Intervista al Prof. Colombo: Farmacoeconomia e un confronto UK- ITA.

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A prima vista la Farmacoeconomia può sembrare un argomento interessante solo per gli addetti del settore.

Infatti anche da Wikipedia leggiamo “La Farmacoeconomia è un insieme di strumenti, concetti e tecniche basate per la valutazione del rapporto di costo-efficacia e la sostenibilità economica di farmaci e altre tecnologia biomediche” ebbene sembrerebbe, che noi comuni mortali non abbiamo proprio nulla a che fare con questo argomento…tuttavia non esattamente così!
Ho avuto il piacere di intervistare il Prof Giorgio Lorenzo Colombo, economista specializzato nelle valutazione economiche nel settore Farmaceutico e sanitario, che mi ha parlato del suo lavoro spiegando quanto la farmacoeconomia sia in realtà uno strumento per tutelare e migliorare la nostra salute.
La decisione del professore di lavorare nel settore farmaceutico nasce a Londra nel 1992, infatti ha raccontato il prof “a quel tempo, ero un giovane ricercatore e fui invitato da un amico ad una conferenza internazionale di farmacoeconomia nella capitale britannica”. In passato, vi era l’idea, specialmente in Italia, che un economista non fosse necessario nella gestione della spesa sanitari, oggi invece sappiamo bene che non è così.
Nel 1994, in collaborazione con altri colleghi universitari, il professore Colombo fonda S.A.V.E (http://www.savestudi.it/ )una società di consulenza farmacoeconomia, provider ECM accreditato presso il Ministero della Salute, che si occupa di ricerca, consulenza e formazione nel settore Economico Sanitario.
Ma come può la farmacoeconomia toccarci da vicino? Ebbene…

A tutti è capitato di dovere fare delle analisi, andare dal medico una volta nella vita anche per un semplice mal di gola. Ebbene, il farmaco che ci viene prescritto dal medico, non ha solo un valore clinico ma anche uno economico. Questo valore è calcolato sia sul costo del farmaco sia sui benefici che esso procura.

Il prof Colombo mi spiega che un indagine farmacoeconomica serve, ad esempio, a stabilire il valore economico di un farmaco, e anche a contenere ed indirizzare correttamente la spesa sanitaria di una nazione.

Immaginate ad esempio un farmaco che ha un costo di partenza elevato, ma che allo stesso tempo evita o diminuisce il tempo di ospedalizzazione.

Questo è il classico esempio in cui la valutazione farmacoeconomica è utile perché mentre il valore clinico del farmaco è chiaro , perché migliora la vita del paziente, il valore economico invece si evince proprio da questi studi che , in questo caso , mostreranno , un rapporto costo- beneficio favorevole, perché si risparmia il costo di un ospedalizzazione, quindi il farmaco verrà prodotto. Il farmaco risulta un investimento , e questo specialmente nel caso di cure fornite dallo stato è un fattore decisionale fondamentale nella scelta tra un farmaco e un altro.

Lo stesso vale nel caso di un farmaco che al pari di un costo iniziale elevato permette ad un paziente di uscire da un stato cronico.
Un esempio pratico di tutto ciò?
Pensiamo all’Inghilterra, come sapete , la maggior parte delle persone che vivono qui ha problemi relativi alla carenza di vitamina D. Ultimamente , è stata avanzata la proposta di offrire gratuitamente la vitamina D a tutti i cittadini inglesi, questa proposta sicuramente si basa su un analisi farmacoeconomica, che avrà stimato che a fronte di una spesa iniziale, la distribuzione gratuita della vitamina D comporta una diminuzione della spesa riguardanti tutte le patologia correlate alla sua carenza .

Quindi il costo inziale diventa un investimento che porta un risparmio economico alla nazione ,il cosiddetto value for money, e migliora anche la vita dei cittadini.
Questo esempio rende chiaro come le analisi economiche nel settore sanitario, sia correlate con molte scelte che ci toccano da vicino.
Infatti queste stime offrono indicazioni di come e dove spendere il denaro per offrire un migliore servizio ai cittadini. Il costante invecchiamento della popolazione, ha reso fondamentale una gestione controllata della spesa sanitaria. Con il professore Colombo abbiamo provato a confrontare in sistema sanitario Italiano e quello Britannico.

