ANCORA DA Copenhagen – L’altra faccia del Summit e i “black blocks”

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Copenhagen_  Alla televisione li chiamano “black blocks”. Sulle prime pagine di molti giornali appaiono in pose minacciose, vestiti di nero e volto coperto, possibilmente con una spranga in mano, pronti a colpire un poliziotto. 

Eppure, facendo un giro tra le fila degli azionisti nessuno usa mai la parola “black blocks” per indicare qualcuno tra i presenti, né tantomeno è possibile individuarne qualcuno che si aggira minaccioso pianificando di lanciare pietre contro le forze dell’ordine alla prossima manifestazione.

Dopo l’insegnamento di Genova nel 2001, si sa: sono pochi e isolati e agiscono ai margini dei grandi movimenti di protesta. Eppure, questa consapevolezza non basta ad impedire a queste micro cellule di inquinare agli occhi di molti l’immagine di un intero movimento, che in genere finisce per pagare per loro il prezzo delle vetrine rotte a suon di sassate.

È successo anche ieri a Copenhagen in occasione della grande manifestazione che dal Christiansborg Castle si è mossa verso il Bella Center per tentare di aprire un dialogo con le stanze ovattate del summit internazionale. Una media di 60mila persone colorate e festanti ha invaso le vie della capitale danese, che le accolte con un bellissimo e inatteso sole. Mamme e bambini in bicicletta, giocolieri e equilibristi in spettacolo e slogan vivaci e diretti nel loro significato: “La natura non scende a compromessi”, “Babbo Natale dice: stop al riscaldamento globale, si sta facendo troppo caldo per Rudolph”, “Cambiate il sistema non il clima”. Soliti tamburelli e atmosfera di festa, quasi carnevalesca.

E all’improvviso, tre o quattro figure completamente nere, con bandane sul visto e bastoni in mano iniziano a spaccare vetrine di negozi e a lanciare pietre contro i poliziotti, numerosamente presenti grazie all’aiuto di contingenti tedeschi e svedesi. Pochi minuti, ma intensi quanto basta per innalzare il livello della tensione e mettere le forze dell’ordine sul piede di guerre.

A fine giornata, infatti, il bilancio è di 900 fermi e due feriti tra polizia e manifestanti. Il giorno prima, alla manifestazione “Don’t buy the lie”, le due parti in causa avevano già giocato al gatto e il topo per le vie della città e ne erano usciti 700 fermi, tutti rilasciati dopo poche ore. Normale gestione dell’ordine pubblico, se si evitasse accuratamente di concentrarsi sulla sproporzione tra numero dei fermi – 1600 in due giorni – e numero dei black blocks effettivamente in azione- 3 o 4 alla volta- e si tralasciasse la considerazione della qualità e del significato generale di quelle poche ore di fermo.

Ci pensa uno dei ragazzi fermati sabato, ancora prima di arrivare alla manifestazione, a dare il polso della situazione. “Stavo andando verso Christiansborg, quando sono stato fermato senza motivo dai poliziotti insieme ad un altro centinaio di persone. Ci hanno costretti a restare seduti a terra per 4 ore, mentre il ragazzo dietro di me si pisciava nei pantaloni perché gli agenti non permettevano a nessuno di muovere un passo neanche per andare al bagno.” Più tardi il ragazzo è stato rilasciato senza troppe scuse.

L’episodio è sintomatico di come vecchie strategie siano dure a morire. Alla manifestazione di sabato a Copenhagen era presente un numero ampissimo e ideologicamente differenziato di organizzazioni unite dall’esigenza di ridefinire i contorni del vivere civile e sensibilizzare verso un’esistenza eco-sensibile. Dalle ONG, alle associazioni civili di varia natura, al movimento No-Global più intransigente, il quadro che si presenta agli occhi dei grandi della terra era stratificato e complesso. Nessuna di queste organizzazioni, neanche in fase organizzativa, ha mai ventilato l’ipotesi di uno scontro diretto e violento verso le forze dell’ordine. L’esigenza che accomuna ideologie e strategie d’azione spesso molto diverse è anzi quella di testimoniare la presenza della società civile sui temi del clima e dell’ambiente e di portarne i risultati all’attenzione di chi effettivamente stabilirà le sorti di questo pianeta.

Tutto questo passa però tragicamente in secondo piano, perso nel calderone confusionario e maldestramente omologatore creato dall’azione dei black blocks. A pagarne un prezzo salato, è l’intero movimento No-Global, che niente ha a che vedere con la distruzione delle vetrine di Copenhagen, ma che si vuole fare piuttosto portavoce di un cambiamento di sistema che ridistribuisca il benessere tra nord e sud del mondo e viene invece costretto a restare seduto al freddo e al gelo per 4 ore consecutive senza nemmeno poter fare pipì. 

Viola Caon