Egon Schiele, Dissacrante Vate Della Modernità

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Nudi provocanti e sguardi taglienti, maliziosi. Corpi che prendono forma dal contorcersi del tratto. Inquietudine esistenziale colorata ad acquarello, pose innaturali e linee deformanti. A distanza di un secolo, l’opera di Egon Schiele sa ancora stupire, rivelando il dramma di una coscienza inquieta. Nato a Tulln il 12 giugno 1890 e morto a Vienna solo ventotto anni più tardi, la sua breve parabola esistenziale è divenuta emblema dell’arte moderna.

Sul finir del secolo l’Austria è animata da un forte clima di innovamento, di cui Vienna è polo principale, grazie alla convivenza di molteplici culture e a un vivace dibattito socio-politico. In questo contesto nasce Egon, bambino dalla mediocre carriera scolastica, ma con una spiccata e precoce predisposizione al disegno e alla pittura. D’estrazione borghese, il padre muore presto per una malattia mentale, e quel trauma segna l’intera opera del futuro pittore. Egon vive i turbolenti anni dell’adolescenza con le sorelle e la madre, sotto tutela dello zio Leopold Czinaczek. Inutile il tentativo di avviarlo al lavoro ferroviario: i familiari sono costretti a riconoscere il talento artistico del giovane nel 1906, quando viene ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Già le sue prime opere manifestano una profonda indagine psicologica, e i numerosi autoritratti che l’artista emergente realizza suggeriscono straniamento e dolore. I colori prediletti sono forti e luminosi, e prendono corpo in tratti inusuali, quasi primitivi, difficilmente conciliabili con il rigido classicismo accademico. Disegnare “secondo gli antichi” non esprime adeguatamente il sentire di Schiele, che intraprende uno studio autonomo, eclettico. Si distanzia così dalla tradizione puntando verso le avanguardie, anche grazie all’assidua frequentazione del Café Museum della capitale, alcova dei giovani artisti. Ma su tutti, è l’incontro con Klimt (1907) a rivelarsi decisivo: il padre della Secessione Viennese appoggia l’originalità dell’opera di Egon e ne condivide i principi, favorendo il suo ingresso nel mondo dell’arte e pubblicizzandolo presso importanti mecenati. Nel 1908 Schiele può esibire dieci opere nella Kaisersaal dell’abbazia di Klosterneuburg, e l’anno successivo quattro suoi dipinti sono esposti alla Mostra d’Arte Internazionale di Vienna, accanto alle opere di Munch, Matisse, Van Gogh.

Quando il giovane talentuoso decide di abbandonare l’Accademia, la cui frequentazione è divenuta intollerabile, può già contare su una certa notorietà e agiatezza economica. Nello stesso anno (1909) Schiele fonda il Neukunstgruppe, in aperta dissidenza rispetto al conservatorismo tradizionale. Il movimento è aperto a una pluralità di voci, tant’è vi aderiscono pittori, scenografi e musicisti: ciò che li accomuna è il bisogno di esprimere se stessi al di là di ogni imposizione, secondo il principio che la libertà d’espressione è la base di ogni processo creativo. Pur continuando ad ammirare l’opera di Klimt, Egon si emancipa definitivamente da essa, e all’eleganza dei tratti dell’Art Nouveau risponde con un erotismo sfrontato, diretta manifestazione degli impulsi primigeni dell’individuo. Il nudo è il soggetto preferito, proprio in quanto tramite diretto dell’inconscio, e il corpo esprime una sessualità aggressiva, quasi morbosa, svelando il tetro e ambiguo rapporto dell’autore con esso.

La prima modella è la sorella Gertrude, verso la quale Schiele mostra un amore più che fraterno, ma nel 1911 conosce la diciassettenne Valerie Neuzil (Wally), che diviene la sua musa ispiratrice. Tra lei ed Egon prende vita una relazione scandalosa, sia per lo stile di vita sopra le righe dei due, sia per la giovane età della ragazza; la maldicenza dei concittadini costringe la coppia a trasferirsi in diversi paesi della provincia viennese. E in questo periodo la campagna affiora nella produzione di Egon, che affianca all’impudico erotismo paesaggi d’impronta enigmatica, mediati da una sofferta visione della condizione umana. Anche le raffigurazioni di fanciulle si fanno frequenti, poiché nel loro corpo, prossimo alla maturazione, egli ritrova il precario equilibrio tra ingenuità e consapevolezza. Nel 1912, tuttavia, Schiele è accusato di stupro verso una modella minorenne, e sebbene il processo lo assolva da detto reato, la giuria lo condanna per averle mostrato le proprie opere, considerate pornografiche. La detenzione dura un mese, durante il quale il pittore redige un diario colmo di riflessioni, autentico biasimo a una società ottusa e incapace di comprendere l’Arte. Tali scritti gli valgono la fama, ancora attuale, di artista alienato.

  Una volta rilasciato, Egon torna a Vienna e alla ribalta. Grazie all’appoggio costante di Klimt, la critica internazionale accoglie nuovamente le sue opere, ormai giunte alla piena maturità artistica. Produce innumerevoli ritratti e autoritratti, da intendersi non come mera riproduzione del reale, ma piuttosto come specchio dell’alterità: rivelano infatti i tratti più sconosciuti dell’individuo, e spesso si affiancano con insistenza al tema della morte. Anche l’erotismo si fa più accentuato, coi corpi in pose insolite e conturbanti, dal forte impatto visivo. La superficie delle tele è marcata da un segno nervoso e sicuro, che lascia ampio spazio al bianco, eco di un insanabile vuoto di senso.

  L’ultima fase della sua produzione comincia nel 1914, quando si innamora di Edith Harms, figlia del fabbro di fronte al suo atelier. La giovane irrompe nella vita dell’artista e lo induce a chiudere la relazione con Wally. L’anno seguente i due si sposano, ma il pittore è costretto a prestare servizio nell’esercito: giudicato inabile alla leva, viene impiegato in servizi sedentari presso Praga e Vienna. Sono poche le opere che può realizzare in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale, nonostante tutto prosegue l’attività. Ritrae prigionieri e ufficiali austriaci, promuove i lavori degli amici impegnati al fronte, inviando i propri a molteplici mostre. Alla fine del conflitto, e dopo la morte di Klimt, Schiele diventa il più importante pittore austriaco della modernità. All’apice del successo, viene stroncato dall’epidemia di influenza spagnola, tre giorni dopo la moglie Edith.

La sua eredità conta migliaia di capolavori, tra dipinti e disegni su carta. Ritenuti scioccanti, persino amorali, non gratificano esteticamente l’occhio dello spettatore: l’artista non si crogiola nel decorativismo, né ricerca il bello fine a se stesso, perché il suo è un percorso nei meandri dell’interiorità, volto a esternare senza mezzi termini il Lato Oscuro. Materialmente, Schiele dipinge soprattutto corpi femminili, dove il nudo fisico è in realtà quello dell’animo, palesato nei tratti più scomodi: angoscia, sofferenza, tormento, ossessione, mostrati senza inibizioni attraverso il contorcersi di mani e sguardi taglienti, incisivi. Ne risulta una sensualità esplicita e ribelle, veicolo di tensione emotiva e dinamismo, che nonostante il largo impiego di colori scuri, cupi o neutri, accende l’immagine e la sorprende fra inattese pennellate di fuoco. E consacra l’autore tra i massimi rappresentanti dell’Espressionismo.