La libertà di stampa secondo George Orwell

0
2239
liberta_distampa.jpg
 Cos’è dunque la libertà di stampa, o meglio, cos’è la libertà? Ce lo dicono le ultime righe del saggio: “Se libertà vuol veramente dire qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire”. 

Che George Orwell sia nella top ten (ma anche nella top five) degli autori favoriti da chi scrive questo articolo non è un mistero, sia per la sua, eccezionale, abilità scrittoria, sia per i concetti magistralmente espressi nelle sue opere, soprattutto nella triade composta da “Homage to Catalunia”, “Animal Farm” e “1984”.

Orwell è probabilmente la lampante dimostrazione di come la letteratura, divenendo profonda riflessione, viscerale, possa raggiungere quasi livelli di veggenza, prevedendo eventi e situazioni e, soprattutto, fare paura persino a chi la paura non l’ha mai conosciuta: a chi comanda.

Questo articolo non intende comunque trattare né di Orwell in senso monografico (ho già parlato di lui nell’articolo “Come si demolisce un capolavoro”, pubblicato precedentemente su Italoeuropeo), né di una sua opera specifica, piuttosto di una nota, di una sorta di post scriptum, che compare alla fine di “Animal Farm”, concernente l’argomento della libertà di stampa. Appare doveroso ricordare che il libro, benché scritto nel 1943, venne pubblicato solo nel 1945, per diversi motivi, che l’autore esplica in questa nota. Tuttavia, a parte le vicende puramente editoriali, la “Libertà di stampa”, questo il nome della nota, credo possa essere considerato il perfetto ponte fra le allegorie orwelliane e la realtà, una chiarificazione, per chi non volesse ad ogni costo comprendere, sul reale significato delle opere di questo autore, il cui fine ultimo fu quello di affermare, o tentare di affermare la dignità umana, mostrando il lato peggiore della degenerazione di questa specie.

Personalmente, pur apprezzando la nozione di “distopia” o utopia negativa, con la quale molti critici hanno identificato il lavoro dell’autore inglese, non la condivido in toto, poiché è mia opinione che la lettura di tali opere sia in grado di suscitare nell’animo del lettore un moto di ribellione che lo conduce, dopo l’inesorabile scoramento, a fare ogni possibile tentativo per essere diverso, per essere il contrario dei personaggi, della maggior parte dei personaggi che popolano queste fantasie. Non vi sono conclusioni felici, certamente, e dunque l’utopia è impossibile da realizzarsi, tuttavia credo sia proprio la mancanza di tali esiti scontati a suscitare tale moto all’interno del lettore. Tornando al mini saggio sulla libertà di stampa, posto alla conclusione di “Animal Fam”, notiamo delle considerazioni che, in Italia come in ogni altra parte del globo, risultano di attualità estrema, per la loro sacrosanta veridicità, ma anche per la costanza con la quale queste affermazioni vengono, nella pratica quotidiana, contraddette e distrutte. Non è questa una polemica sterile, bensì un puro dato di fatto, uno “statement” nudo e crudo.

Leggendo queste poche pagine troviamo questa affermazione “ (…) Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non ‘va fatto’, proprio come in epoca vittoriana non ‘andava fatto’ di nominare i pantaloni davanti a una signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito con un’efficacia sbalorditiva. Una opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale. (…)”, un passo che oggi quanto mai risulta attuale, che ci ricorda personaggi italiani come Pierpaolo Pasolini, “zittiti” con la forza, ma anche altri autori, “zittiti” con metodi meno efferati, ma non meno devastanti. Che Orwell non avesse una grande opinione del mondo che lo circondava è certo, ma aveva senza dubbio un’opinione controcorrente, che a molti non poteva ovviamente garbare, Orwell era l’uomo peggiore: l’uomo che riflette, che pensa, la paura più grande di ogni capo.

