All’Ombra Del Campanile

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 Un guru del giornalismo sosteneva che anche i simboli cambiano, basta sfogliare gli albi delle vecchie fotografie. Un secolo fa era sufficiente dare un’occhiata ai vestiti. L’abito faceva il medico, il manovale o la piccola signora borghese, distinti per completo nero e catena d’oro al panciotto il primo; giacca di fustagno, nessuna cravatta e mantella del Casentino il secondo; enorme cappello con gli asprits e malinconia horror dei colletti di martora la terza. L’operaio del Fronte Popolare invece andava in bicicletta sul selciato umido del mattino, aveva la faccia e la casquette alla Jean Gabin, tutto ciò che i tedeschi proibirono. Oggi il lavoratore, nei corsivi dei polemisti e nella immaginazione comune, è il metalmeccanico. Forse perché ha tanto posto nelle industrie, negli esuberi, nella vita e nei manifesti di propaganda. Il socialismo ha rappresentato, sulle tessere e nelle illustrazioni, l’avanzata dei proletari, accompagnata al ritmo dei colpi che giovani uomini muscolosi battevano sulle incudini, mentre sullo sfondo brillavano le ruote degli ingranaggi. Sono passati decenni, e il panorama non è affatto cambiato.

Sul capo di costoro rimbalzano contraccolpi e intese improbabili, minacciose. Le proposte dei vari esecutivi sono brutte copie di un film già visto, che di anno in anno peggiora. Quelle della maggioranza attuale sono a malapena confessionali, e nessuno oltre al PdL si assume la responsabilità di frantumare le fragili alleanze. Le politiche del governo fanno fumo: nulla di meglio, per spegnerle, dell’acqua prodotta dall’opposizione, che rischia sempre più l’annegamento. Sopravvivere è istinto, è necessità, e nessuno conosce più trucchi di un parlamentare. Da svariate generazioni si ricicla per cognome, per legami occulti o diretta parentela, con rare e spesso poco illuminate eccezioni. Eutanasia, coppie di fatto, biotestamento, immigrazione, federalismo: le soluzioni sono ferme alla fase di studio, nonostante due anni e mezzo di stasi, in cui la sola certezza è la distanza dalla verità. Abbiamo stampe, canali e partigiani compiacenti, e chi ci rimette è il cittadino, preso in un balletto vergognoso. Finché il cittadino stesso non decide di partecipare, emulando i suoi (in)degni rappresentanti. Nascono così storie di ordinaria mala gestione, con organigrammi gonfiati ad hoc per creare società fantasma o di comodo, consorzi di “capitalismo comunale” che hanno più direttori generali che personale. Il mondo intero è paese, ma il dato italiano è inquietante: ventiquattromilasettecento componenti nei soli Consigli di Amministrazione, con tariffe e balzelli in aumento costante. Nel servizio pubblico, durante l’esecutivo Prodi, la crescita è stata addirittura del 42%. Uno sciupio immane, disastroso, dovuto alla piaga nepotista e clientelare che sceglie i manager secondo criteri di casta. Tant’è, un quarto delle realtà “incriminate” non ha prodotto un solo centesimo di utile, tranne i milioni intascati da consiglieri e presidenti.

L’elenco sarebbe lunghissimo e fastidioso. C’è chi addebita alla Giunta centinaia di migliaia di euro per poche palme piantate sul lungomare, e chi pranza a base di aragosta a Dubai coi proventi dello smaltimento rifiuti. E ancora chi, pagato per selezionare e fornire personale di custodia o portierato, non riesce a trovarne fra migliaia di dipendenti e candidati. Operazione trasparenza atto primo, con la Destra che difende a tutta forza la “finanza allegra” dei Municipi, forse perché sono il miglior ufficio di collocamento per i politici privi di competenza. Si mangia bene, insomma, in attesa degli atti successivi. Chi viene scoperto con le mani nella marmellata ha sempre modo di riqualificarsi, o riabilitarsi con un paio di interviste. La peculiarità dello scaldapoltrone è che dinanzi ai propri errori, va in crisi per sovraccarico di informazioni. Bisogna capirlo, poveraccio: non ha mai vestito l’abito dei pionieri, né quello dei lavoratori.