EUROPA E ROM:DOPO I FATTI DI ALBA ADRIATICA, PARLIAMO DEI ROM

0
1306

Qualche giorno fa, durante una rissa scoppiata davanti a un bar di Alba Adriatica, è stato pestato a morte un commerciante del luogo, Emanuele Fadani, 37 anni.

Due nomadi, cittadini italiani, residenti nella cittadina balneare del teramano, sono stati arrestati con l’accusa dell’omicidio. Dopo il grave fatto di sangue si è svolta un’agitata manifestazione di protesta davanti al quartiere rom, mentre il giorno successivo è stata la stessa comunità Rom residente nel luogo a rivolgersi ai carabinieri per chiedere maggiore protezione e al sindaco per il risarcimento dei danni subiti nel corso della fiaccolata di protesta. Al di là del grave fatto specifico, su cui sta indagando la Magistratura di Teramo per accertare le responsabilità e punire i colpevoli, l’occasione consente di approfondire la questione dei Rom in Europa.

I Rom costituiscono la minoranza più numerosa dell’Unione Europea, ma la loro presenza nelle vicende del continente è del tutto trascurata. Non solo: le persecuzioni antizingare che hanno insanguinato l’Europa occidentale sono ampiamente censurate, così come la loro schiavitù in alcuni paesi del Sud-Est europeo. Allo stesso modo la loro resistenza per il mantenimento di un’identità distinta e fortemente caratterizzata è generalmente misconosciuta e il loro radicamento in tante realtà locali è ignorato o sottostimato. Immersi e dispersi nella storia e nella geografia d’Europa, in mezzo alle altre popolazioni e all’interno degli Stati che si sono costruiti e demoliti, i Rom hanno edificato da sé le proprie identità e le proprie “Europe”. Loro vivono giorno per giorno, godendo ad ogni istante della loro vita: un mondo lontano dai nostri schemi, fatto di magia ed esclusione, drammaticamente incamminato verso un futuro senza futuro. Un loro motto recita: "Seppellitemi in piedi, sono restato in ginocchio per tutta la vita". Si tratta di organizzazioni sociali arcaiche, chiuse, patriarcali, che non si fanno scalfire e si basano esclusivamente sull’endogamia, non mescolandosi ad altri. Un popolo nomade e stanco di persecuzioni, da sempre identificato con lo “straniero”. Sono guardati da sempre e dovunque (o quasi) con sospetto, chiamati Rom o zingari o Romanì, indifferentemente, ma probabilmente di origine differente.

Secondo gli studiosi l’etnia viene dall’India, dove Rom identifica genericamente gli artisti – ballerini, attori e percussionisti – che trasmettevano al popolo la saggezza ed i kalé o gitani, che dai Rom discendono, che si diffondono, anche con il nome di Sinti (o sinte) in Spagna e in Sud America. I Rom in Italia giungono a partire dal XV secolo (si dice  nel 1392, come conseguenza della battaglia del Kosovo fra le armate ottomane e quelle serbo-cristiane che, con la vittoria delle prime, affermò l’influenza islamica nei Balcani) e si suddivisero, poi, in dieci gruppi. I Rom abruzzesi e molisani: i più tradizionalisti, i napoletani: fortemente mimetizzati nel capoluogo e dediti,  fino ad una trentina d’anni fa, alla fabbricazione di arnesi per la pesca e all’allestimento di suggestivi spettacoli ambulanti; poi i cilentani (una comunità di 800 persone che vive a Eboli, con alcuni membri femminili che hanno raggiunto la laurea), i  lucani (una delle comunità più integrate), i pugliesi e calabresi (i più poveri di tutta Italia: 1.550 di essi vive ancora in baracche) e i camminanti.  Poi le comunità minori:  i Sinti giostrai, sparsi soprattutto tra il nord e il centro Italia, che sono almeno trentamila; gli harvati che è lo sviluppo attuale del sottogruppo dei kalderasha, circa 7 mila persone arrivate dal nord della Jugoslavia dopo le due guerre mondiali, e ,infine, i Rom lovara (non più di mille), che chiudono il gruppo.

Il rapporto annuale dell’Opera nomadi è impietoso nel tratteggiare le caratteristiche del mondo Rom nel nostro paese: “quasi totale disoccupazione, analfabetismo diffuso, degrado ambientale, emergenza abitativa, emarginazione sociale, devianze varie (leggi microcriminalità), tossicodipendenza, alcolismo, condizioni igienico sanitarie allarmanti”. Ma per la stessa organizzazione è un errore affermare che  “tutti i Rom delinquono”, anche se  è pure vero che esistono comunità che “delinquono al cento per cento”. La materia è bollente e il pregiudizio nei confronti dei Rom è un fuoco che già brucia e non ha bisogno di altra legna. Chi si occupa seriamente e serenamente di Rom pensa che è ragionevole stimare che solo il 10 per cento dei 160 mila sia integrato, con individui che lavorano nel commercio, a volte anche nei servizi pubblici o fanno i muratori. E il restante 90 per cento? Un’altra caratteristica, che diventa un problema. Ciò che conta in primo luogo per lo zingaro è la famiglia, il nucleo costituito da marito, moglie e figli. Al di là del nucleo famigliare si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Oltre alla famiglia estesa, presso i Rom esiste la kumpánia, cioè l’insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo ed allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini.

Strana e misteriosa etnia, poco integrata, certo, ma anche vittima di molti pregiudizi. Ad esempio, una ricerca dell’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione del gennaio di quest’anno dice che alla domanda “Quanti sono i Rom e i Sinti in Italia?” il 35% degli italiani pensa che sono più di mezzo milione, mentre solo il 6% pensa correttamente che sono intorno ai 130 mila e l’altro 59% risponde che non lo sa. Il 24% sa che più della metà dei Rom sono cittadini italiani, il 16% che i Rom non sono più prevalentemente nomadi, il 37% sa che non sono un popolo omogeneo per cultura e paese di provenienza e solo lo 0,1%, uno su ogni mille abitanti, ha tutte quattro le informazioni.

