DOPO LO STORICO ACCORDO DI INTESE FIRMATO SUL CLIMA ECCO L’INTERVISTA AD UN GIOVANE DI COPENHAGEN

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Marco ha 24 anni, è nato e cresciuto a Milano e da qualche anno vive in Danimarca, dove studia Political Sciences e fa parte di alcuni network di attivismo. 

Per il summit sul clima, è ovviamente in prima fila nell’organizzazione di mobilitazioni a vario livello e nella gestione degli spazi per gli attivisti internazionali.

“Sono un azionista no-global, non un black block. La differenza c’è ed è enorme”, precisa immediatamente quando gli chiedo di definire il proprio ruolo all’interno del Climate Collective, il movimento di cui è uno dei principali promotori.

Che cosa è il Climate Collective?

Il Climate Collective è un network internazionale che si propone di portare avanti una battaglia seria e sistematica contro le lobby di potere che non hanno realisticamente nessun interesse a proporre soluzioni adeguate all’emergenza climatica. Questo collettivo è nato in occasione del summit di Copenhagen, ma lo spirito che lo anima non si limita esclusivamente al tema dell’ambiente. Il Climate Collective fa proprie le principali istanze del movimento no-global e le riformula in funzione della lotta al riscaldamento globale. La nostra posizione politica è riassumibile in tre punti: primo, una chiara presa di posizione anti-capitalistica nel dibattito sul clima. Secondo, richiesta di soluzioni concrete dal summit. Terzo, l’azione radicale ed immediata per costringere i leader mondiali a riconoscere le cause alla base del cambiamento climatico e ad assumere le proprie responsabilità.

Che cosa intendi quando parli di azione radicale?

Intendo dire che c’è bisogno di una mobilitazione attiva e di una presenza costante e sistematica della popolazione civile su certi temi. Nel caso specifico della conferenza sul clima, mi riferisco alle azioni di mobilitazione che il Climate Collective e altre associazioni della società civile porteranno avanti in questi giorni. In parole povere, parlo di manifestazioni che riescano concretamente a mettere alle strette i grandi della terra, obbligandoli a prendere atto che la popolazione sensibile all’argomento è numerosa e ha istanze da proporre che dovrebbero essere ascoltate.

Che cosa vi differenzia dai black blocks?

Innanzitutto, noi siamo un movimento che si gestisce in maniera democratica e orizzontale, ma che si muove compatto e unito. I black blocks, se poi ha ancora senso usare questa denominazione, sono pochi e isolati e le loro azioni non si inscrivono mai all’interno di un’ideologia approfondita, ragionata e lungimirante. Il più delle volte si tratta di persone socialmente emarginate, che hanno quasi completamente perso il contatto con la realtà e sono persi dietro a ideologie ormai superate.

Ma anche voi parlate di azioni. Come pensate che la differenza tra le vostre azioni e quelle dei black blocks che lanciano pietre possa essere colta da chi non è interno al movimento?

Basterebbe che i media fossero più accurati nel riportare le notizie e che la polizia non avesse interesse a fare orecchie da mercante e a confondere le due anime. La differenza è lampante. Le nostre azioni sono sì mirate a costringere chi non è disposto al dialogo ad affrontare la questione, ma nessuno di noi propone programmaticamente l’utilizzo della violenza e della provocazione gratuita nei confronti delle forze dell’ordine.

Pensi che l’azione della polizia danese in questi giorni sia esagerata?

Più che esagerata, è cieca e indiscriminata. Non colpisce mai i veri responsabili, e questo è il vero problema. Ad esempio, ieri 150 persone sono state fermate addirittura prima che la manifestazione iniziasse. “Fermate” significa che sono state costrette a restare sedute per terra- e con questo freddo vi assicuro che non è una cosa piacevole- per ore senza potersi muovere neanche per andare al bagno. Questo è un comportamento incivile, che non serve assolutamente a mantenere l’ordine ma solo ad alimentare il clima di tensione e alla violenza anche il più convinto dei pacifisti.

