Decisioni strategiche

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Chi è abile nell’imporsi ai propri avversari non si fa coinvolgere. Sun Tsu – l’Arte della Guerra

In diverse occasioni nel corso della nostra vita ci troviamo in situazioni di conflitto che ci portano a prendere decisioni strategiche. Nel far questo ci affidiamo a esperienza, intuito e abitudini.
Politici e militari, quando la posta in gioco è alta, selezionano fra diverse possibili azioni i migliori criteri strategici per il conseguimento dei loro obiettivi. Gran parte di questi criteri derivano dalla “ Teoria dei Giochi ”, delineata negli anni 1940 dal matematico ungherese John von Neumann. Questo matematico aveva interpretato giochi quali scacchi, dama, carte e altri come situazioni di conflitto, provando che c’è sempre un modo “giusto,” o più esattamente, “ottimale” di giocarli.

L’ispirazione per la formulazione della teoria dei giochi era venuta dal poker, praticato occasionalmente da von Neumann: Come lui stesso aveva detto: “ La vita reale è fatta di bluff, di raggiri e dal nostro chiederci cosa l’altra parte può pensare che noi intendiamo fare. Questo è il significato dei giochi nella mia teoria. ”
L’idea di considerare un gioco come la simulazione di un conflitto nel mondo reale è abbastanza antica. Nella saga medievale gallese Mabinogion due re guerrieri giocano a scacchi mentre i loro eserciti combattono nelle vicinanze. Il gioco cinese “ Go ” e l’indiano “ Chaturanga ”, come molti altri giochi di fatto sono battaglie simulate, come il “ Kriegsspiel ”, adottato come esercizio educativo nelle scuole militari prussiane.

La teoria dei giochi aveva raggiunto il suo massimo prestigio durante la Seconda Guerra Mondiale e poi nella Guerra Fredda, quale brillante strumento matematico utile a minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi.

Dopo l’entusiasmo iniziale per possibili altre applicazioni di questa nuova disciplina si era presto constatato che non si può esprimere ogni azione del comportamento umano in termini matematici.

In un’ampia gamma di conflitti una delle parti può essere disposta a subire perdite molto più gravi di quella avversa grazie a un diverso, o diversa, potenziale, storia, religione, sistema di valori e così via. Così il risultato di un’azione, o battaglia, può dare il risultato numerico previsto dalla teoria dei giochi, ma allo stesso tempo provocare reazioni psicologiche del tutto differenti, avendo le parti in lotta percezioni diverse delle proprie perdite quantitative.

Il libro più studiato e conosciuto sulla strategia delle decisioni è ancora “ L’Arte della Guerra ”,
scritto più di duemila anni fa da un misterioso filosofo e guerriere cinese, di nome Sun Tsu.

La vetta dell’applicazione della sapienza strategica è rendere ogni sorta di scontro non necessario, perché: “ Sbaragliare gli eserciti avversari senza combattere è l’arte suprema. ”
Il limite principale della teoria dei giochi, come di ogni teoria astratta, è nella concettualizzazione della persona ideale – concepita come estremamente razionale – di fronte a una situazione di incertezza.

Ma l’uomo ideale, come il suo surrogato statistico, l’uomo medio, non è mai esistito nel mondo reale. Il problema inerente a qualsivoglia tentativo di rappresentare il comportamento umano attraverso lo strumento matematico può essere descritto come un two person game, dove lo statistico da una parte si sforza di incardinare la natura in leggi sempre più articolate, mentre dall’altra la natura costantemente le invalida.

Malgrado il suo limitato uso pratico la teoria dei giochi ci ha dato comunque il linguaggio e la metodologia per gestire le situazioni di conflitto, come è il caso del “ Principio Minimax, ” la regola utile a minimizzare le proprie perdite in uno scenario di perdita massima.

Il merito di questo Principio è di definire l’equilibrio matematico tra le due parti contendenti.

In politica, come in guerra, mirare alla perdita minima in uno scenario conservativo significa garantire concessioni politiche e/o strategiche alla parte avversaria.
Tornando ora al mondo reale, è noto che alla radice degli attuali conflitti in Ucraina e in Iraq ci sono, in prima istanza, le irrisolte problematiche delle minoranze di lingua russa che vivono al di fuori della Federazione Russa e, in seconda, quelle delle minoranze musulmano-sunnite, curde e cristiane che vivono in un Paese governato da una maggioranza musulmano-scita.

Per minoranze etniche e religiose radicate in aree specifiche di un Paese è arduo accettare le regole e le leggi di una parte da loro diversa, che ha conseguito peraltro la maggioranza complessiva solo grazie al pieno consenso mietuto in altre aree geografiche.

La sola via di uscita sta nell’individuare i tipi di concessioni concepibili e, qualora esistessero, nel raffigurarne la giusta misura. Da qui la necessità del “ Principio Minimax ,” altrimenti si perpetueranno guerre e massacri. E il tempo scorre inesorabile.

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