Dijana Pavlovic, attrice, giornalista e attivista Rom di origine serba, ha scritto un libro, all’inizio di quest’anno, intitolato “Rom e Sinti in Italia” (Ediesse, pp. 268, euro 15), che è una raccolta di saggi promossa dall’Associazione Sucania e dalla Fondazione Anna Ruggiu, sulle problematiche della non conoscenza e degli stereotipi negativi che gravano sull’etnia minoritaria e insieme sui diritti che ancora oggi le vengono negati. Davanti al gravissimo pregiudizio che negli ultimi anni è andata via via inasprendosi nel nostro paese (l’unico in Europa e forse nel mondo che dal 1998 si è dotato di una legislazione speciale che in luogo del diritto comune ha imposto per i Rom una serie di norme tanto vessatorie quanto discriminatorie, come quella sulle impronte digitali per i bambini), il volume propone numerosi interventi volti da una parte a ricostruire il percorso millenario che ha portato l’etnia Romané in Europa e dall’altra a fornire un approfondito quadro analitico dei meccanismi attraverso i quali si sostanziano tanto la sua oggettiva emarginazione, quanto i comuni sentimenti di rifiuto che la circondano. Sentimenti che si agitano, d’intolleranza giustizialista in occasioni come il recente delitto “fotocopia” di Alba Adriatica, sordido episodio di violenza di singoli che ricade addosso ad intere comunità.

Così tutti sono pronti a ricordare e rievocare i fatti efferati e dimenticato episodi in cui i Rom sono vittime o cittadini esemplari. Ad esempio fatti incresciosi e drammatici come quello accaduto il 3 novembre a Messina dove un bimbo Rom di 4 anni, di nome Mirko, travolto da un’auto pirata in pieno centro cittadino, è sballottato da un ospedale all’altro e muore in elicottero mentre lo portano, tardivamente, a Catania,  unico ospedale a dichiararsi disponibile al ricovero. E nessuno si chiede come sia possibile, da una comunità tanto asociale, possa emergere un ragazzino di 9 anni, che a rischio della sua vita salva un adolescente italiano di 12 anni  che stava annegando in una piscina di Pavia. Tutti si dimenticano di documenti che dimostrano che in città di alta civiltà, nella civilissima Italia, non sono infrequenti gli atti di intolleranza e di pulizia etnica contro i Romanì. Si pensi alla serie infinite di iniziative da “pulizia etnica” a Milano dal 2006 e, ancora, al fenomeno di “intolleranza rossa”, denunciato lo scorso 3 novembre su Adnkronos, da Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne,  che hanno inviato una lettera al nuovo segretario del Pd Pierluigi Bersani e a Martin Schulz, presidente dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo, in cui descrivono la drammatica condizione e della comunità Rom di Pesaro.

Di fatto, in Italia, l’intolleranza rossa è ormai un fenomeno grave e diffuso come quella che caratterizza le politiche di un centrodestra alleato con movimenti razzisti e, molto spesso, le stesse  opinioni di alcune assistenti sociali sui Rom sono agghiaccianti e irriferibili. Rifacendosi al titolo del libro  presentato a conclusione dei lavori della conferenza della Federazione Romanì, il 2 novembre a Roma, dobbiamo dire che “nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo, gli uomini si liberano insieme”, conoscendosi e comprendendosi. La reazione che registriamo nelle diverse comunità dopo ogni episodio che riguardi singoli Rom, è la dimostrazione del fallimento delle politiche del passato, sia dei governi di destra che di sinistra, capaci di acuire sentimenti critici basati su pregiudizi, che continuano ed essere  riproposti e reiterati. Di fatto, nonostante la comunità dei Rom e dei Sinti rappresenti, in Italia, una minoranza linguistica e culturale storica, la legislazione non le riconosce tale status. La situazione, già difficoltosa per la comunità storica, presenta aspetti particolarmente problematici per quella immigrata, tuttora priva della cittadinanza e spesso relegata ad abitare nei cosiddetti "campi nomadi".

Invece di frasi vuote, di vuoti annunci o di ronde di controllo, occorrerebbe attivare seriamente politiche radicalmente diverse dal passato, politiche che abbiamo un successo concreto e visibile nel migliorare le condizioni di vita di Rom e Sinti, che vivono, nella più parte dei casi, senza luce, senza riscaldamento, senza assistenza sociale, oggetto di grave discriminazione, sempre a rischio di sgombero o di violenze razziali, evacuati persino dalle baracche sotto i ponti. Per prima cosa, nel profilo integrativo, occorre garantire una vera partecipazione scolastica ai bambini Rom e Sinti, che in larga parte frequentano la scuola elementare (e spesso beneficiano anche di un progetto di scolarizzazione), ma non riescono ad acquisire la strumentalità di base utile per poter continuare gli studi. Una società si cambia e migliora, cambiandone gli individui in crescita. Ora, in Italia, la finalità del percorso scolastico è quella di dare anche ad ogni bambino un processo di insegnamento/apprendimento senza discriminarlo, ma è disonesto chi non riconosce oggi la discriminazione per un generalizzato insuccesso scolastico del bambino Rom. Una doppia beffa, poiché  oltre ad essere discriminato il bambino Rom non ha le corrette opportunità per impossessarsi dell’istruzione, strumento essenziale per non essere escluso nel futuro. E non diventare un individuo asociale, a causa non della sua etnia o genia, ma solo come frutto di discriminazioni.