Cinema e Letteratura: la dialettica di un rapporto unico

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Secondo una recente indagine AIE (Associazione Italiana Editori), il segreto del successo di un’opera cinematografica è spesso nascosto nel testo che l’ha ispirata. Confrontando il numero di film tratti dalla letteratura coi dati annuali sull’affluenza di pubblico e i relativi incassi, non restano dubbi. Nel periodo compreso tra il 2006 e il 2008, ad esempio, i film basati su libri hanno registrato un margine di guadagno ben superiore rispetto alla media.

Inoltre, tra i fattori che inducono il pubblico a vedere un film, al quinto posto c’è l’aver letto il relativo libro; viceversa, aver visto la pellicola cinematografica è al terzo posto tra le ragioni che spingono a leggere la fonte da cui è stata tratta. Eppure, la frequenza dell’affermazione “Mi è piaciuto di più il libro” sembra testimoniare che, in genere, l’opera cinematografica non sia in grado di competere con quella su carta. Le ragioni di questo diffuso modo di pensare sono molteplici, e radicate anzitutto in un preconcetto culturale. Già il fatto che la letteratura sia un’Arte più datata, porta tendenzialmente ad attribuirle un primato ontologico rispetto al mezzo cinematografico.

Se ispirarsi all’opera scritta era un tentativo di nobilitazione per il film delle origini, va osservato che a fine Ottocento il cinema non possedeva gli attuali strumenti tecnici. Di conseguenza, scenografie, effetti e adattamenti venivano sminuiti, perché piuttosto ingenui e grossolani. Si trattava di una forma espressiva ancora acerba, e sarebbero passati molti anni prima che, da mero fenomeno di baraccone, fosse legittimata e consacrata ad Arte. Altra spiegazione è data dalla rottura del cosiddetto sogno narrativo: grazie alla fantasia, infatti, il lettore è coinvolto attivamente nel processo di costruzione dell’universo narrato, e crea una personale proiezione immaginifica di quanto sta leggendo. Sul grande schermo invece, egli è costretto guardare il sogno narrativo di un altro (il regista), e non di rado questo contrasto provoca disaffezione. Inoltre c’è il gap dello spazio narrativo: l’inevitabile sintesi rispetto all’opera scritta e i tagli “fisiologici” per adattarla a una tempistica più ridotta, spesso scontentano lo spettatore. In ultimo, il ritmo. Dinanzi a un testo è il fruitore a scegliere quello più consono a sé. Può rileggere o saltare paragrafi, capitoli, frammenti, soffermarsi su altri, scorrere rapidamente o gustare con calma i passaggi, cosa impossibile dinanzi a una pellicola che impone un solo incedere.

Oggi, la riuscita di un adattamento cinematografico dipende molto dall’abilità del regista. Egli è l’unico in grado di limitare i danni dovuti alla frantumazione del sogno narrativo, ed è opportuno citare un kolossal come Il Signore Degli Anelli, la cui scenografia ha attinto minuziosamente dai disegni originali dell’omonima trilogia di Tolkien. Ma a prescindere dalle opinioni di massa, quest’operazione può dirsi riuscita soprattutto quando il regista riesce a svincolarsi il più possibile dal romanzo, sottolineando così le proprie possibilità di significazione.

E come riporta “Il venerdì di Repubblica”, in un articolo del 2 aprile 2010, succede che a volte i film riescano a battere le fonti di ispirazione. La rivista “Premiere” ne elenca dieci, in ordine, dal fondo: Blade Runner (Ridley Scott) rispetto all’opera di Philip K. Dick, Paura e delirio a Las Vegas (Terry Gilliam) al romanzo di Hunter S. Thompson, Shining (Kubrick) sul testo di King. E ancora, il già citato Signore degli anelli di Peter Jackson, e Il padrino di Francis Ford Coppola rispetto all’opera di Mario Puzo. I primi tre posti, però, sono riservati a Il mistero del falco di John Huston rispetto al romanzo di Dashiell Hammet, Fight Club di Fincher sull’opera di Chuck Palahniuk; e al numero uno, American Psyco di Mary Harron sul capolavoro di Bret Easton Ellis.

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