Fotografi ciechi Il museo delle ombre di Gesualdo Bufalino

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Ci sono autori che rincorrono disperatamente il successo, fino a far divenire la loro vita un immane sacrificio per la fama, la gloria letteraria, a volte perdendo di vista la qualità stessa di un’opera, ed anche la ragione per la quale la si scrive

Abbiamo dunque carta straccia, “colla” che però vende milioni di copie, con autori ben consci che se, cosa molto difficile, saranno ricordati in futuro, sarà soltanto come esempi ridicoli e negativi, capaci di ben descrivere un popolo che della cultura ne ha fatto un simbolo indecifrabile e dunque incomprensibile. Non farò nomi, diciamo che questi autori possono essere situati lontani dal concetto di letteratura e cultura di almeno tre metri (sopra il cielo).

Vi sono però anche altri autori, casi sporadici certamente, che non solo non apprezzano, ma addirittura scherniscono e fuggono la fama. Non interessa loro, e forse a ragione: perderebbero la loro spontaneità; o forse perché un libro è un fatto talmente intimo che, una volta concluso, si decide di non pubblicarlo, perché si è già soddisfatti così, o anche perché oggi la fama non è un valore positivo, basti guardare chi imperversa nelle televisioni e sulle principali testate giornalistiche italiane (ed essere mischiati a loro spesso equivale ad essere equiparati a loro).

Gesualdo Bufalino, amico e conterraneo di Leonardo Sciascia, pubblicò il suo primo romanzo, “Diceria dell’untore”, dopo notevoli inviti dell’amico e della casa editrice Sellerio, soltanto nel 1981, a sessantuno anni, dopo una vita passata a Comiso ad insegnare nei licei.

Con questo romanzo vinse il premio Campiello ed iniziò la sua carriera letteraria, o meglio, concesse al pubblico la visione delle sue opere, e proprio da una parte storpiata del titolo dell’ultima, “Tommaso ed il fotografo cieco”,  nasce il titolo di questo articolo.

Per una tragica ironia della sorte, morì nel 1996 non di vecchiaia ma in un incidente stradale, privando l’Italia di uno dei suoi più validi (ed ignorati dalla massa incolta) autori.

Bufalino ci donò, oltre che a numerosi romanzi, in una breve opera, dal nome “Museo di ombre” (Sellerio 1982), un piccolo pezzo di mondo che sempre di più pare scomparire, con la magia che possiedono gli ultimi raggi di sole ingoiati da un’implacabile notte.

Una risposta, se vogliamo, alla modernità che non solo rinnova il contesto nel quale viviamo, ma omologa, e nell’omologazione annulla ogni cosa, tradizioni, ricordi, sotterra passati che sarebbero piuttosto da tenere costantemente in vita, demolisce la memoria, rendendoci uomini culturalmente sterili, privi di passato (e dunque incapaci di costruire un valido futuro), uomini vuoti.

In questo piccolo libro, edito da Bompiani in una versione particolare, nella quale sono in allegato fotografie che ben si abbinano con la materia trattata, Bufalino propone un meraviglioso excursus in una Sicilia di settant’anni addietro, mostrandoci, corredati da introduzioni tanto brevi quanto pregne di emozione, mestieri ormai inesistenti, oppure inesorabilmente modificati, luoghi pervasi dalla magia che solo i ricordi posseggono e che solo il ricordare emana, figure, ombre di paesi scomparsi, nella memoria e nella realtà.

Il fantasma di un mondo che sta per essere totalmente dimenticato, presentato direttamente da chi quel mondo lo ha vissuto, giorno dopo giorno, da chi quella realtà l’ha amata, sempre: Bufalino nacque e morì a Comiso.

E così troviamo, in questa miniatura letteraria che da sola è dimostrazione dell’infinito patrimonio culturale del sud, del meridione così tanto disprezzato da gente che questa cultura se la sogna, la figura della “’a fimmina re sanguetti”, la “donna delle sanguisughe”, che applicava le sanguisughe dietro le orecchie dei malati, oppure “‘a casa abbrusciata”, un luogo la cui semplice descrizione è capace di demolire le nostre metropoli così piene di niente e così vuote di tutto.

E se le descrizioni di questi frammenti di mondo che scompare non bastano, vi sono, oltre alla prefazione dell’autore all’intera opera, le introduzioni di Bufalino alle varie sezioni, che costituiscono dei microscopici saggi monopagina, scritti con la tipica maestria dell’autore, fra ironia e amarezza, come quello introduttivo ai luoghi di Comisso: “La morte di un luogo è triste quanto la morte di un uomo (…) E sarà per un difetto vergognoso dei nervi, ma io non saprò mai abituarmi al mutare delle cose e lo subirò sempre come la soperchieria di un potente. E mi sentirò sempre tradito, tutte le volte che, invocata per nome, finge di non udirmi o mi guarda senza capire, la mia stupida Itaca da cui non sono partito.”.

Perdendo il passato, ci mostra Bufalino, distruggiamo il futuro; ma lungi dall’essere tale libro un desiderio di tornare indietro: si sa che il mondo va avanti, sempre e comunque, life goes on….l’unica speranza dell’autore appare quella di non permettere che certe usanze, che tutto un certo mondo crolli nell’oblio, nella tenebra dell’ignoranza, come sta accadendo.

Uno fra i passi più belli di “Museo D’Ombre”, degna bandiera dell’opera, recita così, e non serve aggiungere altro: 
“ (…) Ma all’imbrunire verso la casa abbrusciata, relitto di chissà che indecifrabile disastro, si dirigevano in cerca di frescura i lenti passi dei giovani. Ci si sedeva su un muricciolo, ci levava la mano al ramo di pesco che ci cresceva sopra la testa, si parlava, si taceva. Sulla campagna sorgeva piano piano la luna. Era bello. ” 
 
 
Leone Silvano