Il “non va fatto”, il “non va detto” sono delle costanti che mai come nel ventunesimo secolo, epoca nella quale la comunicazione, grazie allo sviluppo dei giornali, alla crescente alfabetizzazione della popolazione, alla sempre più grande diffusione di internet, appaiono nella loro grandezza e nel loro infinito squallore, quello di tacite convenzioni servette ignobili e pecoreccie del potere, non importa quale. Forse ne vediamo semplicemente ancora l’ombra, ma almeno questa è chiara, come è chiaro il messaggio che emana: chi è al comando non sia deve essere messo in difficoltà. Eppure la cosa che colpisce forse in maniera maggiore è il fatto che queste regole tacita non colpiscano più di tanto il potente che le infrange (e che le dovrebbe invece temere). Il potente viene anzi apprezzato dalla massa ancora di più per il suo “ardire”, mentre l’insignificante essere che dal nulla cerca di combatterle condanna se stesso ad un infinito ostracismo da parte della massa.

Il potente servirà sempre il potente, il capo, non importa ciò che dica o faccia, in quanto, spesso, il potente è divenuto tale proprio grazie al capo, e non grazie ai suoi meriti. Vorrei potermi augurare che questa bigotta reverenza obbligata un giorno possa avere una conclusione, ma non è così. Mentre per altri paesi questa condizione è un optional, un qualcosa che può verificarsi, ma anche non verificarsi necessariamente, l’Italia rappresenta un’infelice eccezione in questo senso: la bigotta reverenza servile in questo paese è la norma piuttosto che un diffuso malcostume, ed in tempo di crisi, quando cioè anche ai capi trema la sedia sotto le gambe, questa condizione raggiunge l’apice: del resto, se il capo ha paura, è anche giusto che i servi siano terrorizzati.

Con questo articolo non mi riferisco a nessuno ed a tutti, all’intera classe dirigenziale italiana, ai ricchi ed ai potenti che in questo paese viaggiano in yacht da milioni e milioni di euro, e che nel 1968 facevano gli anticonformisti ribelli sessantottini da quattro soldi: possiamo affermare che oggi hanno dimostrato, con l’attuale situazione della quale sono responsabili ed a capo, le loro menzogne da ragazzini borghesi viziati, con smanie di rivolta.

Continuando la lettura di Orwell troviamo a tal proposito queste altre righe

“ (….) …se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore. Fai l’abitudine a mettere in prigione i fascisti senza processo, e forse il sistema non si fermerà ai fascisti. (…)”, richiami al fascismo a parte, dove fascismo è parola per indicare il totalitarismo più feroce (non dimentichiamo che questo è un libro composto durante la seconda guerra mondiale), il messaggio è chiaro: se si sovverte l’ordine delle cose, bisogna stare attenti a come ciò avviene, perché ogni medaglia ha il suo rovescio. Certamente il conformismo non avrà mai una fine, certamente le magliette di Guevara continueranno a troneggiare alle feste del primo maggio (tuttavia mi riesce davvero difficile capire perché per mille magliette di Guevara indossate da persone che non saprebbero neanche maneggiare un taglierino non ve ne sia neppure una di Fidel Castro…) e ci sarà sempre gente che considererà Cuba un paradiso soltanto perché da troppi anni vige l’equivalenza “comunismo uguale bontà”. Eppure ancora oggi utilizziamo termini come fascismo e comunismo, divenuti desueti e sterili, termini che hanno esaurito addirittura la loro sete di sangue, che era realmente enorme, e mentre utilizziamo questi termini, nuove forme di totalitarismo in erba ci avvolgono, diverse in molte parti, ma in altrettante simili alle precedenti, mentre noi siamo troppo impegnati a discutere di eventi accaduti decine di anni addietro per accorgercene.

Cos’è dunque la libertà di stampa, o meglio, cos’è la libertà? Ce lo dicono le ultime righe del saggio: “Se libertà vuol veramente dire qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire”.