Erik Ravelo: il credo di un guerriero “artivista”

0
882
ErikRavelo byDavide Bernardi 2

London – Erik Ravelo, 36 anni, artista cubano, dal 2008 autore delle campagne sociali di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group . Le sue campagne fanno il giro del mondo, scuotono e provocano facendo arrabbiare anche i poteri alti. Come la campagna “Unhate” che ritrae il Papa ed i più importanti Capi di Stato nell’atto di baciare un altro leader. Pluripremiata con i più importanti riconoscimenti mondiali della pubblicità, tra cui il Grand Prix Press a Cannes ed il Clio Award a New York. “Los intocables”, che si è aggiudicato l’argento agli Epica Awards 2014, denuncia la violenza sui minori con una sintesi iconografica che non lascia spazio all’indifferenza. In occasione della Giornata internazionale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Ravelo ha lanciato una nuova campagna a supporto di UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite nata per promuovere l’eguaglianza tra i sessi e l’emancipazione femminile. Si compone di una foto ed un video che, con immagini poetiche ed anticonvenzionali, denunciano la cultura della violenza, affermando l’uguaglianza tra uomini e donne (visibile sul sito benettongroup.com)

Qual è stato il tuo percorso nel mondo dell’arte e della comunicazione?
A Cuba ho studiato belle arti presso l’Accademia nazionale San Alejandro di L’Avanana, la pià antica in America Latina. Poi a diciotto anni sono andato in Argentina dove ho lavorato nell’agenzia di comunicazione Agulla&Baccetti. Lì sono entrato in contatto con la comunicazione contemporanea, la grafica, il design, internet. Questo mi ha aperto un mondo che a Cuba non avevo mai conosciuto e ha cambiato radicalmente il mio modo di pensare e di intendere l’arte.

Come sei arrivato a Fabrica?
Quando io ero in Argentina, Fabrica stava vivendo il suo boom tra il 1998 ed il 2000 circa. Era conosciuta in tutto il mondo. Uno dei miei capi era stato a Fabrica come studente e mi consigliò di applicare. Mandai il mio portfolio e mi accettarono. Questo mi ha cambiato la vita.
Sei entrato come studente e oggi sei il direttore creativo del dipartimento di visual communication e social campaigns.
Fabrica mi ha dato la possibilità di crescere molto e di fare carriera rapidamente. Prima come direttore della rivista Colors, fino al 2011. Poi sono passato al dipartimento che dirigo oggi. Mi interessano i contenuti sociali e Benetton ha sempre avuto nel suo DNA la comunicazione sociale. Quindi posso dire che qui ho trovato un contesto ideale per sviluppare la mia arte nella direzione che desideravo.
Rispetto agli anni di Oliviero Toscani, che impronta ha preso la comunicazione di Benetton sotto la tua direzione?
Sono un riflesso della contemporaneità, di una generazione legata al web, ai social media, instagram, facebook…
Mi ispiro a Toscani ma sono più vicino ai giovani ventenni che usano lo smart phone ed il computer.
La mia arte non è pensata per finire su una rivista ma piuttosto sul web. Questo è ciò che mi differenzia maggiormente dai miei predecessori.
Le campagne Unhate e Los intocables hanno avuto molto successo sul web, con un post abbiamo raggiunto il picco di un milione e mezzo di “mi piace” e 700 mila condivisioni.
Questi numeri ti fanno capire che il messaggio è arrivato e ti rendono molto orgoglioso di aver divulgato dei valori importanti, in difesa dell’infanzia nel caso de Los intocables per esempio.
Internet è uno strumento meritocratico, diventa virale se alla gente piace, non ci sono scorciatoie.

Qual è la formula per creare una campagna di successo?
Sono un cacciatore di stelle, mi piace cercare le cose che luccicano e che attirano la mia attenzione.
Penso molto al concetto. Quindi prima viene l’idea e successivamente la forma che dev’essere funzionale al progetto ideato. 
Io sto focalizzando la mia ricerca su contenuti che abbiano un DNA sociale, e cerco di comunicare utilizzando strumenti diversi.

Quali sono i valori che si riflettono nelle tue opere?
Mi considero una persona moralmente integra e quindi cerco di fare un’arte che migliori l’essere umano, le condizioni in cui viviamo. 
Il mio interesse è verso l’arte come strumento per migliorare le cose. L’ arte fine a sé stessa non mi stimola. La rispetto ma io cerco altro. Mi piace concepire le cose come “artivismo”: un artista-attivista che ha un ruolo positivo nella società, che si batte per cambiare le cose in meglio. La comunicazione può essere a volte molto più efficace di una poesia o di una canzone. Ho avuto l’opportunità un paio di volte di capire la portata della sua potenza e mi sono innamorato di quella sensazione.
La pubblicità ti fa sentire felice perché consumi ma penso che ti possa far sentire importante anche perché difendi certi valori. Con i miei messaggi, voglio stimolare le persone ad essere migliori. Questo è il mio obiettivo.

Erik Ravelo: il credo di un guerriero “arti_vista” Continua a leggere intervista qui

 

LEAVE A REPLY