Inflazione Zero in UK

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Londra – Per la prima volta dal 1989 questo Febbraio il tasso di inflazione britannico è sceso a zero e – affermano gli esperti – non subirà drastiche variazioni per tutto il 2015.

Generalmente il ribasso del tasso di inflazione è accolto positivamente dai consumatori in quanto si esprime in un calo generale dei prezzi dei beni di consumo che fa sentire il consumatori ‘un po’ più ricchi’, aumentando il loro potere d’acquisto.

Questo fenomeno, tuttavia, è ben più complesso poiché si inserisce in un contesto politico-economico internazionale e ha cause e conseguenze nazionali e globali che gli esperti devono monitorare e analizzare dettagliatamente.

In termini economici l’inflazione è un prolungato aumento del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un’economia durante un determinato periodo di tempo e viene misurato attraverso determinati indici (come il Consumer Price Index). L’aumento generale dei prezzi – aumento dell’inflazione – genera una diminuzione del potere di acquisto della moneta e, di conseguenza, dei consumatori.

Ciò che si sta verificando in UK dallo scorso Dicembre è, però, al contrario, la diminuzione del livello generale dei prezzi di beni e servizi, diminuzione che comporta un aumento del potere di acquisto della sterlina e quindi dei consumatori: questo fenomeno è chiamato deflazione.

L’ondata di deflazione che ha colpito la Gran Bretagna a partire dalla fine dello scorso anno è il risultato di due fattori principali, tra loro interconnessi: da un lato il calo del prezzo del petrolio, e dall’altro quella che è stata chiamata la ‘supermarket price war’, la guerra dei prezzi dei supermercati.

Il calo del prezzo del petrolio è frutto delle decisioni politiche dei Paesi grandi produttori – in particolare Arabia Saudita – decisioni che influenzano le fluttuazioni economiche su scala globale, impattando principalmente sulle economie dei Paesi importatori e dei produttori più poveri.

La cosiddetta ‘guerra dei supermercati’, invece, è un fenomeno locale e si riferisce all’elevata competizione esistente tra i ‘Big Four’, cioè i supermercati principali (Morrisons, Sainsbury, Tesco e Asda) e i crescenti discount Lidl e Aldi, competizione che ha portato ad un abbassamento generale dei prezzi di prodotti quali latte, ortaggi, carne e pane, ma anche libri computer, tablet, attrezzi da giardino, ecc…

Le conseguenze più evidenti di questa deflazione sono la riduzione del costo dell’energia che può essere percepito nel quotidiano come una diminuzione delle spese familiari di elettricità e gas, che già sono più modeste a causa del calo dei prezzi dei beni di consumo.

Altro fattore importante è l’aumento degli stipendi dell’1,8% che si è registrato all’inizio dell’anno, dopo 8 anni di declino dovuto all’inflazione montante: i consumatori si sentono allora un po’ più ricchi, e spendono anche un po’ di più, specialmente in articoli quali vestiti e scarpe.

Generalmente, infatti, una controllata deflazione è considerata positivamente dagli esperti in quanto incrementa le finanze dei consumatori e li incentiva a comprare, sostenendo dunque la crescita economica.

Nonostante la generale tranquillità degli esperti, ciò che va tenuto d’occhio è, come afferma Maike Currie – direttore associato a Fidelity Person Investing – la cosiddetta inflazione di base ossia il tasso di inflazione a lungo periodo che nella sua misurazione esclude fattori instabili come il costo del cibo o dell’energia e che, in UK, è in declino dallo scorso Dicembre (dall’1,3% di Dicembre si scende all’1,2% di Febbraio).

Se il declino dell’inflazione di base non dovesse fermarsi, la ben accolta inflazione zero potrebbe presto trasformarsi in una vera e propria disastrosa deflazione, ossia una diminuzione progressiva e incontrollata dei prezzi che inibirebbe i consumatori dal comprare beni non strettamente necessari (quali auto e lavatrici), inducendoli ad aspettare un ulteriore calo dei prezzi. Inoltre, in situazioni di deflazione avanzata, le aziende procedono a ridurre gli stipendi e aumentare i licenziamenti per far fronte al ribasso degli introiti. Questo circolo vizioso, evidentemente, inibirebbe ancora di più i consumatori, portando il paese ad una stagnazione economica.

 

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Tuttavia, gli esperti assicurano che il Regno Unito non sta andando incontro ad un futuro così grigio: l’alto livello di occupazione e la crescita degli stipendi, infatti, faranno sì che la domanda dei consumatori rimanga stabile di fronte al calo dei prezzi.

Per di più non va dimenticato che il tasso di inflazione nel settore terziario (che rappresenta circa l’80% dell’economia britannica) rimane fermamente al di sopra della soglia del 2% decisa dal governo.

Nonostante non siano ancora state prese vere e proprie contromisure, dunque, Andy Haldane, amministratore economico della Bank of England, afferma che un voto riguardo ad un eventuale abbassamento del tasso di interesse sia un’ipotesi contemplabile.
L’inflazione zero arriva a ridosso delle elezioni parlamentari che si terranno il 7 Maggio ed è già chiaro fin d’ora che ne influenzerà i risultati in quanto la crescita dell’1,8% degli stipendi e il costo invariato della vita, che fanno tirare un sospiro di sollievo a molte famiglie inglesi, si configurano già come un vantaggio pre-elettorale per la maggioranza Conservatrice, prospettando un possibile allentamento delle misure di authority post-elettorali. Infatti il cancelliere Osborne non manca di sottolineare come il calo dell’inflazione “sia una buona notizia per le famiglie”, inserendo così la fluttuazione economica nel discorso politico e facendola rientrare nei piani economici espressi nel Budget 2015.

Dall’opposizione, invece, il ministro del tesoro laburista Cathy Jamieson è scettica: “qualche mese di calo dei prezzi del petrolio non risolverà i problemi radicati in questa economia”.

Dopo lunghi anni di recessione, il Regno Unito sembra poter tirare un sospiro di sollievo, mentre gli esperti sono impegnati a monitorare le fluttuazioni economiche e a trarne plausibili ipotesi al fine di evitare conseguenze negative per il paese. Resta ancora da vedere come il nuovo Parlamento affronterà la situazione e, soprattutto, quali strategie adotterà per mantenere il tasso di inflazione al 2% stabilito dal governo.