Appunti di Viaggio dal Vietnam all’Italia in Bicicletta

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L’Italoeuropeo contina a seguire l’avventura a scopo umanitario di Matteo Tricarico ecco le pagine del suo diario di viaggio :30 ottobre 8 novembre 2009 – Da Batambong (Cambogia) a Bangkok (Thailandia). 

 

 PATTAYA, Thailandia 10 novembre 2009, 14:35 – Venerdì 30 ottobre, alle 9:30 di mattina, mi sono presentato al centro di accoglienza, gestito dalla locale chiesa cattolica, per bambini vittime di incidenti con mine antiuomo.Padre Kike Figaredo, uno spagnolo affabile ed alla mano, è il Prefetto Pontificio e da circa un ventennio vive in Cambogia meritandosi la stima della popolazione locale a prescindere dalla fede religiosa. Presentatomi dal suo connazionale Rafael Moreno della delegazione dell’Unione Europea a Phnom Penh, quest’uomo ha una storia personale dai sapori di altri tempi, venendo da una delle famiglie più agiate della penisola iberica ha seguito la via del cuore, o della fede, facendosi missionario. Un Buddha contemporaneo o un San Francesco d’oggi è più calzante per la religione ma non per il luogo. Il centro è adiacente agli uffici della Prefettura, immerso in un piccolo parco lungo il fiume con le palazzine di color giallo pastello e gli stucchi delle arcate bianchi, originali dei primi anni trenta. Qui risiedono una quarantina di studenti di ambosessi provenienti dalle aree rurali limitrofe, che hanno tutti una qualche forma di disabilità causata principalmente da esplosioni con mine antiuomo, ma anche da poliomielite. Statisticamente, mi informa Kike, la percentuale di bambini che sopravvivono alle detonazioni è bassissima, i loro piccoli corpi non reggono l’impatto della deflagrazione, rispetto a quello degli adulti che normalmente perdono solo un arto o due.

Quelli qui presenti possono ritenersi veramente fortunati almeno di non aver perso completamente la vita! Sono adolescenti che studiano nelle scuole superiori e nelle università cittadine, la maggior parte di loro ha i voti più alti della classe, e qui ricevono vitto e alloggio per completare gli studi. Mi sono fermato a mangiare e parlare con Socit, l’ambasciatore della gioventù cambogiana disabile che il prossimo mese andrà a Cartagena in Colombia per un forum internazionale, il quale in un ottimo inglese mi hanno raccontato del suo incidente in cui ha perso entrambe le gambe ed il braccio sinistro rimpiazzate da protesi che oggi gli permettono di camminare. Con alcuni amichetti, stava passeggiando lungo un viottolo di campagna quando ha visto una scatola metallica tonda che emergeva dal suolo, con un bastone l’ha toccata… Un altro di quella piccola sfortunata comitiva era al tavolo con noi senza l’avambraccio destro e con un occhio di vetro. Sono stato ad ascoltare le loro tristi storie, raccontate con il sorriso, quasi ridendo e persino prendendosi in giro l’un con l’altro per la stupidità dell’incidente che ognuno ha sofferto, ma non c’era vittimismo nelle parole di questi giovani cattolici cambogiani che reagiscono la malasorte in modo decisamente serafico e buddista.  Alla ripresa delle lezioni nel primo pomeriggio, sono partiti quasi tutti con la cartella dietro lo schienale delle carrozzine a tre ruote con un sistema di locomozione simile a quello della bicicletta con le mani che fanno girare i pedali, si sono diretti in fila indiana verso l’uscita del centro gareggiando in velocità sullo stradone che porta al centro città. Ad un paio di ragazzi che sono rimasti li con me ho proposto di seguirmi in questo viaggio abbordo della loro carrozzina, grandi sono state le loro risate, ma a ben pensarci potrebbe essere un progetto veramente interessante, forse il prossimo… 

La sera dello stesso giorno, sono stato invitato da Kike ad assistere ad uno spettacolo che ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria. In una chiesa di campagna, dove le mine sono una minaccia quasi quotidiana, su un largo sagrato che fa da palco, i ragazzi del centro si sono esibiti in danze classiche e popolari cambogiane, ultima prova in costume prima di partire in tournée per esibirsi in Corea del sud. Nella mia carriera di guida turistica ho portato ospiti a vedere spettacoli di danze cambogiane e laotiane più di un centinaio di volte, dal sofisticato e pomposo balletto reale a Phnom Penh ai rustici e sgraziati spettacolini nei ristoranti di Siem Reap. Eppure, vedere quelle ragazze su carrozzine che volteggiavano graziosamente sul palco eseguendo figure elaborate e difficili anche per ballerine professioniste, è stata una sorpresa incontenibile e toccante che mi ha lasciato con gli occhi lucidi. 

Ma chi ha posato queste maledette mine? La risposta  è semplice: tutti. Gli americani dal 1968 al 1975 per contenere i Vietcong nelle loro roccaforti cambogiane; i Khmer rossi sino al 1979 e dopo l’invasione vietnamita il paese si è diviso in due così ognuno ha minato larghe strisce di terreno lungo il confine per paura di invasioni avversarie. Un business internazionale per vari produttori di questi ordigni compresa la bresciana Valzella, azienda del gruppo FIAT. La maggior parte delle aree sono state pazientemente sminate ma tanto resta da fare in alcune zone remote del paese dove per i primi dieci anni dalla fine della guerra si sono registrati una media di otto incidenti al giorno. Oggi i numeri si sono fortemente ridotti ad una decina al mese, concentrati nelle aree rurali più impervie e nei mesi successivi alla stagione delle piogge quando le zolle di terra si spostano e quel sentierino sicuro per anni diventa una trappola fatale. 

