La Moneta Della Mediocrità

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 Attorno alle ultime dichiarazioni, ronzano sciami di riflessioni di anarchici o liberi pensatori. A ognuno di loro la sua scelta, finché non vengono le vertigini. Nessuno gli ha suggerito cosa fare e come farlo, nessuno insegna all’albero che forma dare alle foglie. In tempi strumentali li avrebbero usati come teste di ponte, come gatti procacciatori di voti ai pranzi di nozze, in aula, sui tram o nei social network. Oggi, invece, sono soli dinanzi alla realtà lacera, una distesa umana che non accetta più di entrare vantaggiosamente a palazzo con l’ipocrita concilio del figliol prodigo. La tecnocrazia subumana della torre di controllo ha vestito d’amore la rabbia, e un gretto livore protopaesano ha preso possesso delle dialettiche da comizio, puntando l’ago della bussola sui disegni storici. Qualcuno vuole finire nei libri, lasciando un segno di sé che non ha la virtù pletorica dei Sepolcri foscoliani. La forma insistita e socialmente variopinta attraverso cui si manifesta la rivolta è già sufficiente a dimostrarne la validità. Invece la coscienza, a chi produce, suona come un ticchettio sospetto nell’ingranaggio di un ordine anacronistico, devitalizzato. E gli oppositori stanno facendo l’amore con l’unico mondo che li ama: la civiltà. Non servono chirurghi per trapiantare il cuore in un altro corpo, eppure in troppi sono bruciati come fiammiferi dopo aver toccato la marmellata proibita. C’è un passato lucido di insegnamenti: Marquez descrive giovani mulatte scatenate nell’amore, zanzare e formiche volanti, rumori di stivali e sommossa, campane che battono le ore senza che nulla cambi, perché la vergogna è debole di memoria. Il Sud dei reazionari spiega la terra stessa, tra sperduti borghi con l’alcalde, il giudice, il parroco, le baracche di fango e canna selvatica, il tetto di giunco, l’aria che profuma di sonno e di cuoio. Tutti i paesi hanno un odore, dai ceri svedesi al pane d’Ungheria, dai ciliegi del Giappone agli incensi indiani, e in mezzo l’Italia, che sa quasi di tutto: capperi, vino, prosciutto, sudore, caffè, resine e ginestre. L’italiano conosce il passare delle ore dagli aromi, dai rumori che accompagnano il tempo. Ma invecchia senza assaggiare il piacere di una sconfitta accettata. C’è una fiera similitudine in questi due estremi: il terrorista nero della Sierra Nevada, al confine col Venezuela, ha occhiali e giacca di pelle scura, scarpe affilate come il taglio vigile degli occhi. Parla della violenza, che è legittima se risponde alla controparte, ma non vuole aver niente a che fare con le stragi. Può combinare un incontro con il subcomandante Marcos (il vero, non l’esule di Puglia con cui è stato confuso in tv), maestro della sommossa e della resistenza, senza tirare in ballo l’idealismo, perché gli estremi talvolta si incontrano, e si mettono pure d’accordo. Basta un niente e tutto ritorna, tranne quando quel nonnulla viene scritto sulla Costituzione. Modifiche comprese. I nuovi potenti lo sanno: la mediocrità è una moneta di paga sicura. Non ha alcunché da tramandare, ma pompa gli eventi fino a dargli un significato che ognuno adatta ai suoi bisogni. Traccia preghiere precise, accorate, e riferisce di un “privilegio” nell’aldilà soggetto a improbabili vizi terreni. Un imprenditore prevede addirittura l’imminente Giudizio Universale, in cui Cristo sceglierà i migliori, tra cui lui certamente, e i suoi benedetti confratelli. Ma il Vangelo parla del Dio del castigo e della paura, e del Tentatore che si sfogava su un innocente branco di porci: loro impazzivano, e finivano annegati nel lago. La Protezione animali avrebbe qualcosa da ridire sulla trovata. È però ottima a nascondere il vero, ossia che siamo nati condizionali per un capriccio di natura. E allora Dio fa il contabile: registra accuratamente le colpe e gli scarsi meriti dei suoi figli. Ma se è onnisciente, di quali conferme ha bisogno? Dev’essere imperfetto almeno quanto noi, se ci ha regalato un’esistenza tanto sbagliata da meritare la morte. Veste i gigli dei campi e gli uccelli dell’aria, ma lascia morire di ebola i bambini del Congo. E com’è? Un patriarca con la barba talebana, un triangolo accecante o un’entità multiforme? Ha certo un cattivo carattere, perché costringe a partecipare alla corsa per il paradiso senza lasciare libertà d’iscrizione. E la valle di Josafat è strettina, per starci tutti. Ecco perché bisognerebbe rinunciare al delirio dei ragazzini che piangono per farsi notare. Chi non sa accettare le scadenze vive il più lancinante e spregiudicato dei tormenti, va in giro col camiciotto aperto mostrando il collo, ignaro che il tempo incide un cerchio per ogni anno, come negli alberi. Difficile accettare il silenzio o l’ingratitudine dell’indifferenza, ma se questa è l’aiuola rimasta, occorre darsi pena per renderla florida, insensibile e refrattaria alla mediocrità. Molti verranno a sdraiarsi, a prendersi un tè o una pausa di respiro, stanchi del pressing mediatico, del tamburellare insistito dei favoriti. Negli anni ’60 le comitive arrivavano a Mosca telefonando immediatamente una corrispondenza basata più sui pregiudizi e la vox populi, mentre i funzionari sovietici consigliavano con ironia di non aver troppa fretta, perché per dire male del loro paese non serviva inventare. Il gusto del mestiere talvolta fa perdere di vista la verità, il rispetto di se stessi. Ci si abbandona al fatalismo, precipitando nella fila di quelli che applaudono o che tacciono. Fare il gioco dei ciechi nuoce gravemente alla salute. Anche Giulio De Benedetti tacque la propria religione, era ebreo. Anni prima aveva intervistato un signore che in Germania s’era fatto notare, un certo Hitler. “Io”, gli disse il capo della camicie brune, “un israelita lo sento al fiuto”. L’intuito, con De Benedetti, non funzionò. Montanelli, poi, era uno che andava in mezzo agli altri per sentirsi ancora più solo, e secondo Enzo Biagi era un monomaniaco. Qualcuno gli dava del fascista, benché ai tempi di Salò fosse stato condannato. Quando rivedeva le sue posizioni lo accusavano, voltagabbana; se manteneva le idee lo attaccavano, conservatore. Lui sosteneva che un giornalista, per tenere pari i lettori intolleranti, dovrebbe prendersi il morbillo e la gotta, cioè i mali dei bimbi e quelli dei vecchi. Quasi mai, le etichette che appiccichiamo, corrispondono ai contenuti umani. Infatti, per Longanesi “spiegava agli altri ciò che non capiva”, ma senza inneggiare alla guasconata. Nella nostra attualità invece contano più i galloni delle truppe che si hanno dietro, ecco perché un giornale non si vende più per i contenuti, ma in base alla fede che abbraccia. I politici hanno il megafono mediatico e aprono blog o profili su Facebook, dove possono giornalmente informare, sostenere, controllare il numero dei fans, e modificare lo stato. Una voce maliziosa fuori dal coro suggerisce: “modifichino il loro, di Stato. Il mio, voglio tenerlo così”.

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