Avventura -DIARIO DI BORDO del viaggio sportivo-umanitario dal Vietnam all’Italia per i diversabili. Scritto da Matteo Tricarico

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 Continua l’avventura di Matteo TRicarico, in viaggio con la sua bicicleta per il mondo a scopo umanitario. Emozioni, inontrontri inaspettati, cultura e fasciono dell’ignoto , sono gli incredienti di un viaggio che termiera nel 2011.

(Capitolo 8 prima parte) 20 febbraio 09 aprile 2010 – Da Calcutta a Pondicherry (India) 

Bongshipur, Bangladesh 7 giugno 2010, 18:35 – Parlare di India è come considerare l’Europa geografica un unico grande stato unitario che va dagli Urali a Gibilterra! Viaggiando nel subcontinente indiano ci si rende immediatamente conto che hanno molto più in comune tra di loro un palermitano con un moscovita rispetto ad un abitante di Calcutta con uno di Madras. La Federazione Indiana è un insieme di veri stati diversi per lingua, alfabeto, cultura, spesso religione, etnia, modo di pensare e di affrontare la vita; un mosaico tenuto insieme dalla recente storia comune seguita alla colonizzazione britannica e dalla geografia che racchiude le tessere all’interno del triangolone di terraferma che comincia dal massiccio himalaiano e si va ad incuneare nell’oceano indiano. Una terra che paesaggisticamente non ha nulla di troppo diverso da altri angoli d’Asia alle stesse latitudini: le identiche risaie con le palme da zucchero a perdita d’occhio che si trovano in Cambogia e Vietnam; l’interno arido a  savana simile al sud del Laos o al centro del Myanmar; le mandrie di gobbi bovini, gli zebù, che ossuti e dalle mammelle sgonfie si trascinano lente sotto il sole cocente; i colori del terreno che non si scostano dalle sfumature tra il giallo ocra ed il rossastro dell’Indocina; lo stesso sole tropicale unito all’umidità che rende ogni attività fisica giornaliera un supplizio divino. 

Ma quello che fa dell’India qualcosa di assolutamente incredibile, nel senso più letterale del termine, sono i suoi abitanti. Si potrebbe scrivere un’intera biblioteca su questo miliardo e mezzo di individui con le loro infinite sfaccettature ed immensi contrasti; io mi limiterò ad una sfilza di aggettivi senza la pretesa di essere né logico né esaustivo, forse la lingua italiana non ha nemmeno tutti i termini per definire questi ospitali, arroganti, gentili, impiccioni, disponibili, sprezzanti, allegri, attivi, ignoranti, appiccicosi, fieri, svogliati, poveri, lindi, imbroglioni, caldi, lerci, distaccati, colti, ricchi, esuberanti, rumorosi, lassisti, fatalisti, vivaci, generosi, casinisti, intolleranti, numerosi, accoglienti, divertenti, amorevoli, antipatici, scontrosi, suscettibili, razzisti, sorridenti, straccioni, rivoltanti, piacevoli, rissosi, stupefacenti indiani. 

