La Patologia Dello Spreco – Parte II (Le Denunce Nel Vento)

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Nessuna inchiesta progredisce da noi, scoppia lo scandalo e poi tutto si ferma, diceva Leonardo Sciascia.

Lui, continuava a battersi con lealtà e senso di giustizia, citando la saggezza dei suoi contadini: “c’è ancora una parte sana, onesta, che lavora e soffre in qualche misura. Credo in questa categoria inascoltata, più che nella maggioranza silenziosa”.

Nulla è cambiato, tranne la voce di chi lotta, ridotta sempre più a brusio molesto e inefficace, perché la repubblica delle minuscole è uguale ad ogni latitudine. In Sicilia come in Lombardia, si combatte a colpi di indiscrezioni, smentite, scoop e verbali di lusso, fino all’esasperazione. Quando le cose non funzionano, da Roma arrivano i soccorsi, perché qualcosa bisogna pur dare. È uno scambio di favori reciproco: opere pubbliche, soldi, appalti, e dall’altra parte voti, che spesso si travasano da una lista all’altra, secondo (in)coscienza e opportunità.

Nel baratro delle Ferrovie la musica non varia di molto, anzi. Andiamo su Marte, esploriamo la Luna e sbirciamo in casa degli altri inquilini della Via Lattea, ma non riusciamo a portare un treno da Milano a Genova nei giorni di neve, o durante un temporale. Qualcosa non quadra. Forse perché dietro a questo qualcosa si cela qualcuno, un qualcuno aduso a grandi parole e lodevoli intenzioni, salvo poi peggiorare la situazione. Dati alla mano, i convogli diminuiscono, le carrozze pure, la disponibilità del personale addirittura precipita; aumentano invece i disagi, le tariffe, i superstipendi e le megaliquidazioni di amministratori delegati & Co. Nell’occhio del ciclone gravita Trenitalia così come la Fiat, l’azienda di Stato e la quasi totalità dei colossi nazionali, ma l’esempio su rotaia è davvero sconcertante. È forse corretto premiare un dirigente con centinaia di migliaia di euro per un simile scempio? Testimonianze di odissee quotidiane vengono da pendolari e viaggiatori occasionali, coinvolti giornalmente nel disastro.

A che serve collegare Milano alla capitale in tre ore, quando la ragnatela di linee secondarie patisce l’incuria e un rassegnato declino? Nelle piccole stazioni, quelle senza la gloria delle arterie maggiori, per anni servite con scrupolo e serietà da maestranze volenterose, regna l’abbandono più sordo e cocente. È un’agonia che ha ingoiato prima il personale, poi la dignità stessa degli edifici nel loro ruolo. Nessun annuncio, neppure una seggiola dove far accomodare anziani o donne incinta, e per un disabile è anche peggio. Niente riscaldamento, i biglietti vanno acquistati in tabaccheria ma bisogna saperlo, poiché non v’è alcuna indicazione a riguardo; e, dulcis in fundo, non esiste un orario ufficiale. I miserrimi fogli A4 appesi alle porte d’accesso agli ex uffici movimento sono la cortesia degli habituée, decisi a rimediare in proprio alla mancanza. Quante linee minori saranno sacrificate in nome dell’Alta Velocità? Quanti lavoratori verranno riqualificati, e quanti immolati alla causa delle buste paga dei loro superiori? Quale tributo in precariato e inefficienza si dovrà ancora pagare, per soddisfare la sete di pochi con lo spasmo di molti?