Ho lasciato Batambong il 31 ottobre in direzione nord-ovest raggiungendo e oltrepassando il confine thailandese poco prima del tramonto. Attraversare una vera frontiera come questa via terra dà una sensazione molto più intensa che non arrivare in un anonimo aeroporto e ricevere il visto in un ufficio asettico. Si può percepire il graduale cambiamento osservando il ricco spettacolo di fauna umana che trasporta merci da una parte all’altra, con quell’aria di mistero e contrabbando; passando su quella striscia di “terra di nessuno” dove le bandiere dei due stati si fronteggiano senza toccarsi; notando che la gente parla una lingua diversa, ma spesso altrettanto incomprensibile.

Se dal Vietnam alla Cambogia il passaggio è culturale qui è soprattutto temporale. Si passa da un paese principalmente rurale in una prima fase d’industrializzazione nei maggiori centri urbani simile a quella europea dell’ottocento, alla Thailandia moderna proiettata nel ventunesimo secolo. Transitato il confine, dopo le prime strombazzate delle macchine che mi venivano difronte, mi sono ricordato che da qui all’Iran dovrò guidare a sinistra della carreggiata. E’ come entrare in una macchina del tempo settata verso il futuro: le sconnesse strade cambogiane diventano autostrade a quattro corsie con spartitraffico centrale e se non fosse per i banani e le palme sembra di essere sulla E19 da Bruxelles ad Anversa; le macchine e non i motorini la fanno da padrone; la gente veste solo con abiti occidentali; le stazioni di servizio sono dei veri autogrill con fast food McDonald’s e simili; le persone sono più grasse per il nuovo regime alimentare all’europea ricca di carne e grassi animali contro quella cambogiana fondamentalmente ancora vegetariana; i bufali che tirano gli aratri vengono rimpiazzati da grossi trattori e gli animali sono rinchiusi in sicuri recinti. 

Il processo di occidentalizzazione della Thailandia è cominciato alla metà del 1800 con il visionario re Rama IV, quello del film “Anna and the king”, che, comprendendo che l’unico modo di difendersi dagli europei era diventare come loro, ha ben navigato il paese nelle tempestose acque delle acquisizioni coloniali inglesi a ovest e francesi sul fronte est. I tailandesi sono fieri di non essere mai stati colonizzati e di non aver conosciuto guerre negli ultimi due secoli, grazie ad una politica di concessioni territoriali, commerciali e di passaggio alle varie potenze straniere che si sono avvicendate nella regione. Il paese ha ancora avuto la fortuna di trovarsi a fare da stato cuscinetto tra gli imperi francese ed inglese in un momento storico dove le due potenze non intendevano più confrontarsi militarmente ma cercavano di consolidare le loro rispettive posizioni. Infatti, negli anni a cavallo tra l’800 ed il primo 900, con una serie di trattati internazionali il regno del Siam ha ceduto alla regina Vittoria territori a nordovest ed alla repubblica Francese le provincie cambogiane ad ovest del lago Tonle Sap, compresa Ankor che era uno dei gioielli  della corona; durante la seconda guerra mondiale i giapponesi ebbero via libera nella costruzione della tristemente famosa ferrovia, da cui il film “Il ponte sul fiume Quay”, per collegare il network malesiano con quello birmano-indiano; negli anni 60 e 70 gli Americani installarono le loro basi aeree lungo la costa nordest del golfo del Siam, le stesse da cui partivano i B52 per bombardare il Vietnam del nord ed il Laos; in fine, oggigiorno, l’invasione pacifica di decine di milioni di residenti stabili e di turisti che passano qui le loro vacanze. Con una tale presenza straniera, non sorprende che i tailandesi abbiano un atteggiamento molto più sicuro, quasi altezzoso, nei confronti  degli occidentali, i “falang” (anche qui “nasoni”), rispetto alle altre popolazioni dell’Indocina che mantengono ancora un timido rispetto  reverenziale.  

CIMG3965_resize.JPGAl mio arrivo a Bangkok, il due novembre, ho avuto la piacevole sorpresa di essere ospite per ben quattro notti all’executive floor dell’Amari Atrium Hotel, un lussuoso cinque stelle in centro città, grazie ad Enrico Aquietta della ASCO Travel che ha presentato questo progetto umanitario al direttore. Con piacere, mi sono anche prestato a posare per un servizio fotografico del quotidiano in lingua inglese Bangkok Post. Ho acquistato una nuova bicicletta di una marca di tutto rispetto, la Merida modello S-presso 300 D da Bike Zone, fornitissimo negozio gestito da Fausto Izquiel, un simpaticissimo venezuelano con origini italiane veterano di competizioni su sterrato, che mi ha dato tantissimi consigli su come migliorare le mie performance e tenere la bici in buono stato di manutenzione, oltre a farmi un sostanzioso sconto del 40% sull’acquisto dei borsoni impermeabili e di vari accessori. Mi sono anche equipaggiato di un GPS che spero mi sarà di aiuto per navigare nelle zone desertiche dall’India in poi. 

A questo punto, ho finito questa parte preparatoria del viaggio, dove in 30 giorni ho percorso solo 1200 chilometri, e mi accingo ad inforcare il mio nuovo velocipede direzione sud verso il mare. Alla prossima… 

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