Mezzojuso

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Se volete assistere ad un carnevale davvero fuori dal comune e passeggiare indietro nel tempo, potete fare una visita a Mezzojuso.

Il piccolo comune sorge nell’entroterra della provincia di Palermo, in una zona collinare circondata da terrazzamenti ricoperti di ulivi, mandorli e vigne. Le vie strette e sinuose testimoniano un trapassato remoto e antiche radici, nelle botteghe è facile reperire prodotti genuini e del gusto inimitabile, le chiese testimoniano una tradizione religiosa capace di conciliare riti cattolici e bizantini, elevando le commistione a ricchezza per la comunità.

Il nome del paese deriva dall’arabo Manzil Jusuf, ossia villaggio di Giuseppe, per ricordare forse un’area di ristoro. Così Manzil, da villaggio/area di ristoro diventa feudo, e nel 1132 Ruggero II lo dona al Monastero di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, che lo trasforma in un luogo di studio. Dal tredicesimo secolo in poi ospiterà una fiorente colonia albanese, in cui convoglieranno ulteriori folklore e costumi. Nel Risorgimento fu uno dei centri organizzativi della rivolta contro i Borboni; qui vennero fucilati il patriota Bentivegna (1856) e accolto Garibaldi (1862), lungo il suo percorso alla conquista della Sicilia.

Oggi il paesino è tranquilla meta di turisti, anche locali, che incuriositi dal rito greco vengono ad ascoltare la messa a San Nicolò o a Santa Maria delle Grazie, in cui si possono ascoltare litanie dai suoni che affondano nella notte dei tempi.

Qui, gli iscritti a lettere classiche studiano ancora l’albanese e i residui linguistico-fonetici lasciati dal greco antico; i filologi consultano i rarissimi tomi restaurati, patrimonio inestimabile della biblioteca comunale. Ma certamente ciò che più contraddistingue questo piccolo borgo è la Festa del Mastro di Campo, che risale alla tradizione romana e consiste in una pantomima, ossia una rappresentazione scenica muta affidata alla gestualità degli interpreti.

La piazza e le vie principali di Mezzojuso diventano l’habitat naturale della storia di una principessa chiusa in un castello, e del mastro di campo che ha il compito di liberarla. Tutto ha inizio con una sfilata della Corte, che sfoggia abiti di fattura spagnola, e che si sistema su una sorta di impalcatura: il castello.

Tra le dame spicca la principessa di cui il mastro di campo si innamora, ma poiché l’amore è ostacolato dal re, la principessa viene chiusa dentro il castello. Spetterà al mastroliberarla, dando il lieto fine alla storia. È l’apologo di Bene e Male che si fronteggiano, in una lotta all’ultimo confetto.

Già, perché i confetti costituiscono l’arma con cui i duellanti (la corte spagnola da una parte, la schiera del mastro di campo dall’altra) si fronteggiano, mentre la folla divertita osserva le rocambolesche moine del pretendente, bardato con maschera rossa e fedele destriero. E ancora nella folla si confondono garibaldini e streghe che offrono pasta & salsiccia, tutti gli ingredienti che la stratificazione secolare ha fuso assieme tra miti e leggende popolari.

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