L’Usignolo e La Lumaca

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L’idea di agevolare lo studio dei poeti contemporanei nelle scuole, integrandoli agli eccelsi ma ormai consueti foscoleopardiparinipetrarca, merita un seguito e ben più d’una riflessione. Esistono opere umane che non sono fatte per essere esposte, recitate, lette, ammirate, ascoltate, suonate. Sono scritture senza alcun valore di mercato, eppure d’enorme portata interiore. E’ un lusso che talvolta gli artisti si concedono e che a molti resta sconosciuto, proprio perché poco o per nulla "introdotti" all’interpretazione dello stesso. Non stupisce perciò che la politica, per fare un paragone illustre, violenti a suo modo questi capitoli di estro sublime, tracciando programmi colmi di equilibrio e buonsenso, purtroppo fatti per non essere messi in pratica. Sono esercizi di stile come le auto sperimentali, le fotografie ritoccate, gli abiti da passerella: servono da richiamo, non sono in vendita. Nessuno di essi è una promessa insostenibile, eppure vengono puntualmente disillusi, sconfessati. L’onorevole di turno gode così di un diritto alla menzogna che non si concede più neanche ai bambini. A pochi rappresentanti di partito viene accordato di esprimere il loro talento nella lealtà, e se per caso questo prende il sopravvento si provvede a precipitarli in uno stato di precarietà simile a quello dei volatili più eleganti, che frastornati dalla loro voce cercano di disfarsene. La capacità di accordare parole & pensieri viene istruita in famiglia, in facoltà, in consiglio comunale e in campagna elettorale, di fazione in fazione fino alle poltrone più ambite. Senza vertigini, poiché si sale precipitando, protesi a copiare quei suoni fino a farli propri, dandogli una personalità, oltre a una dignità d’aria e d’inchiostro. Si finisce nei blog, sui giornali, nei rimpalli del Web, e dallo spazio di un forum agli echi del mondo il passo è breve. Per "sdoganare" nomi e cognomi serve gonfiare il petto come l’usignolo, che cinguetta fino allo sfinimento, quasi cercasse un varco per sfondare la sua voce. Le parole sono gusci vuoti in cui sistemiamo le ombre, per dare consistenza a ciò che manca. Crostacei e molluschi sono già fuggiti, nel tentativo di trovare una sistemazione meno provvisoria. Loro appartengono alla parrocchia delle cose autentiche, non hanno tempo per le illusioni, hanno bisogno di riparo per vivere, crescere, riprodursi e garantire al mondo una continuità. Se non quella dei massimi sistemi, almeno quella delle piccole cose, perché è grazie ad esse che si ha un substrato dove costruire le più grandi. La poesia è una di queste. Testimone e martire dei tempi, non può arroccarsi sulla torre dell’autocompiacimento e insistere su un passato tanto fertile quanto incongruo, perché è vero che l’arte si è prostituita e continua a farlo in ogni maniera, ma non possiamo ridurre la letteratura a un’azione simile alla stampa delle banconote. Benedetti siano gli scopritori di chi non ha avuto il favore delle antologie, di chi ha assopito la propria vocazione in libercoli di rincalzo per una vita, senza arrendersi ai solleciti avversi della sorte. Venga pure l’insegnamento che fa della cultura globale un Vangelo, che non considera soltanto il fumo dei secoli, dove qualcuno ha ormai consumato l’arrosto, e non è rimasto lo spazio per placare la fame. Non solo la gloria delle copertine famose, dunque, ma anche Quattrone, Thomsen, Bruno, Consonni, Merini, Rigon, Carlo Livia e sotto a chi tocca le corde di metriche libere, alternative, comunque trasparenti. Senza sviolinate. Colmi di passione, privi di fastidioso peso politico, retorica e classicismo di maniera.