Principi d democrazia: investire nella scuola e stabilizzare i lavoratori precari.

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Se esiste un aspetto che ci caratterizza come persone è la socializzazione,
la capacità di molti di fermarsi per strada quando s’incontra un amico e  scambiare quattro parole, anche per parlare del più o del meno
.
Ovviamente queste riflessioni a voce alta spesso difettano della correttezza
scientifica, ma molte volte sono più pregnanti e più aderenti alla realtà di
quanto possa essere la visione data dai media, dai politici o dagli studiosi di
statistica in merito alla vita dei cittadini. Spesso, però, le persone non
interessate direttamente da una particolare realtà del Paese, non coinvolte da
certe problematiche, parlano di determinati argomenti in base alle informazioni
che hanno acquisito dall’ambiente, e alla fine, dal confronto fra le opinioni
dei più, fra quelli direttamente coinvolti da certe dinamiche sociali e quelli
estranei o solo spettatori, fra i politici e fra i mezzi dell’informazione,
sembra di assistere all’esistenza di più Italie.
Un argomento discusso, ma forse non adeguatamente in proporzione all’
importanza, almeno dallo scorso anno, è il funzionamento del nostro sistema
scolastico e il suo cambiamento. Infatti, che la scuola italiana soffra più
problemi è noto, ma la soluzione intrapresa per il suo miglioramento è
certamente criticabile. Il tutto, come molti ben sanno, si è risolto in una
drastica riduzione di personale, con un taglio di 42.104 docenti e 15.167
collaboratori scolastici (1.928 docenti e 591 collaboratori scolastici in meno
per la Sardegna nel 2009/2010), per un totale di 52.171 posti di lavoro in meno
in Italia per il corrente anno scolastico, che ammontano a 131.900 se
considerati i tagli di tre anni consecutivi, e a fronte di un aumento di 37.441
alunni nel 2009 rispetto al 2008, “stipati” in classi che sono diminuite di
3.826 unità. I finanziamenti per l’Istruzione, poi, sono diminuiti nel tempo,
dato che per il 2009 si è registrata una riduzione del 45,77% rispetto al 2001,
e del 21,66% rispetto al 2008, e così l’investimento pubblico per questa voce
risulta inferiore alla media dei paesi Ocse in proporzione al Pil.
Proprio uno dei capitoli di spesa che maggiormente risentirà dei tagli della
“riforma” è quello riguardante i docenti precari, che nello scorso anno
scolastico erano 130.835, cioè il 15,66% dei docenti della scuola italiana.
Negli anni, nonostante le esigenze di personale, il precariato scolastico è
aumentato, poiché si è scelto di usufruire del lavoro di questi docenti
risparmiando sulla stabilizzazione, tanto che dei 130.835 precari in servizio
nel 2008/2009 ne sono stati licenziati 110.553 alla fine delle attività
didattiche. Perciò sembra che ora si voglia diminuire il precariato non
stabilizzando e allontanando sempre più dal ruolo i docenti inseriti nelle
graduatorie ad esaurimento provinciali, le stesse da cui si attinge per l’
assunzione a tempo indeterminato e determinato.
E allora non si può che rimanere allibiti davanti ai commenti di cittadini
che, estranei al mondo scolastico, ma tempestati dalle informazioni non sempre
corrette, credono che si stia operando nel miglior modo possibile per il
progresso della Scuola, addirittura pensando che si voglia perfezionare tutta
la categoria dei docenti con l’istituzione di “innovativi” corsi di formazione
per futuri insegnanti neo-laureati, come riferito dal Ministro all’Istruzione
questo settembre, mentre si vogliono tagliare 133.000 precari (più di 80.000
insegnanti) che già hanno superato concorsi o scuole di specializzazione Siss,
e negli “addetti ai lavori” sorgono spontaneamente dei dubbi riguardanti questo
“nuovo” percorso formativo.
Infatti la scuola di specializzazione Siss viene chiusa e si passa al tre
anni più due della laurea specialistica più un anno di specializzazione con
tirocinio, che corrispondono a sei anni di studio e pratica, come nel vecchio
sistema della laurea quadriennale con gli ulteriori due anni di studio e
pratica della scuola Siss. È bene ricordare che le scuole Siss, dopo un esame
di ammissione iniziale, si esplicavano in due anni di studio, superamento di
esami di psicologia, pedagogia, legislazione scolastica, laboratori, studio dei
sistemi di valutazione scolastica, didattica delle materie d’insegnamento, 300
ore di tirocinio, la realizzazione di una tesi e un’ultima interrogazione con
una commissione di docenti universitari e delle scuole pubbliche. E per il
nuovo percorso di formazione docenti nulla dovrebbe cambiare, se non il numero
delle ore di tirocinio (450, da quanto annunciato, ma ristrette in un unico
anno, a discapito degli studi di didattica, contro le 300 della Siss).
Semplicemente, il sistema universitario è stato allungato di un anno e perciò
si vuole adeguare il sistema di formazione degli insegnanti riducendolo di uno.
Ma allora come si può parlare di formazione di nuovi docenti se vogliono
tagliare quelli che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento, molti dei
quali hanno frequentato le Siss? E poi, come si può pensare che questa nuova
selezione programmata possa essere più meritoria e finalizzata all’inserimento
in ruolo se già le Siss erano numero chiuso, e previo il superamento di un
esame di ammissione,  per assumere nel rispetto della turnazione? I nuovi corsi
di formazione potrebbero o potranno apportare delle migliorie, ma non si può
pensare di non assumere chi fa parte delle graduatorie ad esaurimento e che già
ha affrontato un percorso lungo di formazione professionale: laurea; concorsi
e/o specializzazione con selezione; ulteriori corsi di perfezionamento; anni di
lavoro precario, anche coprendo 200 chilometri al giorno, e continua formazione
in itinere.
Certamente affrontando i problemi della Scuola non deve prevalere la cecità,
perché investendo nell’Istruzione se ne avvantaggia il Paese, e se si vuole
migliorare il livello qualitativo dell’apprendimento, allora sarebbe opportuno
diminuire il numero massimo degli alunni per classe. Così, mentre tutti i Paesi
OCSE vengono richiamati a investire maggiormente nell’Istruzione, mentre lo
studio recente del settembre 2009 della Banca d’Italia, “I rendimenti
dell’istruzione", evidenzia i vantaggi economici dati da un maggior
finanziamento del sistema scolastico, in Italia si prosegue con i tagli e si
diramano informazioni che non sempre rappresentano la realtà, ponendo i
cittadini davanti al binomio concettuale della positività o negatività di
questa “riforma” scolastica, che inevitabilmente, nella realtà dei fatti,
quella nota a chi nella scuola ci lavora, ha solo una risposta.