La storia singolare dell’anno bisestile

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Egli ha fatto la luna per stabilire le stagioni; il sole conosce l’ora del suo tramonto.
Bibbia – Salmi, 104: 19

Un altro anno bisestile sta per arrivare con i suoi segni di superstizioni antiche.
In tutte le civiltà il tempo è stato scandito dalle fasi lunari.

Per questo gli antichi Sumeri avevano ideato il sistema sessagesimale, che tuttora marca geometria e tempo. Secondo gli antichi scrittori latini il calendario occidentale aveva avuto le sue origini lontane nel calendario tracciato da Romolo, il re leggendario fondatore di Roma. L’anno iniziava con l’equinozio di primavera e finiva a dicembre, il decimo mese, come il suo nome indica. Consisteva di 304 giorni, divisi in dieci mesi, quattro di 31 giorni e 6 di 30 giorni. Al fine di sincronizzare l’anno civile con quello tropico erano però necessari periodici aggiustamenti. Il re Numa Pompilio ( 715 – 672 a.C. ) aveva così allungato l’anno di due mesi, aggiungendo i mesi di gennaio e febbraio, e portato il numero dei giorni a 355.

Avrebbe fatto forse più senso allineare l’anno romano al calendario lunare di dodici mesi ( 29.5 x 12 = 354 ), come fatto dagli antichi greci, ma si credeva che agli dei piacessero i numeri dispari. Numa Pompilio istituì pure un collegio di pontefici, presieduto dal Pontefice Massimo, con l’incarico di inserire periodicamente un mese aggiuntivo, per allineare il calendario romano all’anno tropico ( 365,24 giorni ). Nei tempi della Repubblica fu introdotto un sistema più regolare: ogni due anni era inserito un mese aggiuntivo, chiamato Mercedonius ( dalla parola latina merces, che significa salario ), di 22 e 23 giorni alternativamente.

Questo nuovo sistema si basava su un anno medio di 366,25 giorni e richiedeva ancora aggiustamenti, sempre a discrezione dei Pontefici in carica.

Quest’ultimi erano sospettati di inserire il mese Mercedonius quando era per loro remunerativo prolungare il periodo delle cariche pubbliche di amici oppure rinviare la data del pagamento dei debiti o l’incasso dei crediti.

A causa della degenerazione del calendario l’anno romano 708 ( ab Urbe condita ), corrispondente al 46 a.C., era quasi tre mesi avanti alle effettive stagioni.

A questo punto Giulio Cesare decise di incaricare l’astronomo egiziano Sosigene di riformare il calendario una volta per sempre. Così nell’anno 46 a.C. , ricordato nell’antichità romana come ‘ l’ultimo anno della confusione ’, al fine di riallineare l’anno civile a quello tropico furono inseriti 80 giorni fra novembre e dicembre.

Benché gli astronomi egiziani sapessero bene che l’anno tropico avesse 365,2422 giorni Sosigene decise di semplificare le cose, basando il suo calendario su un anno di 365,25 giorni. L’anno iniziava così il 1˚ gennaio, quando i Consoli entravano in carica, una data con nessuna relazione con stelle e stagioni, come era invece stato con l’equinozio di primavera.

Inoltre, in luogo di un mese intercalare, venne inserito un giorno intercalare ogni quattro anni. Come molti uomini di potere Giulio Cesare era estremamente superstizioso.

Pretese innanzitutto che febbraio fosse il mese più corto, essendo il mese degli dei degli Inferi, quindi estremamente infausto. Poi, anche se il buon senso suggerisse di aggiungere il giorno intercalare a febbraio, l’operazione doveva essere fatta nel modo opportuno.
Dal momento che i Romani consideravano i numeri dispari di buon auspicio e quelli pari di mala sorte non
ci sarebbe stato motivo alcuno di dare un qualche nobile sigillo a un mese che per definizione non ne meritava alcuno.

Il giorno intercalare fu così inserito dopo il 23 febbraio, allo stesso posto dove era stato inserito il mese Mercedonius. Questo giorno fu chiamato bisestile – dal latino bissextus, due volte sesto –
essendo il sesto giorno bis prima delle calende di marzo. In tale modo febbraio manteneva formalmente il numero di 28 giorni. Nel folklore dei Paesi neolatini l’anno bisestile porta ancora i segni di mala sorte e sventura: anno bisesto, anno nefasto.


L’errore di Sosigene di considerare l’anno civile appena un filo più lungo di quello tropico divenne gradualmente evidente. Nel 325 il Concilio di Nicea decretò che il giorno di Pasqua doveva cadere nella prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera.

Questo significava che la data della Pasqua doveva dipendere sull’approssimazione ecclesiastica del 21 marzo per l’equinozio di primavera. Il Venerabile Beda già nel 725 notava come il plenilunio di primavera fosse avanti della data pronosticata. Robert Grosseteste ( 1178 – 1253 ) – riformatore, matematico a vescovo di Lincoln – aveva sollevato il problema e suggerito correzioni.

Dopo secoli di discussioni il papa Gregorio XIII ( 1502 – 1585 ) aveva imposto un nuovo calendario, che nella specificazione degli anni bisestili aveva cassato i secoli non divisibili per 400.
Essendo caduto in quell’anno l’equinozio di primavera l’11 marzo, una bolla papale decretò che al 4 ottobre 1582 avrebbe dovuto seguire immediatamente il 15 ottobre.

Il calendario gregoriano fu accettato nel 1582 in Italia, Spagna, Portogallo, Francia e Olanda cattolica. La Germania e la Svizzera cattoliche l’accettarono nel 1584, la Polonia nel 1586 e l’Ungheria nel 1587, i Paesi protestanti si opposero invece ferocemente alle riforma. Keplero rimarcò come i protestanti preferissero essere in disaccordo con il sole che in accordo con il papa. All’inizio del XVIII secolo l’Olanda, la Svizzera e la Germania protestanti accettarono infine il nuovo sistema, mentre Inghilterra e Svezia dovevano introdurre il nuovo calendario nel 1752.
In molti Paesi la maggioranza del popolo osteggiò con sommosse il cambiamento di data, temuto come un tentativo dei proprietari di defraudarli di una settima e mezzo di affitto.

Il Giappone ha introdotto il nuovo calendario nel 1873, la Cina nel 1912 e la Turchia nel 1924. I Paesi greco – ortodossi sono rimasti ancorati al calendario giuliano sino al secolo scorso. Secondo il calendario gregoriano, infatti, la Rivoluzione Russa di Ottobre è avvenuta in novembre. Musulmani ed Ebrei continuano a mantenere il calendario lunare.

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