Seconda parte la vita dietro quella porta blu

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Per chi è la prima volta, ha l’impressione di entrare dentro una astronave, la scena sembra presa da un film di Stanley Kubrick, Odissea nello spazio, in realta’, qui e’ l’odissea in terra. L’abisso è davanti a noi in tutta la sua profondità anche se non lo vediamo fino in fondo. Ci sono dodici zattere con dei corpi sopra, ognuno attaccato ai propri macchinari che monitorizzano il viaggio, ma non ne danno le coordinate reali di dove sono, dove sono le loro menti, se hanno emozioni, se sentono o cosa sentono. Tutto sembra fermo, il tempo nella rianimazione si dilata e quasi non esiste, non si misurano piu’ le ore, ma per quei corpi il metro di misura sono i mesi e  gli anni. Tutto si distorce come in un’ equaizione di Einsten, soltanto che lo spazio e il tempo si dilatano o si accorciano senza una precisa costante, senza un preciso senso razionale.

Il colore blu e celeste abbonda ovunque anche sulle divise  dei medici ed infermieri tutti uguali, tutti in divisa blu, indistingubili, nessuno ha il camice bianco neanche il capitano barbuto, infondo come ho già detto questo non è un reparto come gli altri.

Questo è un reparto speciale sotto ogni punto di vista, unico nel suo genere, si fa rianimazione  ma in un modo umano, rilassato, sereno, nonostante sia questo un reparto dove i malati stanno in un limbo sconosciuto, in un’intersezione, che non so come la definirebbe Dante, ma io quell’intersezione la definisco, luogo della non vita e della non morte.

 

Un paziente in coma o semi vigile, attaccato ad un respiratore e’ in un luogo ignoto, in un abisso dove la scienza ancora non è arrivata. L’impressione che si ha è che abbiamo l’essenza di un corpo che imprigiona ogni volere, per i familiari è come vedere il proprio caro trasformato in una regressione mentale e fisica tanto da ridurre il corpo di un uomo a un bambino di pochi mesi.

Ti guardi intorno e vedi un continuo e perpetuo lavoro di infermieri e medici, tutti dediti su quei corpi,  un infermiere a letto, e ogni infermiere ha due pazienti , li lavano quotidianamente, li puliscono, li improfumano, per dare anche in quello stato una dignita’, sono sempre e comunque persone, anche in quello stato.

 

La straordiaria squadra  blu lotta ogni istante per la vita del paziente, per mantenerlo in vita, per ridargli una speranza di vita.

 

Vita mi direte voi? Che vita c’e’ dentro un reparto di rianimazione?

 Vi rispondo dicendo che c’e’piu’ vita in quel reparto, dietro quella porta blu, che in una discoteca il sabato sera.

 

 Qui si ha il rispetto per la vita, anche se e’ attaccata ad un respiratore, anche se il paziente apre gli occhi ma non e’ connesso con l’esterno, perche’ ancora ancorato in quel mondo sconosciuto, anche se c’e’ un’ora di vita, si lotta per farla diventare un giorno in piu’, e quei medici tutti insieme si stringono per farsi forza e fare forza al paziente e ai familiari.

 

Ed ecco che allora una bambina si aggrava, non c’e piu nulla da fare, ma si deve tentare  anche l’impossibile perche’ tra le mani di quei sanitari c’e’ un corpo, che ha sorriso, pensato, pianto, e la missione e’ di provare a ridare un sorriso a quel corpo. Non c’e’ piaga piu’ atroce e sollievo piu’ grande, vedere un padre che piange singhiozzando per sua figlia che sta muorendo, e dopo poco sentirsi dire, -e’ ancora in vita grave ma in vita-, e rivedere il solito podre, abbracciare e piangere tra le braccia dei medici. La speraza la dove si puo’ dare si deve dare.

In questo particolare reparto di rianimazione di Pisa non ci sono medici e infermieri piu’  bravi di altri, la cultura medica più o meno è la stessa di tutti. Nemmeno  si credono di essere Dio, nonostante abbiamo la vita delle persone in mano tutti i giorni, ed e’ proprio per questo che sono ben consapevoli dei limiti umani.

Immagine_040La loro straordinaria bravura stà nell’approccio con cui curano i pazienti, nella passione con cui fanno il proprio lavoro, e questo non si impara da nessuna parte, in nessun libro di medicina,  lo si ha dentro nel cuore, forse lo si eredita dall’albero familiare, ma il più delle volte si ha dentro, e un’ottimo coordinamento  di un gruppo fa si che questa passione e dedizione possa venire fuori e collimare perfettamente con la rigida e tradizionale medicina verso il paziente.

Ed ecco allora che un reparto di rianimazione diventa un luogo aperto, un posto nel quale si convive bene con la vita e la morte, un’oasi dove i familiari non sono lasciati in quella solitudine logorroica e carnefice che porta alla distruzione prima interiore e poi fisica, ma diventano parte integrante della rianimazione. Vengono tenuti aggiornati costantemente della situazione dei loro parenti e sono liberi di interagire con i medici e infermieri anche nel raccontare loro chi era prima quella pesona, cosa faceva, le sue emozioni, le sue passioni. 

 

Nella rianimazione del pronto soccorso di Pisa non si curano solo i pazienti ma ci si preoccupa anche dei loro familiari, li si accompagna dentro la malattia, li preparano a convivere  con essa e alle conseguenze drastiche che essa può portare nel futuro, li si fanno capire che si può, anzi si deve, continuare a vivere anche nella malattia. E quindi non stupisce se un padre con gli occhi lucidi abbraccia il medico per più di un minuto e  bacia un’infermiera se gli salvano per un giorno in più la sua bambina.

In questo reparto colpisce l’umanità.  Non ho mai visto un malato lasciato solo più di cinque minuti, c’è sempre qualcuno che ronza in quell’isola infelice, ma nella quale c’è spazio per un caffè, per un sorriso, per un dialogo sereno tra colleghi, e il tutto naturalmente davanti ai malati appesi ai tubi.

Dico naturalmente perché questo è il modo naturale  con cui si svolge la giornata in questo reparto diretto da Malacarne, uomo di poche parole certo,  ma quando le usa sono ben pesate, mirate e concrete proprio come facevano i profeti di un tempo,  un primario che ascolta e viene ascoltato ma non solo per la sua autorevolezza, ma proprio per la sua capacità di tendere un orecchio, e ben  consapevole di avere un gruppo straordinario, preparato e umano.

L’efficienza di questo reparto lo pone tra i migliori d’Europa, e il migliore di Italia, per il numero di posti letto, per il  rapporto tra medici e familiari,  per il clima che si respira nonostante la gravità delle situazioni che si vivono su quei letti. 

Immagine_021Mi guardo intorno, i malati sembrano dormire, tutti tracheotomizzati, il movimento dei tubi scandisce il ritmo dei respiri, ad un tratto si sente un suono, un- bip – che spaventa  un familiare i loro occhi cercano pace in un infermiere che subito arriva come un santo a placare una normalità  tecnica, poche parole per una spiegazione e sul viso preoccupato della donna ritorna una espressione serena,  e lo sguardo pietoso ritorna su suo marito apparentemente dormiente da oltre un mese, in realtà in coma per un incidente stradale.

Un uomo grosso immobilizzato  con il corpo legnoso, una vita immobilizzata, muta, inespressiva, sua moglie lo chiama, ma lui sembra essere lontano, in un’altro posto, l’unica cosa che si muove è il petto animato dall’ossigeno forzato dentro ai tubi. 

TERZA PARTE ……….. La vita dietro quella porta Blu (Un giorno  nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cisanello di Pisa)