La figura del “folle” nella società italiana

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Dopo il bellissimo film “Cera una volta la città dei matti” che la RAI a trasmesso sulla vicenda Basaglia ecco un commento sul tema.  La figura del “folle” qualche anno or sono nei momenti più caldi e polemici accesi dalla legge 180, quella legge che ordinò la chiusura dei “manicomi”suscitando argomentazioni ideologiche ed umanitarie, fu incarnata in un film dal titolo :”Matti da slegare”.Film di natura provocatoria le cui immagini divennero il simbolo di una drammatica realtà, poiché accanto alla struttura di un ospedale psichiatrico si vedeva un cimitero, immagini che simboleggiavano la morte civile che ghermiva gli abitanti risiedenti oltre il muro.Altri “classici della liturgia cinematografica della follia”, come “Psyco” “Il buio oltre la siepe” “Il silenzio degli innocenti”, hanno identificato il cammino che la tematica del “folle” compie in una via stretta piena di sanguigni dibattiti, soprattutto al tempo della discussa legge Basaglia nel 1978 e la chiusura dei lager per malati mentali.Il 7 e 8 febbraio u.s. la RAI Italiana mandò in onda una fiction televisiva “Cera una volta la città dei matti” sempre per descrivere quel mondo di pazzia che imperversava nell’epoca della “detenzione” dei malati di mente nelle corsie manicomiali, ma che tutt’ora è “vivente “ nel quotidiano.La valenza di questa fiction e degli attori non è in discussione.Ma dobbiamo considerare questa cruda realtà del disturbo psichico che ha oltrepassato il muro del buon senso, di quel buio oltre la siepe, del silenzio degli innocenti e del disinteresse da parte delle Istituzioni, soprattutto, perché questa “questione” è considerata risolta dalla chiusura dei “manicomi” con la restituzione alle famiglie dei “malati” e con la presunta costituzione della sicurezza per i cittadini.Ancora continuano quei periodi bui dettati dal completo disinteressamento delle Istituzioni verso questa “problematica sociale” per il mancato ricorso a risorse tese e rese disponibili alle esigenze emergenti.La prima scelta che lo Stato doveva operare per la sanità pubblica, era ed è di valore antropologico facente riferimento ai valori dell’umanesimo cristiano e dell’etica civile.La seconda riguarda la programmazione della salute mentale.La terza fa riferimento al contesto socio-legislativo per neutralizzare i disagi che gli “utenti” e le loro famiglie incontrano nel quotidiano vivere.Queste scelte fanno riferimento ad ambiti della salute fisica, del benessere psicologico e relazionale, della vita sociale chiamando in causa specifiche competenze quali psicologi, sessuologi, legislatori.Ma non sempre è stato ed è così tutt’ora !Quelle “considerazioni” anomale del disinteressamento dello Stato costituiscono un errore gravissimo, perché quando vediamo nelle strade tanti “matti” in libera uscita che compiono gesti folli, non valutiamo o non vogliamo capire la priorità di una urgente soluzione di questo problema.“Scaraventare” centinaia di migliaia di famiglie nella disperazione e nell’angoscia costringendole a vivere giorno e notte direttamente il rischio ed il dramma conseguente con la presenza in esse di un malato mentale; “costringere” le famiglie in alternativa ad accollarsi onerosi costi di ricovero;”inserire” gli stessi in strutture intermedie private convenzionate (improntate ancora al sistema manicomiale scandalosamente ancora esistenti!) o religiose (quest’ultime peraltro poche e già al completo) ed alterando la vivibilità di questi esseri umani : è stato un rimedio peggiore del male.Poco è servito chiudere i manicomi per dare una risposta al disagio mentale. Occorre avviare un efficace programma di prevenzione, cura e reinserimento sociale del “malato”; occorre ammettere che quella legge 180 non ha funzionato o quanto meno sono passati 32 anni tra chiacchiere, burocrazia, promesse elettorali e non si è provveduto e non si provvede tutt’ora adeguatamente alla soluzione di questo grave disagio sociale tanto da trovarci ancora impreparati e frastornati; Occorre infine che il “problema”non venga visto in maniera teorica, ma venga valutato in modo pratico con una legge-quadro nazionale affinché le Regioni possono legiferare per un trattamento corretto ed omogeneo e per Servizi uguali in tutto il nostro Paese. Una “storia” che dura da ben 32 anni, a tratti ironica, a tratti drammatica, ma che manifesta l’urgenza del “problema”, che film o fiction non sono in grado di risolvere !.