LA BABELE DOPO L’APOCALISSE

0
1028

La popolazione dell’Aquila prima del terremoto si aggirava intorno ai 70.000 abitanti e comprendeva tantissimi stranieri. Moltissimi erano studenti, ricercatori, scienziati, musicisti ed artisti impegnati nell’ Università

, Conservatorio musicale “Casella”, Accademia delle Belle Arti ed Accademia dell’Immagine,  altri erano a lavoro nelle nostre case come badanti  degli anziani e bambini,  o lavoravano nelle numerose piccole e medie imprese presenti sul territorio. Il che dava alla nostra città un aspetto di novità, sentire lingue diverse durante la passeggiata per il corso era il segno di tempi nuovi, ed anche di un raggiunto benessere da parte di tante famiglie che potevano permettersi il lusso di una badante o colf in casa. Riporto come esempio di incontro/scontro di culture un modo di commentare la forte presenza straniera nelle nostre case, sentito di recente. “Ma quanto sono sciocchi gli italiani, lasciano a noi stranieri le cose più preziose che hanno: le case, i genitori ed i figli.” C’è ampia materia su cui riflettere.

Il terremoto di aprile con le sue distruzioni ha dato una spinta di accelerazione fortissima al fenomeno dell’immigrazione nella nostra città. 

Da due mesi faccio un po’ di volontariato presso il campo base della Croce Rossa Italiana, ex Italtel,  un ottimo punto di osservazione dell’evoluzione della vita cittadina, sette  mesi dopo il terremoto.

Il numero delle famiglie assistite dalla CRI è cresciuto a dismisura, con  una larghissima maggioranza di famiglie straniere, provenienti dai paesi dell’ Europa dell’est ed anche dal Sud America. In genere si tratta di donne giovani che chiedono assistenza per il nucleo familiare che comprende bambini piccoli e ragazzi in età scolare. Parlano poco italiano, quel tanto sufficiente per farsi capire da noi, si rivolgono ai bambini nelle loro lingue di origine.

Poco più  in là, fuori del campo c’è uno spazio con una  mensa, bar, edicola e tabaccaio. Verso l’una la mensa e lo spazio esterno sono  pieni di uomini in tuta da lavoro, che parlano lingue straniere e fanno la fila per mangiare. Sono la manovalanza dei molti cantieri aperti per la costruzione delle case nuove e dei pochi, finora, sorti per la ricostruzione e ripristino delle case preesistenti. Sono tantissimi lavoratori, in giro per L’Aquila non se ne erano mai visti tanti,  tutti lo stesso tipo di persone, operai in tuta che non parlano l’italiano.  Di aquilani per ora, se ne vedono pochi. Ancora a migliaia sono sparsi lungo la costa, con la prospettiva di rimanervi a lungo, specialmente quelli provenienti dal centro storico, zona rossa. Mi dicono che dopo le sei del pomeriggio la città diventa un deserto, un buco nero.

Dunque l’idea che L’ Aquila  stia  rapidamente cambiando nel suo tessuto sociale, dopo avere perso o subito danni gravissimi  nelle sue architetture sette-ottocentesche,  è quanto mai attuale e viva. La città sta diventando veramente multietnica, è come se il terremoto avesse fatto esplodere non solo i vicoletti  e le mura medievali, ma anche la sua composizione sociale, prima prevalentemente formata  nel centro storico di classe media impiegatizia, professioni e commercio,  tutt’intorno una buona agricoltura contribuiva a creare ricchezza e cibo ottimo e sano.

Finita la costruzione delle case nuove, dovrà incominciare la ricostruzione nel centro storico   che richiederà la presenza di chissà quanta gente e per quanti anni.  Sufficiente perché una nuova generazione di aquilani dalle origini, lingue e culture più disparate cresca nelle nostre scuole. Quelli che sembravano problemi lontani delle zone ricche del nord, di colpo, non gradualmente, diventano  problemi nostri. Vedo la città futura come un grosso laboratorio  per la sperimentazione di modelli di crescita nel campo scientifico, tecnologico e sociale. Insomma è un’occasione storica di rinnovamento non solo delle nostre pietre, ma anche della nostra mentalità che ora come non mai deve essere aperta ad accettare il diverso ed a valorizzarne le potenzialità di crescita  economica e culturale, per tutti. Insomma siamo difronte alla possibilità di uscire da un altero provincialismo, portatore di valori forti di origine cattolica ma limitato nelle conoscenze,  concentrato su se stesso, poco attento anzi timoroso del diverso e dello sconosciuto proveniente da territori di cui spesso si ignora la esatta posizione sulla carta geografica. Mi accorgo che in geografia in direzione ovest siamo tutti piuttosto bravini, ma in direzione est abbiamo vaste zone nebulose.

E’ la grande sfida che il destino, in questo caso la faglia su cui si trova la città,  ci ha dato e che metterà alla prova intelligenze,  capacità di adattamento, lucidità di progettazione. Sarà un periodo stimolante per le nuove generazioni che vogliano impegnarsi nella ricostruzione delle mura e del tessuto sociale e culturale della città.

Insomma le ali  dell’Aquila avranno delle penne nuove, con un po’ di ottimismo me la immagino (non ho più il tempo per vederla) pulita, verde, luminosa, multietnica, multiculturale, con tantissimi  abitanti uniti da un buon italiano e che mantengono vive le lingue e le culture dei gruppi di origine.