La vita dietro quella porta Blu (Un giorno nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cisanello di Pisa)

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Ci sono luoghi al mondo sospesi  tra la vita e la morte. Luoghi, dove non vorresti mai entrare, posti che tu pensi lontani dalla vita quotidiana, dalle urla, da quegli orgogli che riempiono le noie delle nostre vite. E invece quei luoghi sono anch’essi parte della vita, perché stranamente per un buffo scherzo del destino ci si puo’ ritrovare lì, in un luogo sconosciuto,  in un abisso talmente fondo che non riesci a capire quanto sia profondo il tuo mare.

Il reparto di rianimazione dell’ospedale di Cisanello di Pisa è uno di questi luoghi. Per apprezzare la vita forse bisognerebbe sostare anche solo per un giorno come spettatore in quel profondo abisso dove corpi sorretti da zattere metalliche galleggiano vicino alle sponde della morte, ancorati a tubi e alla vera essenza di essere umano.

Salendo le scale al primo piano dell’edificio 31B sopra il pronto soccorso di Cisanello, si ha subito l’impressione di entrare in una dimensione estranea alla nostra vita. Ci sentiamo spaesati lungo quei corridoi interminabili a scacchiera, si capisce subito che non siamo in un normale reparto di una corsia di degenza, ma in un posto silenzioso e isolato. Ci si ferma davanti a una sala di attesa piccola ma accogliente.

Le sedie sono occupate da persone, altre hanno ancora l’orma calda di chi vi ha sostato. Alle pareti pendono ritagli di giornale e lettere di ringraziamento di persone che hanno affrontato quell’abisso, c’è anche un’ informativa per i familiari dove si spiegano i macchinari usati per i loro parenti che devono affrontare quel viaggio oscuro, spesso senza ritorno.

E poi davanti a te c’e un porta Blu.

 Guardando e leggendo le carte alle pareti, ti viene da pensare che chi lavora in questo posto  non sta pensando solo ai malati, ma  anche  ai familiari, spiegando loro cosa li aspetta, proprio come una di quelle guide che si trovano ai musei, soltanto che qui si descrivono macchinari a cui sono attaccati i malati. Cosi, molte persone , spaesate e impaurite, si fermano a leggere su come e perché viene usato  quel particolare ventilatore artificiale per l’ossigeno o quella determinata pompa per infondere alimenti e farmaci. Un nobile tentativo di avvicinare il mondo da cui si viene al mondo dietro quella porta blu.

 

Questa sala di attesa io la identifico come un purgatorio, perche’, li ci facciamo tutti un esame di coscienza sulla vita in generale, ed e’ qui che si purgano i nostri egoismi e i nostri errori. Nella saletta  ci sono persone sconosciute, alcune sedute con lo sguardo confinato in un viso stanco, severo, immobile di chi  e’ mesi che frequenta quella stanza, altre persone invece aspettano fuori nel corridoio, intimidite, spaventate, con il viso irrequieto perche’ non sanno ancora nulla, sono i familiari dell’ultima urgenza.

foto_2Poco dopo per una strana energia che si e’ creata, i familiari iniziano  a parlare, a sfogare il loro male e iniziano a consolarsi a vicenda, uniti dal solito filo di dolore, dalla solita sofferenza silenziosa, di avere un parente in coma, e le relazioni che si instaurano in questi posti difficilmente si dimenticano. Molti sono diventati amici per il resto della loro vita. Ecco che il dolore  come un coltello che si infila nel burro, taglia e pareggia tutto, e tutti si ritrovano ogni girno alla solita ora, nella solita stanza, a consolarsi, a chiedere notizie l’uno dell’altro,  chi per una figlia di sedici anni,  chi per il figlio di trentasei anni, chi per un marito,  e tutti appesi come delle marionette immobili tra la vita e la morte  a fili, tubi e cateteri.

 

Li in quel purgatorio, si capisce cosa conta veramente nella vita: la vita stessa. Lo sappiamo  tutti che la vita e’ importante, ma in quel posto lo si ricorda veramente e non solo con la mente ma con la sincerita’ del cuore. Li si parla poco, e quando si parla si usano solo le necessarie parole, perche’ e’ li che si percepisce l’odore amaro della morte.

In quella stanza, il lento scorrere del tempo logora. Si puo’ leggere sugli occhi di tutti quei familiari, l’orrore e la disperazione di essere stati inondati da uno  tsunami, il piu’ terribile, il piu’ inaspettato, perche’ quando un malato entra in rianimazione, il destino non ha colpito solo lui, ma anche la sua famiglia, che come cristo si deve prendere la croce sulle spalle e iniziare il suo calvario. 

E chi lavora in questo luogo lo sa bene, e si preoccupa di informare e assistere non solo i pazienti lesi, ma anche i loro parenti che diventano a sua volta dei pazienti, molto spesso piu’ dei primi, visto le lunghe attese della malattia.

Immagine_040Poi ecco che un infermiere della tribu’ degli zoccoli, apre la porta blu’, e in fila come dei condannati i familiari eseguono il rito del lavarsi le mani, per non infettare, per non essere portatori sani di batteri killer. Pochi istanti e siamo dentro l’abisso.

Non tutte le rianimazioni permettono ai familiari di entrare e di dare una carezza al proprio caro. Quella in cui siamo  si chiama rianimazione aperta, voluta e cercata, dal suo capitano e dal coordinatore, il primo, e’il  primario il Dott. Paolo Malacarne, un uomo barbuto, silenzioso, apparentemente freddo, ma di una visione verso il malato e i suoi familiari rara e profonda. L’altro una persona poliedrica ,il Dott Nunzio DeFeo, di alta statura, energico, coordina ma senza imporre, l’uno si integra con l’altro, per armonizzare il gruppo, per creare un ambiente sereno nell’inferno quotidiano. 


SECONDA PARTE ………..La vita dietro quella porta Blu (Un giorno  nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cisanello di Pisa)

TERZA PARTE ……….. La vita dietro quella porta Blu (Un giorno  nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cisanello di Pisa)