CHE NE SARÀ DELLA GRECIA?

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Grecia – Sempre più, e più chiaramente, sta venendo a galla il profilo reale della questione greca. Le notizie dell’ultimo mese sono innumerevoli, spesso contraddittorie, soggette a manipolazione da parte di una stampa disinformata e fautrice di disinformazione. Che il NO sia stato protagonista dell’ultimo referendum è un dato di fatto.

Che il peso di questo risultato sia diversamente rilevante, invece, è una spiacevole verità che molti tentano di mistificare. Le sorti della Grecia, ahinoi, non dipendono affatto dalla dialettica Europarlamento-Syriza. Il braccio di ferro si sta consumando piuttosto fra Germania e Stati Uniti. Arriva da Washington, non a caso, un fuoco incrociato su Atene e Berlino affinché le parti scendano a compromessi prima di subito.

Obiettivo statunitense è far sì che la Greca eviti di sfuggire alle maglie dell’UE, quindi della NATO: ecco allora che gli USA si schierano contro la dose eccessiva di austerità – ma non contro le politiche di austerità tout court, sia ben chiaro – somministrata dall’Europa (Germania) ad Atene, austerità che sta portando ad una crisi irreversibile dell’Eurozona la quale finirebbe inevitabilmente col danneggiare anche e soprattutto gli Stati Uniti. 

Alexis Tsipras, in questo campo minato, non detiene alcuna posizione di vantaggio: troppo giovane perché affronti con la giusta dose di esperienza una situazione di questo genere, il Primo ministro della Repubblica Ellenica altri non è che una pedina nelle mani degli Stati Uniti, sopravvissuto alla tempesta greca solo perché sostenuto da Washington contro le manovre di austerità messe in atto dalla Germania.

Ne sono una riprova i due ministri delle finanze suoi alleati, Varoufakis prima – Tsakalotos ora, più americani che greci per quel che concerne la loro formazione tecnico professionale.

Ne è un’ulteriore conferma il fatto che, prima ancora del referendum del 5 luglio, il FMI avesse (moderatamente) parteggiato per Tsipras a discapito dei creditori europei: correva il 2 luglio quando veniva pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale un rapporto in cui nero su bianco veniva giudicato insostenibile il debito greco, quindi veniva delineata la necessità di riscadenzare suddetto debito accompagnandolo con un surplus di 50 miliardi di aiuti.

Ed è così che già tre giorni prima del referendum non soltanto veniva bypassato il default tecnico di Atene risalente al 30 giugno, ma addirittura veniva richiesto ai creditori europei di alleggerire le proprie pretese. Diventano in tal modo comprensibili le proposte successive di Tsipras, le cui ultime richieste sottoposte all’attenzione dell’Eurogruppo del 7 luglio sono state non casualmente un taglio del 30% del debito greco e un piano di finanziamento di durata ventennale.

Senza dubbio le Borse avevano fiutato questo clima, e di certo molto prima del 7 luglio.

Lo stesso Financial Times lanciava ormai da mesi messaggi alle presidenze del consiglio europee (soprattutto alla Cancelliera Angela Merkel) onde ammonirle sulla posta in gioco. Nonostante ciò, il referendum è stato voluto: un’irrisoria concessione alla sovranità popolare che non avrà di fatto alcun seguito miracoloso.

Se non altro, c’è da dirlo, la vittoria dell’OXI ha costretto alla scesa in campo la stampa rappresentativa della finanza statunitense: “For Europe’s Sake, Keep Greece in the Eurozone” è il titolo dell’editoriale anonimo che il New York Times ha pubblicato lo scorso 6 luglio e con il quale ha lanciato un appello – che suona più come un ammonimento – alla Germania affinché evitasse ad ogni costo l’uscita della Grecia dall’UE.

L’invito, tuttora in vigore, era per la nazione tedesca e i creditori di farsi carico del debito greco, ché le conseguenze del Grexit provocherebbero un terremoto insostenibile per i mercati finanziari mondiali nonché l’incrinatura dell’intera Eurozona. Una cartina al tornasole della tesi sopraesposta, la cui conferma definitiva è da ricercarsi nella telefonata di Obama alla Cancelliera.


Occorre certo considerare che la credibilità degli USA è ai minimi storici, con le bolle speculative che i QE hanno generato negli ultimi 15 anni a carico di tutti i mercati del mondo riducendo di fatto il potere di imposizione di Washington sull’Europa. D’altronde, Vladimir Putin non aspetta altro che il fallimento della strategia statunitense per inserirsi nella crisi in atto fra Grecia ed Europa, e non di certo in punta di piedi.
Certo è che se l’ipotesi Grexit dovesse andare in porto i risultati nell’immediato sarebbero per il popolo greco così devastanti che nessuno – fatta eccezione per le Borse, forse – è ancora in grado di stabilire se il salvataggio russo arriverebbe in tempo.
Che non ci s’inganni, tuttavia. L’uscita dall’Eurozona, per quanto sia difficile ammetterlo anche e soprattutto in virtù di pressioni economiche e politiche internazionali che si riversano sulla stampa quindi sull’opinione pubblica, non è il male. A dimostrarlo sono gli studi di rinomati economisti dal profilo indipendente la cui voce necessiterebbe senza alcun dubbio di un’eco maggiore. Questo l’augurio per la Grecia ed i suoi cittadini, cittadini le cui sorti tendono purtroppo a sfumare sempre più in un mondo sottoposto com’è il nostro all’egemonia bancaria e ad un’economia che non sembra voler tener conto delle alternative.