Dennis Hopper – Un Grande Che Se Ne Va

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 Si è spento lo scorso 29 Maggio a Venice, per un cancro alla prostata, Dennis Hopper, celebre attore e regista statunitense, che lascia l’establishment di cui era stato discusso protagonista. Aveva esodito giovanissimo sul grande schermo, recitando a fianco di James Dean nel cult Gioventù Bruciata (Rebel Without A Cause, 1955), ma fu la partecipazione al Il Gigante (Giant, 1956) a consacrarlo definitivamente allo Star System. 

La sua filmografia vanta alcune pietre miliari del cinema hollywoodiano, nonché numerose collaborazioni con artisti del calibro di Wim Wenders, Francis Ford Coppola e David Lynch. L’opera che lo rende però indimenticabile è senza dubbio Easy Rider (1969), dove oltre alla parte del co-protagonista siede anche dietro la macchina da presa.

Dopo la grande depressione a cavallo fra gli anni Sessanta e i Settanta, malcontento e proteste scissero gli USA fra i sostenitori del sistema politico di allora e gli intolleranti. La recessione spinse il cinema a limitare i costi di produzione, individuando strategie per attrarre il pubblico, anche in virtù del progressivo sgretolamento dei poteri di censura dell’Hays Office. In un simile contesto, l’industrtia cinematografica si fece portavoce delle istanze sociali e delle critiche, incentrando le attenzioni sul target di riferimento (l’età dei principali fruitori delle sale, infatti, era fra i 16 e i 24 anni). E pur per un breve periodo, la controcultura trovò terreno fertile in Hollywood, facendo intravedere la possibilità di un cinema d’arte statunitense.

I prodotti giovanili, sprezzanti e provocatori, offrendo uno spettacolo alternativo a quello della Tv, permisero al cinema di superare la crisi economica. Si trattava perlopiù di opere “scottanti”, con personaggi controversi e antieroi dalla vita difficile, per nulla scontata. A livello tecnico, proponevano ampie sperimentazioni stilistiche, mutuate in prevalenza dal cinema europeo.

Easy Rider è un celebre esempio di tali innovazioni. Il film narra il viaggio di due spacciatori di droga attraverso gli States, e sdogana tematiche socialmente notiziabili, provocatorie, di forte presa sul pubblico. I due protagonisti (Peter Fonda e lo stesso Hopper, cui si aggiungerà per un breve tratto Jack Nicholson) sono individui anticonvenzionali, e il loro itinerario a bordo di ruggenti Harley Davidson si configura come fuga dall’omologazione e voto alla più estrema libertà. La colonna sonora è ovviamente rock, e le note di Born To Be Wild degli Steppenwolf ne scandiscono il ritmo.

 

 

Sfacciata, innovativa, controcorrente, la pellicola riscosse un successo enorme, ben al di là delle aspettative. Sesso, violenza, soldi facili, moralità “trasversale”, profondi legami d’amicizia, notti sotto il lenzuolo del cielo, abuso di droghe ed effetti allucinogeni dell’LSD sono soltanto alcune delle tematiche proposte, e che ancora oggi sorprendono. Hopper, inoltre, sull’onda delle tecniche già sperimentate da Godard, creò una trama non lineare, frammentata, assemblando con un discontinuo, nervoso e originale montaggio i fotogrammi, e facendo incombere a tratti l’inquadratura di una moto distrutta, prefigurazione di una tragica fine.

 

Emblema del mutamento dell’industria cinematografica, Easy Rider venne distribuito dalle major nonostante i contenuti scabrosi, e si colloca senz’altro fra i più significativi lavori dell’epoca, tanto da essere considerato il manifesto della Nuova Hollywood. E sopra la città in cui i sogni del regista presero vita, come nella Walk of Fame, ora brilla una nuova stella, meritato omaggio ad un genio ribelle.