Il buon senso, l’energia mentale e l’energia spirituale della filosofia

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Henri Bergson (1859-1941) è stato uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi e ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1928 (L’energia spirituale).

Secondo Bergson il cervello è  un organo che ha il ruolo di mimare la vita dello spirito e di mimare anche le situazioni esterne a cui lo spirito deve adattarsi. “L’attività cerebrale sta all’attività mentale come i movimenti della bacchetta del direttore d’orchestra stanno alla sinfonia… il cervello è l’organo dell’attenzione alla vita” (p. 36).

Dunque “Per lo spirito vivere significa essenzialmente concentrarsi sull’atto da compiere… inserirsi nelle cose tramite un meccanismo che trarrà dalla coscienza tutto quello che è utilizzabile per l’azione, oscurando la maggior parte del resto. Questo è il ruolo del cervello nell’operazione della memoria: esso non serve a conservare il passato, ma innanzitutto a mascherarlo, poi a lasciarne trasparire ciò che è utile praticamente. E tale è anche il ruolo del cervello in generale rispetto allo spirito. Ricavando dallo spirito ciò che è esteriorizzabile in movimento… esso lo porta, il più delle volte, a limitare la sua visione, ma anche a rendere la sua azione efficace” (p. 43).

Pascal ha detto che tutta la filosofia non vale un’ora di fatica, ma è anche vero che non c’è nulla di più pratico di una buona teoria. Dopotutto noi umani possiamo considerarci “degli automi coscienti” (Thomas Henry Husley), che perciò agiscono spesso incoscientemente. E i limiti del nostro linguaggio, del nostro pensiero, delle nostre emozioni e della nostra intelligenza sono i quattro punti cardinali che stabiliscono gli orizzonti del nostro mondo personale e relazionale.

Comunque “In filosofia bisogna scegliere tra il puro ragionamento che mira a un risultato definitivo, non perfettibile perché ritenuto perfetto, e un’osservazione paziente che non dà che dei risultati approssimativi, suscettibili di essere corretti e completati indefinitamente. Il primo metodo, avendo voluto fornirci subito la certezza, ci condanna a restare sempre nel semplice probabile, o piuttosto del puro possibile, perché è raro che esso non possa servire a dimostrare indifferentemente due tesi opposte, ugualmente coerenti, ugualmente plausibili. Il secondo non mira, fin dall’inizio, a nient’altro che alla probabilità, ma poiché esso opera su un terreno in cui la probabilità può crescere all’infinito, ci porta poco a poco a uno stato che praticamente equivale alla certezza” (p. 45). Perciò è anche vero che “la filosofia è come il porco, perché mangia di tutto” e si mangia tutto (questa è una definizione di Benedetto Croce, uno dei più grandi filosofi italiani).

Nella vita di tutti i giorni, tutte le persone fanno filosofia spicciola e interpretano la realtà che passa attraverso i loro occhi e le loro orecchie: c’è chi lo fa seguendo dei pregiudizi (molti) e c’è chi lo fa seguendo il buon senso (pochi). Anche “Tu, fai, senza neanche immaginarlo, uno sforzo considerevole. Devi prendere tutta la tua memoria, tutta la tua esperienza accumulata [c’è però chi ne accumula troppo poca], e spingerla, attraverso un restringimento improvviso, a presentare… il ricordo che più assomiglia alla sensazione e che può meglio interpretarla: la sensazione allora è coperta dal ricordo… a ogni istante devi scegliere, e a ogni istante escludere… Questa scelta, che effettui incessantemente, questo adattamento continuamente rinnovato, è la condizione essenziale di quello che viene chiamato buon senso. Ma adattamento e scelta ti tengono in uno stato di tensione ininterrotta… a lungo andare ti stanchi. Avere buon senso è molto faticoso” (p. 77). Ogni realtà personale è un processo di ricostruzione mentale per metà reale (dati percettivi periferici) e per metà virtuale (l’elaborazione centrale basata sulla memoria e sui simboli culturali), ed è per questo motivo che anche in un mondo straripante di informazioni come quello di oggi si può diffondere così facilmente il cretinismo politico e quello religioso.

Le società in cui operano queste forme di cretinismo trasformano la vita in una prigione da cui non possiamo uscire, dove siamo sottoposti alla tortura psicologica dell’obbligo di vedere che i nostri compagni di cella vengono pian piano portati via per essere giustiziati (Pascal). E “Si potrebbe parlare all’infinito, impilare parole su parole e arrivare a varie conclusioni, ma se, al di là di tutta la confusione verbale, c’è un’azione precisa, questa azione vale diecimila parole. La maggior parte di noi ha paura di agire, perché siamo confusi, in disordine, contradditori e infelici” (Krishnamurti).

Così “L’uomo, chiamato senza posa a fondarsi sulla totalità del suo passato per poter avere un peso maggiore nel futuro, è il grande successo della vita. Ma creatore per eccellenza è colui la cui azione, intensa di per se stessa, è capace di intensificare anche l’azione degli altri uomini, e di accendere, generosamente, focolai di generosità” (p. 20). L’uomo non può vivere senza filosofia, perché essa non è solo il dono di chi riesce a pensarla, è la presenza che tutti hanno nella mente.

P. S. “Per essere un buon filosofo tutto ciò che conta è odiare il modo di ragionare degli altri” (William James, medico e psicologo americano morto nel 1910) e “Chi insegnerà agli uomini a morire, insegnerà loro a vivere” (Michel De Montaigne).