Le cose che (piú raramente) gli italiani fanno a Londra. Un pomeriggio in moschea

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selene B.

Londra, da secoli teatro di immigrazioni, é la città più popolata d’Europa. Ospita innumerevoli comunità provenienti da ogni parte del mondo.  Si stimano oltre 300 le lingue parlate.

Dovute a problemi economici e non solo, le migrazioni vedono protagonisti e asiatici britannici (indiani, pakistani, bangladesi) e asiatici dello Sri Lanka, della penisola Araba, dell’Asia meridionale. Neri britannici (nigeriani, somali, kenioti, ganesi), abitanti delle ex colonie (sudafricani, australiani, neozelandesi), neri caraibici di cui l’omonimo carnevale nei pressi di Notthing Hill. Poi filippini, giapponesi, coreani, vietnamiti.

I turchi, provenienti dall’Ex Europa dell’est, hanno invaso Londra dopo la caduta del muro di berlino.
I cinesi vi hanno creato la piú grande china town d’Europa, i musulmani hanno innalzato moschee, gli indu hanno occupato l’area di Southall, a pochi chilometri dall’aeroporto di healthrow, denominata oggi “little india”.

Gli italiani delle vecchie generazioni, partiti subito dopo la guerra, sono stati recentemente raggiunti da quelli messi in ginocchio dalla crisi. Stessa sorte per spagnoli, greci e portoghesi. Senza contare i flussi provenienti dall’est.
Eppure, nonostante questa vasta gamma di nazionalità e di culture, il meltingpot a Londra sembra non essersi mai realizzato.
Qualcuno, volendo andare contro corrente, ci ha provato.

[in foto Selene B.]

 

IL RACCONTO
Era il 3 Aprile 2015: venerdì santo. Lontane da casa e dalle consuetudini, Selene B.( [in foto Selene B.]) , Erika M. ed Erika G., scendono a Baker Street Station e si dirigono verso la London Central Mosque.

Entrano nella prima stanza che si trovano di fronte, destinata però solo agli uomini.
Fra risatine ilari e sguardi curiosi, vengono indirizzate al piano superiore, in una stanza tre volte più piccola. Lasciano le scarpe sulla soglia e si sistemano un foular sulla testa, a mo’ di velo.

Accolte da una ragazza solare, vengono invitate ad entrare e ad assistere alla celebrazione.

L’imam comincia a cantare, ma in molti devono ancora arrivare. I bimbi corrono da una parte all’altra, senza tregua.
La sala pian pian si affolla, sino a diventare piena.
Dal piano destinato alle donne, il lampadario posto al centro della sala si mostra ancora piú imponente.

Le donne sono già in fila, pronte per il rituale. Sono in piedi, con le forme coperte da vestiti più o meno morbidi e da jeans più o meno stretti. Un’occhiata ai bambini che giocano. Poi sembrano non badarci più.

In piedi, in ginocchio, con la testa sul pavimento, il sedere staccato dai talloni, rivolto verso l’alto. Ferme un istante. E ancora su, giù, in ginocchio, testa sul pavimento, sedere staccato dai talloni, rivolto verso l’alto. Un ritmo lontano, instacabile, devoto.
Selene B., di Piazzola sul Brenta (Padova), 20anni ad Agosto, ci dice: “in Italia un pomeriggio così non l’avrei mai passato. Essendo a Londra invece sei anche più curioso di vedere i diversi aspetti delle varie culture”.

Finita la celebrazione, alcune signore prendono delle sedie e formano una sorta di semicerchio di fronte alle tre italiane. La ragazza sorridente che le ha accolte all’inizio, si presenta. Ha quasi 40anni, è single, non ha mai avuto una relazione e dice che si sposerà solo se Hallà lo vorrà, mandandole un uomo accanto. Regalato un corano a testa, le invita a tornare.

Due signore, sui sessantanni, chiedono alle ragazze cosa fanno e come mai si trovano a Londra. Lo stesso viene domandato loro. Ognuno racconta la sua storia. Poi le ragazze vengono invitate a cena.

“È stata una bella esperienza perché ho visto com’é la religione per le altre popolazioni e mi sono resa conto che tutt’ora abbiamo molti pregiudizi, soprattutto sull’islam”, dice Selene B. Rifiutato l’invito, un po’ a malicuore, fra strette di mani e saluti, si rimettono le scarpe ed si tolgono il velo. Escono dalla moschea con un certo senso di smarrimento. “Per noi puó sembrare un fatto di arretratezza, per loro sono tradizioni e valori fondamentali sebbene differenti dai nostri, come la divisione fra uomini e donne e il profondo rispetto che hanno per il loro dio”, aggiunge Selene B.

Sul versante italico invece, il sindaco di Padova, Bitonci, subito dopo la strage di Parigi, dichiarava: “mai più moschee a Padova”. A seguire, blitz nei locali islamici in cui sono stati sequestrati manifesti perché riproducevano donne coperte dal burqa, che poi era un niqab. A Firenze il progetto per una grande moschea é stato presentato nel settembre del 2010. Ma tutto é ancora fermo.

Proprio l’Italia, una nazione formata non per via di sangue ma per la forza di un territorio unito, ancora non é pronta a far diventare le vecchie chiese abbandonate delle moschee né a far rinascere i centri storici accogliendo nuove culture.
Proprio noi che con l’articolo 9 associamo la parola nazione al patrimonio storico e artistico del paesaggio, dunque allo spazio pubblico, in cui siamo tutti cittadini e eguali, rileghiamo ancora le “minoranze” in quartieri ghetto, in periferie chiuse e separate.
Selene B. conclude cosí: “Bellissima esperienza che ti apre la mente”.


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