Scelte difficili -Cos’è per te di più grande valore?

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Cos’è per te di più grande valore? – Qualunque cosa io scelga.  Amartya Sen, Bernard Williams: Utilitarianism and beyond

La volatilità dei vincoli economici e politici rende sempre più difficile preservare il nostro standard di vita o perseguire i nostri desideri. Il comportamento umano è in grande misura modulato su traguardi definiti da una scala di priorità o preferenze, e nell’ambito di ciascuna comunità sociale le nostre azioni sono giudicate per le loro intenzioni e conseguenze. Così ogni scelta da noi fatta è mirata al conseguimento dei nostri traguardi.

L’economista e logico inglese John Stuart Mill ( 1806 -1873 ), pioniere della Teoria Utilitaristica, diceva che chi è alla ricerca della sua più grande felicità impiegherà tutte le sue facoltà, userà tutte le sue capacità di osservazione e raccoglierà tutto il materiale necessario per arrivare alle sue decisioni. Le sue azioni sono corrette nella misura in cui tendono a promuovere la sua felicità, errate se promuovono il contrario. Quando si domanda a diverse persone cosa sia per loro di massimo valore, si ottengono risposte diverse, perché le risposte sono plasmate dalle inclinazioni ed esperienze personali, nonché dal substrato sociale e culturale d’appartenenza.

Ogni persona ha le sue vocazioni e mete specifiche, e tutto quanto sarà utile per quella persona corrisponderà a scelte mirate su solidi ed egoistici traguardi, conseguiti attraverso l’ottimizzazione dei risultati finali.
Il filosofo americano William James ( 1842 – 1910 ), padre fondatore del Pragmatismo, rimarcava come l’individualità sfuggisse ad ogni classificazione, malgrado la nostra ostinazione di classificare chiunque incontriamo in una categoria o in un’altra.

In un mondo complesso e in continuo cambiamento facciamo le nostre difficili scelte in condizioni d’incertezza, cercando di rimuovere tale incertezza per arrivare a stabilire il vero stato delle cose. Una corretta informazione dà profilo e sostanza a ogni tipo di utilità perseguita. Dobbiamo però essere attenti a non confondere i dati in circolazione con le astrazioni usate per analizzare gli stessi. Perché calcoli anche semplici su informazioni affidabili sono di gran lunga più efficaci di qualsivoglia esercizio sofisticato su informazioni parziali e/o di parte.

La conoscenza del vero stato delle cose viene prima, ogni sorta di conteggio sempre dopo.
Troppo spesso, comunque, ci sembra di essere molto meno ben informati di quanto pensiamo. Lasciando da parte il concetto d’informazione perfetta, che compete al mondo della metafisica, possiamo dire che una completa informazione esiste quando ogni individuo conosce quanto ogni altro individuo pure conosce.

La mancanza della completa informazione impedisce ai singoli individui di incardinare le proprie azioni al vero stato delle cose e li costringe ad affidarsi alle loro capacità di far fronte a qualunque sorta di previsione, di fatto a scommettere sulle probabilità. E la probabilità non è altro che un’aspettativa fondata su una conoscenza parziale.

Nel mondo reale, se un individuo afferra che rivelare la verità renderebbe la sua situazione peggiore di quella in cui tale verità fosse in qualche modo distorta o nascosta, la tentazione di non rivelarla può essere davvero forte. Come l’economista inglese Peter K. Hammond ( 1945 – ) ha dichiarato, gli individui non sono altro che pedine in un gioco utilitaristico, da manipolare per fini utilitaristici, pur avendo in mente le migliori intenzioni.

Lasciare siffatti individui disinformati rientra così nel gioco utilitaristico. Secondo il principio dell’Ottimo Paretiano – determinato dall’economista e sociologo italiano Wilfredo Pareto ( 1848 – 1923 ) – in una comunità sociale non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare quella di almeno un altro. In tale maniera i soggetti con un più ristretto ventaglio di scelte saranno i perdenti, mentre i meglio informati, nonché quelli di miglior talento, saranno i vincitori.
Per definizione un giudizio di valore morale è, in ogni tempo, espressione delle nostre preferenze morali.

E la moralità utilitaristica ci rende tutti membri della stessa comunità morale. Il talento produce riconoscimento, mentre l’ignoranza è causa di errori, invidia, disgrazie e pene. La posta in gioco è decidere se sia ammessa una pluralità di motivazioni nel perseguimento delle utilità individuali, o se solo l’interesse del singolo guidi, o debba guidare, il consorzio civile.

Al nocciolo della questione c’è la ricerca di un accesso più pluralistico e democratico a un crescente, o via via meno incompleto, bagaglio d’informazione, inteso anche come un genere di educazione pubblica, che fornisca agli individui gli strumenti necessari per decifrare e comprendere per loro beneficio personale sempre più complessi stati delle cose.

Se è vero che le ferree leggi economiche, come l’Ottimo Paretiano, dovrebbero essere incluse in ogni equazione sociale, resta ancora da definire se, e in quale misura, convenga a una comunità sociale lasciare gli individui nel loro paradiso degli sprovveduti.