Il Costo della Negligenza e il Pericolo Italiano

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Mentre la marea nera si allarga nel Golfo del Messico, le indagini sull’incidente rivelano notizie sempre più sconcertanti. Come riporta La Repubblica, l’operaio Tyrone Benton ha dichiarato che la British Petroleum era a conoscenza dei problemi della Deepwater Horizon molto prima dell’esplosione. In particolare, a causare il disastro ecologico è stato il malfunzionamento del Bop (Blowout preventer), un dispositivo atto a sigillare il condotto principale in caso di fughe gassose. Composto da molteplici unità di controllo (control pods), il congegno era stato appositamente studiato per evitare catastrofi come quella occorsa. Eppure qualcosa è andato storto, e l’errore è da imputarsi esclusivamente alla negligenza umana.

Due settimane prima che il pozzo saltasse in aria, Benton e altri colleghi hanno notato il guasto e allertato i vertici della compagnia: sia Bp che Transocean (proprietaria della struttura), sono state avvertite dell’emergenza. Ma riparare il contenitore di controllo avrebbe comportato la temporanea sospensione dell’attività estrattiva. Così, a fronte di un risparmio di circa 500.000 dollari (la cifra sborsata giornalmente dalla Bp per la piattaforma), si è deciso di disconnettere il sistema. Il professor Tad Patzek dell’University of Texas, esperto di perforazioni petrolifere, ha dichiarato alla BBC: "È inconcepibile: se hai qualsiasi dubbio che il Bop non funzioni adeguatamente, lo devi riparare a qualunque costo". Del resto, non servono menti brillanti per provare disdegno. Le immagini parlano da sole, il buon senso fa il resto. E a conti fatti, il costo del danno è ben superiore a quello che sarebbe bastato per prevenirlo. La BP ha finora speso due miliardi di dollari per arginare il greggio, ricevendo 65.000 richieste di risarcimento. Dovrà ancora pagarne una buona metà, senza contare che il fondo di garanzia stabilito dalla Casa Bianca ammonta ai 20 miliardi. Benché la manutenzione dell’impianto fosse a carico della Transocean, questa sostiene di aver verificato l’efficienza del sistema di sicurezza prima dell’incidente. Così, la querelle sulle responsabilità prosegue, mentre il danno ecologico si fa incalcolabile.

L’Italia, intanto, resta a guardare, inconsapevole del pericolo marea nera casalingo. Perché nonostante il silenzio mediatico, vi sono almeno 700 pozzi attivi distribuiti sul territorio nazionale. Le condotte affondano nella crosta terrestre a profondità elevate (dai quattromila ai seimila metri), risucchiando quel poco che possono. Sebbene la politica energetica tricolore definisca l’attività estrattiva come indispensabile per lo sviluppo economico, il rendimento annuo è di soli 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 5% del fabbisogno nazionale. Nemmeno la prospettiva di nuovi posti di lavoro è realistica; basti pensare alla Val d’Agri, in Basilicata: a fronte di duemila posti annunciati, il Centro Oil ha in forza cinquecento persone, di cui solamente 70 non sono precarie. Eppure, il Bel Paese attrae le attenzioni di tutto il mondo (soprattutto canadesi, americani, irlandesi, inglesi e australiani), perché se i giacimenti occidentali si esauriscono, qui la corsa all’oro nero ha pochi freni. Come si legge su Repubblica.it, ad oggi sono 95 i permessi rilasciati dall’attuale governo alle compagnie: “71 a terra (25mila chilometri quadrati, un’area equivalente alla Sicilia) e 24 a mare (11mila chilometri quadrati, quanto l’Abruzzo). 65 le istanze per nuove ricerche: 24 a terra (7mila kmq) e 41 a mare (23mila).”

Se Abruzzo, Sicilia e Basilicata sono le più bersagliate dai colossi internazionali del petrolio, anche la Toscana sta attraversando una fase critica. Le terre del Chianti hanno scampato da poco il pericolo, ma la Puma Petroleum, di recente incorporata dall’australiana Key Petroleum, ha già messo gli occhi sul golfo di Pianosa, tra le coste meridionali dell’Elba e Montecristo. L’area interessata si estende per 643 chilometri quadrati e fa parte del Parco Nazionale dell’arcipelago toscano. Non basta che quel gioiello di biodiversità, paradiso per balenottere e delfini, sia già abbastanza compromesso dagli sversamenti inquinanti e dai lavaggi delle petroliere. No. Dopo aver perforato Tanzania, Suriname e Namibia, gli australiani hanno chiesto anche al nostro Governo l’autorizzazione a operare. Dallo scorso inverno, infatti, la Key sta sondando i fondali dove vorrebbe aprire almeno due pozzi. Indignato, Umberto Mazzantini di Legambiente, fa appello ai Comuni dell’arcipelago, alle Province di Livorno e Grosseto, alla Regione e al Parco Nazionale per “opporsi immediatamente con atti ufficiali a questa follia".

 

foto: [http://fiumesanto.files.

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