La Nostalgia e l’Amnesia: le due facce del colonialismo italiano

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Di Valentina Celi

Intervista ai due documentaristi che raccontano l’ambivalenza della memoria collettiva  nel ricordare il tentativo fascista di conquista dell’Africa.
Dal Festival dei Popoli di Firenze agli schermi di Europa e Nord America, due documentari realizzati da registi italiani scuotono le coscienze mettendo in luce gli aspetti nascosti di un fenomeno troppo spesso accantonato dai libri di Storia.

Grazie a CinemaItaliaUK, Domenica 15 Maggio, presso il Cinema Genesis in Mile End Road, si è tenuto uno screening congiunto di “Negotiating Amnesia” di Alessandra Ferrini e di “If Only I Were That Warrior” di Valerio Ciriaci.

La serata prende il via con la proiezione dell’essay film “Negotiating Amnesia” realizzato dall’artista visuale Alessandra Ferrini, che si pone l’intento di approfondire il lascito culturale derivato dall’esperienza colonialista attraverso testimonianze di discendenti di coloro che presero parte alle spedizioni, utilizzando inoltre fotografie, documenti d’epoca e libri scolastici per guidare lo spettatore lungo un percorso di riscoperta di questa pesante e quasi celata eredità.
La ricerca parte dall’esperienza personale dell’artista, che decide di mettersi a confronto con una delle vicende meno ricordate del nostro Novecento; una ricerca che inizia dagli archivi Alinari di Firenze e che ci guida all’analisi dei processi mnemonico-linguistici che hanno contribuito alla scarsa pubblicità dei fatti coloniali italiani.
Le immagini sono accompagnate dalla voce narrante della regista, la quale non manca di sottolineare i processi che hanno condotto al revisionismo storico attuale, tramite l’inserimento di frasi-chiave ormai entrate nel gergo comune, e che alimentano stereotipi quali “Italiani brava gente” o che smorzano la portata degli eventi “Avevamo solo un paio di colonie senza valore!”, dimostrando anche l’ignoranza che aleggia attorno a questo argomento, “Nessuno ne sa molto”.
Il ritmo della narrazione è scandito dalla colonna sonora elettronica minimalista firmata dai Blutwurst, che non manca di aggiungere profondità e di produrre un lieve senso di angoscia nello spettatore, e che ben si sposa con la visione della cruda realtà di abusi e soprusi subiti dalla popolazione indigena durante il periodo coloniale, in particolare attraverso l’uso di armi chimiche, le esecuzioni sommarie, ed il fenomeno dello sfruttamento delle donne, il madamato.
La pellicola si articola in quattro sezioni ben distinte fra loro: Heritage vs Memory; Photography vs Memory; Monuments vs Memory; Education vs Memory, consentendo di focalizzare l’attenzione di volta in volta sui singoli tasselli che compongono il frammentato mosaico della guerra d’Africa, e dunque riuscendo a dare una visione abbastanza completa del come e quanto le azioni del passato si siano trasformate e distorte grazie ai meccanismi della memoria, e come oggi siano percepite le imprese coloniali italiane.
Particolare visivamente interessante è anche la scelta di non mostrare mai in volto gli intervistati, bensì di lasciare la camera sulle loro mani, mentre con lentezza mostrano i reperti fotografici, e quindi aumentando il pathos dell’azione di svelamento della realtà attraverso le immagini d’epoca.
L’autrice non manca di lasciarci con un provocatorio interrogativo: se davvero il mito dell’“Uomo nuovo” fascista, colonizzatore e conquistatore, è quello che rimane oggi di una delle pagine più tragiche della nostra Storia unitaria, prima o poi vedrò anch’io in lui il mio riflesso?

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Intervista ad Alessandra Ferrini

Alessandra Ferrini è un’artista visuale, co-fondatrice del magazine Mnemoscape, il cui lavoro si focalizza sugli studi post-coloniali e storiografici, e sulle pratiche archivistiche, in particolare sul modo in cui l’ideologia forma i sistemi di conoscenza di produzione di identità, assieme alla memoria collettiva ed individuale.

Sul tuo sito si può ammirare l’opera Notes on Historical Amnesia, un’installazione nata dal confronto con gli studenti, che si proponeva di mostrare il processo di ricerca dietro a Negotiating Amnesia. Come cambia l’approccio dal film all’installazione visuale?
L’installazione mostrava tutto il materiale di ricerca su cui è stato costruito il film, e quindi anche il materiale extra che non è stato usato nel film: c’erano ad esempio le scansioni dei libri di Storia, che ho trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze, su cui si basa l’ultimo capitolo del film, ed è stata pensata proprio per poter fare i laboratori con le scuole superiori. Quindi c’era la mostra, ma la mostra stessa poi era trasformata dai laboratori, un work in progress, diciamo!