Credi ci sia un’intenzionalità in questo da parte delle forze dell’ordine e del governo?

Ovviamente sì.  È la vecchia strategia di lasciare pochi violenti liberi di scorrazzare in giro per la città, per poi colpire altri 1000 che con quelle azioni non c’entrano niente. E badate che i numeri non sono assolutamente a caso: alla manifestazione del 12 sono state arrestate 1000 persone. È una follia.

Il Climate Collective a quali esigenze vuole dare voce esattamente?

Principalmente, a quella di una società più equa e responsabile. In questo senso, il nostro movimento ha un’anima terzomondista, perché anche se sono la maggioranza i paesi in via di sviluppo sono i più deboli e i meno tutelati all’interno delle trattative ufficiali. Crediamo ci sia una contraddizione insanabile di base tra chi promuove logiche economiche capitaliste, basate sul profitto a oltranza, e la presente necessità di contenimento dei consumi richiesta dal cambiamento climatico.

Nei prossimi giorni sono previste altre manifestazioni a Copenhagen. Sei preoccupato?

Quando c’è una manifestazione sono sempre preoccupato. Il rischio che si arrivi ad uno scontro, specialmente in un contesto come quello che abbiamo qui in questi giorni, è sempre alto. Per quanto ci riguarda, facciamo del nostro meglio attraverso la capillare opera di responsabilizzazione che facciamo con i nostri partecipanti: gli diamo istruzioni su come comportarsi in caso di fermo, in modo da garantire un margine di dignità e sicurezza per se stessi e per le persone che gli stanno intorno.

Pensi che alla fine del summit i leader mondiali riusciranno a raggiungere un accordo?

Lo spero molto, ma lo svolgimento delle conferenze fino ad ora non lascia ben sperare. A parte l’Europa, che tenta di fare un buon lavoro, gli Stati Uniti si trovano a dover combattere contro anni di deresponsabilizzazione sull’argomento e nonostante Obama abbia buone intenzioni non credo che riuscirà a formulare promesse significative. D’altra parte, i paesi del terzo mondo sono obiettivamente abbandonati a se stessi. Il presidente di Tuvalu piangeva durante il suo intervento, è assurdo che si debba arrivare a questo. Il punto è che c’è bisogno di una ristrutturazione del sistema economico di cui non credo che nessun paese appartenente alla sfera occidentale voglia farsi carico. 

Viola Caon

 

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«Storicoaccordo con Cina, India, Brasile e Sudafrica». Questo l’annuncio diBarack Obama dopo un vertice serale fuori programma con il premiercinese Wen Jiabao, il premier indiano Manmohan Singh, il presidente delBrasile Inacio Lula da Silva e il presidente sudafricano Jacob Zuma. Malo stesso leader della Casa Bianca parla chiaro: «Non è sufficiente percombattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un importanteprimo passo. Nessuna nazione è interamente soddisfatta con tutte leparti dell’accordo. Ma questo è un significativo e storico passoavanti, è una base sulla quale costruire ulteriori progressi».L’accordo non è legalmente vincolante. Il vertice avrebbe dovutoconcludersi alle 18 di venerdì, ma dopo il termine sono proseguitifrenetici incontri tra i principali protagonisti per evitare uncompleto fallimento. «Il mondo accetti anche un’intesa non perfetta»,aveva detto Obama e così è stato. Ma il presidente francese NicoalsSarzoky era di parere opposto: «Non vogliamo un accordo mediocre», maalla fine ha dovuto ingoiare il rospo insieme a tutta l’Europa: «Lamancanza di numeri sui gas serra è un fallimento. Questo vertice hadimostrato il limiti del sistema Onu, pari a quelli di una bolla disapone». Un portavoce dell’Ue ammette: «È molto meno di quantosperavamo, ma un accordo è meglio di nessun accordo e mantiene vive lenostre speranze».