LA STORIA – L’ONORE DI CARMELA: UNA BAMBINA VIOLENTATA. Per non dimenticare.

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Dedicato ad una piccola donna che non c’è più e alla sua famiglia. Con la speranza che sia fatta giustizia, che l’opinione pubblica e le istituzioni si sveglino, che non ci siano altre Carmela. ( Questo articolo è l’inizio di un’inchiesta sul caso,approfondito dalla nostra Flavia Squarcio)


Napoletana di nascita e tarantina d’adozione, Carmela Cirella vive con la sua famiglia la vita normale di una tredicenne. Scappata di casa dopo un rimprovero dei genitori, a causa di un comportamento sbagliato a scuola, non si avranno sue notizie per quattro giorni. In quelle lunghissime ore trascorse lontano dai genitori, la piccola conosce l’inferno e purtroppo non ne uscirà più. Avvicinata da balordi, sarà stuprata ripetutamente e drogata con anfetamine. Indifesa, sola, impaurita, Carmela sarà ritrovata dal padre Alfonso nei vicoli della città vecchia. Sotto choc. Di colpo, con violenza e crudezza approdata nel mondo degli adulti, perduta la sua innocenza di bambina, Carmela farà i conti con la crudeltà  dei grandi che spesso offende i più piccoli. Umiliata due volte. Da vittima a imputata. Trasformata a soli tredici anni nella poco di buono del momento,  instabile psichicamente, che se è stata stuprata forse è colpa sua che andava con tutti. Non dei ragazzi. Né degli adulti che hanno preso parte al gioco insieme ai ragazzi. La colpa è solo di Carmela. Perché nella società civile capita anche questo. Che un avvocato possa sentirsi in diritto di offendere l’onore di una bambina di tredici anni. Che poi a tredici anni l’onore si ha per diritto, non si difende e non si può offendere. Si ha e basta. Perché si è ancora bambine, non si conosce il sesso e si crede alle favole. E l’onore, forse, è una parola priva di significato, antica. Tutti a scagliare la prima pietra contro Carmela e la sua famiglia. Ad insinuare il tarlo del sospetto nei confronti del padre. Povera Carmela. Amava ripetere in continuazione “Io so Carmela”, per affermare la propria identità, per farsi coraggio, per essere amata e accolta. Chi non ha ascoltato la richiesta di aiuto di una bambina? Tutti. Le istituzioni, che l’hanno strappata alla famiglia per chiuderla in un istituto, la giustizia, con dei provvedimenti troppo lievi nei confronti dei colpevoli. E a marzo inizierà l’incognita del processo. Sarà la volta buona che una sentenza tuteli la dignità delle donne, delle bambine? Che farà capire una volta per tutte agli uomini di ogni età che no, le mani non si alzano e che le donne e le bambine non si violentano?

Lo spera la famiglia e lo spera chiunque abbia buon senso. Carmela merita giustizia, è  l’unica cosa che può dare conforto ai genitori adesso che non c’è più. Si perché un mostro l’ha portata via. Si chiama indifferenza, ingiustizia, silenzio. Carmela viene imbottita di psicofarmaci all’insaputa dei genitori, nell’istituto che doveva aiutarla a superare il trauma. Troppo per una ragazzina di tredici anni, troppo dolore da affrontare. Il mostro si chiama anche mal di vivere, solitudine. Il salto nel vuoto del 15 aprile 2007, a Taranto, è solo un dettaglio.