Se avessi fatto questo viaggio nella direzione opposta, forse, non avrei dovuto prendere nemmeno un aereo, infatti dall’India e dal Bangladesh non ci sono limitazioni da parte dei militari birmani ad entrare via terra nel loro territorio, mentre non è possibile il contrario, e sarei potuto uscire entrando in Cina. A ciò pensavo mentre guardavo la distesa blue del golfo del Bengala che si stendeva sotto di me ed avevo il naso attaccato all’oblò dell’airbus dell’AirIndia che il 19 febbraio 2010 nel tardo pomeriggio portava me e la bicicletta nella stiva, da Yangon a Calcutta. Il cuore mi batteva più velocemente del solito perché mi avvicinavo ad un angolo del mondo a me sconosciuto e che vedevo immensamente vasto, spaventoso,  e misterioso, ma mi ripetevo quello che mi dico sempre in queste occasioni: “Il mondo è fondamentalmente tutto uguale, perché abitato dagli esseri uomini i quali, nella sostanza e nelle loro necessità, sono uguali dappertutto”. All’aeroporto di Calcutta tutto come al solito: fila per il visto, un modulo supplementare da riempire per un’epidemia di cui, in Myanamar, non avevo sentito parlare, la bicicletta portata a spasso da un inserviente nella sala del ritiro bagagli e non sbattuta sul rullo come a Saigon o Giacarta e la mia uscita spingendola  sotto gli occhi sorpresi degli altri passeggeri e degli addetti ai lavori. Chieste le indicazioni ai tassisti su come raggiungere Sudder street, l’area per saccopelisti consigliata dalla Lonely Planet per gli alberghetti a buon mercato, mi sono subito accorto di una grande differenza con gli abitanti del Sud-est asiatico: lo “spazio personale” si riduce drasticamente fino quasi a scomparire. In estremo oriente i contatti fisici, come la stretta di mano o le pacche sulle spalle, sono praticamente inesistenti sia tra sconosciuti che tra amici; è persino considerato sconveniente che due fidanzati si tengano per mano in strada e qualsiasi dimostrazione d’affetto in pubblico, tipo carezze e baci, anche tra persone sposate, è segno di gran maleducazione e  confinato nelle mura domestiche. Dopo sei anni in cui ho rigorosamente rispettato una distanza di almeno un metro tra me ed il mio interlocutore orientale, mezzo metro il mio spazio ed altrettanto il suo, e mi sono trovato molto a mio agio con questa consuetudine, sono improvvisamente piombato in India, dove la gente si ferma a scrutarmi a pochi centimetri, mi tocca continuamente, mi si mette d’avanti ad una distanza tale da sentire quanti spicchi d’aglio ha mangiato nelle ultime 24 ore, invade senza necessità i miei sacrosanti 50 centimetri di sfera personale, mi fissa intensamente per una sua curiosità morbosa che sento come una molestia! Ho avuto problemi ad adattarmi a questo modo di fare irriverente nei confronti della mia persona, volevo litigare con tutti quelli che mi mettevano i loro pungenti occhioni addosso e che stavano li ad osservarmi per interi minuti, some se fossi una qualche bestia strana: “Ma che cavolo hai da guardare? Non hai mai visto uno in bicicletta?!!” ho urlato contro qualcuno, poi mi sono reso conto che avrei dovuto farlo con quasi tutti i 700 milioni della popolazione maschile indiana, visto che le donne, sfortunatamente, tengono una rispettosa distanza. Così ci ho fatto il callo a mangiare, bere, pedalare, telefonare, urinare, in generale a vivere in pubblico sotto osservazione, con occhi attenti che mi scrutano e commentano ogni mio gesto, un po’ come una superstar tempestata dal flash dei paparazzi anche quando preferirebbe essere invisibile o, almeno, trasparente. Decisamente, gli indiani hanno imparato ben poco dai colonialisti britannici in fatto di privacy

A Calcutta, ho alloggiato alcuni giorni al Plaza Hotel a Sudder Street. Il pomposo nome non tragga in inganno, si tratta di una pensioncina da otto dollari a notte tra le tante che ho esaminato, scelta solo perché aveva una scrivania su cui poggiare il computer per stilare la relazione dei primi 130 giorni di viaggio, con la conseguente campagna stampa. Ho anche acquistato una SIM telefonica della TATA DOCOMO, che mi avevano assicurato funzionasse con qualsiasi modello di modem USB, ma così non è stato, tanto che sono andato a protestare alle sfere più alte del Customer Service, il sig. Ankush Julka, manager regionale, che mi ha accolto nel suo ufficio al quindicesimo piano del TATA Building. Dopo aver convocato i massimi capoccioni tecnici che hanno smanettato con il mio computer per più di tre ore, arrivando alla conclusione che il loro sistema non è compatibile con tutti i tipi modem, mi ha tenuto un’altra ora per parlargli del mio viaggio e mi ha dato il numero di telefono di un paio di suoi amici che incontrerò a Delhi. Per la cronaca, ho comprato una nuova SIM della Vodafone che sta funzionando benissimo. Un altro acquisto necessario è stata la mappa digitale dell’India per il mio navigatore satellitare che doveva venire da Bombai e che il rappresentante della Garmin a Calcutta mi aveva detto: “Sir, undoubtedly it will be here by tomorrow morning at 11.00 am!”. A quell’assicurazione ne sono seguite altre cinque nei giorni successivi, ogni volta spiegando il ritardo con un qualche problema tecnico del corriere o altre ragioni simili, così ho cominciato a capire che gli indiani più ti garantiscono qualcosa e meno è provabile che ciò accada secondo le promesse. Sempre per la cronaca, alla fine ho ricevuto la schedina con la mappa.

Sono entrato nel paese con un visto turistico di tre mesi e nel mio programma originario non avevo intenzione di sfruttarlo per entrare subito in Bangladesh, dove mi attendevano, e poi rientrare nel nord del subcontinente tagliandolo da est ad ovest. Ciononostante, dopo qualche riflessione, pensai che oramai ero lì e potevo almeno visitare i dintorni di Calcutta per qualche giorno… Gli ultimi pensieri famosi, perché l’India mi ha rapito e non ho varcato il confine bangladese che allo scadere del visto, dopo 90 giorni ed aver percorso quasi 5000 chilometri!