In Italia, la spesa sanitaria rappresenta il 13-15 % della spesa pubblica, mentre in UK è intorno al 18%, i sistemi, ha aggiunto, sono simili perché entrambi pagati dalla fiscalità generale.Tuttavia, Il sistema inglese, ha una razionalità nei sistemi di scelta con parametri più definiti del nostro sistema, che risulta più incerto. Altro punto di differenza è che il nostro sistema sanitario risulta più complesso e articolato.Oltrettutto , la disparità della spesa sanitaria tra regioni diverse fa si che le regioni più virtuose diventino più attrattive dal punto di vista sanitario per i pazienti, creando il fenomeno della migrazione sanitaria .Ma il professore , ha precisato , uno dei paradossi dell’economia nel sistema sanitario è che avere tanti soldi non garantisce per forza le migliore cure al paziente, perché questi soldi solo investiti correttamente e nei giusti canali che creano salute.

Due dei temi più caldi ultimamente sia in Italia sia in UK sono gli antibiotici e i vaccini. Infatti, dopo un periodo di abuso nell’utilizzo degli antibiotici, specialmente in UK, è nata la necessità di razionalizzarne l’utilizzo a causa dell’insorgenza sempre più frequente di fenomeni di resistenza. Infatti, negli ultimi anni la ricerca di nuovi antibiotici è ripartita dopo un stop di una decina di anni, dovuta all’errata convinzione che non esisteva la necessità di nuove molecole. Questo errore di valutazione, ha spiegato il professore, porterà degli effetti, sia in termini economici sia di salute pubblica, che devono e verranno stimati.
Altro discorso molto caldo sono i Vaccini perché Il confronto tra UK e Italia fa nascere doverose domande.

In UK le vaccinazioni non sono obbligatorie, ma malgrado questo la copertura vaccinale è molto alta. Quello dei vaccini è diventato un argomento talmente dibattuto che è stato avanzata la proposta di rendere anche quelle volontarie obbligatorie per l’iscrizione a scuola. Il discorso vaccinazioni è tuttavia lungo e articolato, basti considerare solamente la campagna anti-vaccinazione che ormai spopola in rete e che spesso, mi permetto di precisare, non ha nessuna base scientifica.

l’Istituto Superiore di Sanità ha detto testualmente «Flessione drammatica, rischiamo gravi conseguenze». Infatti, mentre per polio, tetano ed epatite B sono al 95%, per il Morbillo, parotite e rosolia le vaccinazioni sono precipitate all’86%, un calo di oltre il 4% in un anno.

Come giustamente mi faceva notare il professore, questo porterà certamente un aumento della spesa sanitaria nazionale. I vaccini come tutti i farmaci non sono perfetti, di solito ha aggiunto il professore statisticamente si registra un morto su un milione di vaccinati, e considerato che di media ci sono 500mila nascite all’anno in Italia, abbiamo un morto ogni due anni. Ovviamente, anche una sola morte resta un cosa drammatica, ma i numeri, continua il Prof Colombo, ci dicono chiaramente più di tante parole quanto le vaccinazioni siano beneficio per la quasi totalità della popolazione.

In Inghilterra, la copertura risulta intorno al 94% malgrado nessuna vaccinazione sia obbligatoria. A mio parere, questo è dovuto anche ad un rapporto di fiducia fondato sull’informazione, facevo notare al professore che se cerchiamo notizie su una determinata patologia, tra i primi risultati in un c’è il sito NHS, questa cosa, in Italia non esiste.

Il professore Colombo sta attualmente studiando l’impatto dell’abbassamento della copertura vaccinale in Italia, per determinare quali saranno i costi di questo diminuzione nelle vaccinazione in termini di salute e in termini spesa sanitaria.

Intervistare il professore Colombo mi ha ricordato una frase di Winston Churchill che a proposito della salute diceva: “Avere dei cittadini sani è il più grande patrimonio che una nazione può possedere”, nulla di più vero e attuale, aggiungerei.

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