sue parole) « … di provocare colà i Vespri Spalatini, approfittando ancora della presenza della nave Puglia, alla quale i serbi avevano ucciso il comandante e l’ufficiale in prima ». A causa di una bufera fu costretto ad atterrare nel territorio del Repubblica di San Marino dove seppe conquistarsi la benevolenza del Reggente e dei Notabili del luogo. Rientrò a Fiume indisturbato.


Quando la rivoluzione fiumana venne esportata sulle altre isole della Dalmazia e si vociferava di estenderla a tutti i balcani e all’Italia, a Roma si ritenne necessario intervenire..L’esperienza di Fiume giunge a termine il Natale del 1920. Dopo 5 giorni di scontri, le truppe del generale Caviglia, per ordine del presidente Giovanni Giolitti che nella sua prosaicità borghese non poteva certo comprendere né tanto meno giustificare le stravaganze fiumane, impongono la resa agli insorti di Fiume. Anche in questa occasione il Keller si distingue per la sua originalità: va incontro alle truppe governative su di un cavallo bianco, brandendo come unica arma una cannuccia di bambù.


Dopo l’esperienza di Fiume, Keller non riesce più a trovare un suo equilibrio anche a causa dell’abuso di cocaina. Si trasferisce prima in Turchia, dove cerca di allestire, fallendo, una scuola di pilotaggio, poi a Berlino, dove si distingue per il suo anticonformismo. Con l’intento di fondere le repubbliche sudamericane, si lancia in un’impresa rivoluzionaria: sottrarle dal giogo dell’imperialismo economico galoppante degli Stati Uniti. Ecco le sue parole: “La bella tradizione di fede à dilagato il suo respiro nelle terre d’oltre mare. I morti sono pari a quelli di Fiume. Seguo il cammino dettato dal destino: ho cercato la mia terra tranquilla lontana e come Ulisse sono caduto dalla padella nella brace”.


Tornato in Italia, dopo aver aderito al fascismo, anche se i fascisti non si fidarono mai di lui per le sue aspre critiche (non mancò di denunciare il conformismo e la degenerazione del “fascismo regime”), venne inviato in missione commerciale nell’America Latina (Brasile, Cile, Perù e Venezuela). Con l’ebrezza del pioniere risalì l’Orinoco sin quasi alle sue sorgenti, attraversò con un avventuroso viaggio la Guaiana, raggiunse il mare Caraibico. Affascinato da quelle terre selvagge e inesplorate, rimpatriato che fu elaborò progetti velleitari di traffici commerciali da esercitare, con idrovolanti, lungo i fiumi e le coste brasiliane, colombiane e venezuelane.


In Patria nel 1928, Keller si lega ai futuristi e sogna progetti come la Conquista del sole (uno spettacolo aereo che prevedeva la collaborazione del pittore e pilota futurista Fedele Azari, in arte Dinamo) e la Città di vita, un luogo isolato per artisti ed esteti in cui riprodurre l’idea della vita-festa concepita a Fiume, ossia la concezione della vita come momento perennemente ludico che non significa disimpegno o disattenzione. Il luogo da lui prescelto per la Città di vita era l’isola Maggiore sul lago Trasimeno. Mentre sono diretti a Vallombrosa in cerca di sovvenzioni, Keller muore (il 9 Novembre del 1919), nei pressi di Otricoli (in provincia di Terni), in un incidente stradale insieme a due amici e colleghi, Vittorio Montiglio e Giovanni Battista Salina. La macchina del Keller, a causa dell’asfalto reso viscido per la pioggia, ha urtato violentemente contro la spalletta di un ponte. Keller e Montiglio morirono sul colpo, Salina si spense all’Ospedale di Magliano Sabina ventiquattr’ore dopo. Al Vittoriale, sul Colle delle Arche, Guido viene sepolto vicino alla tomba di Gabriele D’Annunzio.


Hanno detto del Keller: “Di razza mista, fra giudaico e germanico, ma fiorentinizzato (dopo Torino Keller si era trasferito con la famiglia a Firenze), vestito di un’eterna casacca kaki lunghissima, gran signore stravagante, spericolato aviatore, mistico, liberato e rigido, mefistofelico e caotico, generoso, pronto ad esaltarsi, eccessivo in tutto, carico d’intuito non meno che d’istinto, decadente, incoerente, rimbaudiano, unico, egli appariva come il ‘puro folle’, un cavaliere del Graal, un artista del Rinascimento, un templare d’Italia ed anche un masnadiero vagabondo, un romantico che aspirasse ad una fine geniale ed eroica da teatro”. “Avrebbe potuto essere un satiro, un monaco in Umbria, un brigante in Calabria, un corsaro ad Algeri”. “Maestro senza discepoli, capo senza partigiani, console senza littori”. “Guido Keller: il cuore di San Martino, la barba di Rasputin, lo sguardo di Machiavelli”, ecco chi è il protagonista di questo libro. Come ha fatto Enea con Anchise, o Pinocchio con Geppetto, o, forse, come Sisifo con la pietra, la figura di Guido Keller, tutto genio e sregolatezza, emerge come quella di un eroe che si giova della giovinezza per portare sulle sue spalle il vecchio Vate guerriero, il nazional imperialista Gabriele D’Annunzio, un uomo la cui “vita inimitabile” ha fatto si che “la sua anima vivesse come diecimila”.


Con la condanna del regime negli anni successivi alla Liberazione si cancellerà  con un colpo di spugna il ricordo imbarazzante dell’episodio fiumano, buttando così con l’acqua sporca della dittatura fascista tutto quello che aveva avuto legami ideali o formali con il littorio, senza porsi il problema di analizzare le varie componenti eversive che caratterizzarono l’impresa dannunziana irredentista. La stessa sorte toccò al movimento futurista, uno dei più vivaci movimenti di avanguardia del Novecento che non a caso ebbe molta più risonanza all’estero che non Italia, dove solo di recente è stato rivalutato dal punto di vista della notevole spinta trasgressiva ed rivoluzionaria che ebbe nella elaborazione di un pensiero estetico autenticamente innovativo e di portata internazionale.