L’Europa e l’Italia dopo Copenaghen

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E’ inutile nascondersi dietro le parole o utilizzare astratte formule diplomatiche. Rispetto agli obiettivi che si era posta di un accordo universale da tradurre a breve in target ambiziosi e precisi vincolanti sia per i paesi industrializzati che per i paesi in via di sviluppo, l’Europa non può che essere insoddisfatta dei risultati del vertice. Detto questo, è bene che il rammarico per un’occasione in parte persa, che resta comunque una tappa utile e rilevante di un grande processo politico e di trasformazione economica e tecnologica già in atto, non diventi sterile pessimismo; o, ancor peggio, non si traduca in disfattismo e ostacoli o freni alle politiche in corso.
In questo senso va letto il cauto, ma solido, ottimismo che traspare dalle dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel, già al lavoro da padrona di casa per il prossimo appuntamento di Bonn fra sei mesi. O anche quelle del Presidente Sarkozy, come la Merkel molto attento a leggere i lati più positivi di Copenaghen: carattere globale dell’accordo; 30 miliardi ai poveri entro il 2013 e, probabilmente, 100 miliardi l’anno da qui al 2020; rinnovato consenso a non superare i 2 gradi; scambio di dati relativi alle emissioni. E dopo Bonn nuovo appuntamento a fine 2010 in Messico per tentare di strappare un accordo vincolante.
C’è davvero stato il famoso G20 tanto caro ai media nostrani in cui l’Unione Europea viene raffigurata come il classico vaso di coccio? Possibile che la prima potenza commerciale ed economica, nel cui mercato passano un quarto degli scambi del mondo, capace di definire a 27 target ambiziosi unilaterali già vincolanti ed esprimere la volontà di fare anche di più, sia trattata quasi come una Cenerentola, una comparsa minore? In realtà l’Europa sta pesando molto più di quanto appare, anche se forse errori tattici e di comunicazione sono stati fatti. Ma se si va alla sostanza l’UE esce da Copenaghen meglio di Cina ed USA. Le due potenze che si contendono il primato su chi inquina più il mondo appaiono, difatti, politicamente ed industrialmente in ritardo rispetto all’Unione Europea, già spronata da anni dagli impegni di Kyoto e da un “burden sharing” sanzionabile anche con multe agli Stati inadempienti. Una larga maggioranza dell’opinione pubblica europea è convinta della necessità di ridurre le emissioni e passare a uno sviluppo più sostenibile. E anche l’industria ha cominciato da tempo a muoversi in questa direzione sviluppando tecnologie all’avanguardia e conquistando quote di mercato con prodotti più efficienti e capacità di produrre energia pulite. La stessa Germania, paese a vocazione industriale con forte export, è quella che più ha spinto per target e norme europee avanzate. Non a caso la nuova politica UE per l’energia e il clima è stata approvata proprio sotto presidenza tedesca al Consiglio europeo di Berlino del marzo 2007. Salvo qualche eccezione (in Italia, ad esempio) quasi tutta la classe dirigente europea è convinta della necessità di puntare in modo deciso verso un’economia a basso tenore di carbonio e di mantenere la leadership sul fronte della green revolution; per ragioni che trascendono il problema del surriscaldamento e sono legate alla sicurezza di approvigionamento ed evitare un declino della competitività europea.