Sicuramente un tema forte come quello del colonialismo italiano, raramente trattato a scuola, avrà avuto un impatto notevole sui ragazzi… in che modo la tua interazione con gli studenti ha influenzato la tua visione su questa tematica?
Per dare una risposta completa devo attendere i risultati dei focus groups, portati avanti dalla curatrice dell’Archivio Alinari con cui ho lavorato, che ci daranno il feedback dei ragazzi, e saprò esattamente quanto ha funzionato… Lavorare con loro è stato molto interessante perché c’erano delle cose che li interessavano e si ripetevano: in particolare la figura degli askari (soldati indigeni che combattevano affianco alle truppe italiane contro le forze etiopi, NdA). Forse dal film non emerge troppo, ma si tratta di figure controverse, che hanno voluto approfondire; a quel punto il film era già fatto, ma mi hanno portata a riflettere, perché nonostante la mostra fosse in evoluzione, c’erano un paio di elementi, di interventi che i ragazzi hanno fatto, che ho lasciato permanentemente in mostra perché la arricchivano con un altro sguardo.

Cosa ritieni che si debba fare perché le nuove generazioni si emancipino rispetto a questi strascichi di idee del passato, affinché possano avere una visione autonoma ed indipendente del colonialismo italiano?
Bisogna lavorare sull’educazione, sicuramente. Occorre una ristrutturazione sostanziale dell’educazione: ad esempio, in Italia si dedicano tre anni a studiare la Storia antica, quando c’è più urgenza di parlare di questioni più contemporanee, che essendo lasciate tutte all’ultimo anno non vengono mai effettivamente elaborate in modo approfondito. È una cosa urgente perché col fenomeno dell’immigrazione ci si trova faccia a faccia con il continente africano, senza avere una minima idea di tutta la parte di relazioni storiche, delle interazioni precedenti. Soprattutto la comunità eritrea è completamente ignorata.

Dal punto di vista personale, cosa ti ha colpito di più indagando sul colonialismo italiano, e qual è stata la reazione che più ti ha stupito?
Penso che sia questo tipo di scuse che ci ripetiamo e con cui giustifichiamo in qualche modo la nostra ignoranza del fatto storico… Per questo l’ho messo in apertura del film. Il ripetere: “Sì, ma non abbiamo avuto molto successo!”, questo confrontarci col colonialismo british o francese, come se ancora si mantenesse uno sguardo coloniale, perché comunque, quando si parla di successo o fallimento, si usa un linguaggio non appropriato. Mi ha stupito l’averlo ritrovato parlando con pubblici anche non italiani, che, finita la meraviglia per questo nostro passato, ti fanno la battuta: “Sì, ma questo lo chiamate colonialismo?”. Questo è proprio uno di quegli ingranaggi che vanno cambiati, perché porta avanti ancora oggi il pensiero coloniale.

Per concludere, puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?
Sì, certo… porterò “Negotiating Amnesia” alla Quadriennale di Roma al Palazzo delle Esposizioni, da Ottobre a Gennaio, mentre per quanto riguarda le novità, sto sviluppando un progetto sonoro in collaborazione con Video radio Foggia per quanto riguarda la “schiavizzazione” che si cela dietro alla raccolta dei pomodori in Puglia, e poi vorrei dedicarmi ad un film fra Libia e Italia.

Il secondo documentario è “If Only I Were That Warrior” di Valerio Ciriaci, con la cinematografia di Isaac Liptzin, un intenso lungometraggio che colpisce per la purezza delle immagini e per la scelta di dare spazio non solo ai critici delle azioni militari fasciste, ma anche a coloro che ad oggi ne continuano a prendere le parti, lasciando dunque che sia lo spettatore a formulare un giudizio personale sulla questione coloniale.
Lo spunto per questo progetto nasce con la partecipazione del regista ad un evento organizzato a New York dal Centro Primo Levi, dal John D. Calandra Italian American Institute, e dalla comunità etiope, in risposta all’erezione ad Affile, comune in provincia di Roma, di un monumento dedicato alla memoria del Generale Rodolfo Graziani, esponente del Fascismo e comandante in capo durante la Guerra di conquista dell’Etiopia; monumento che suscitò una dura reazione di protesta a livello internazionale, in quanto, sebbene egli fosse stato processato come criminale di guerra, non fu mai effettivamente punito per le atrocità commesse nei confronti degli indigeni; monumento che fu costruito nel 2012 grazie allo stanziamento di fondi pubblici.
Questa polemica suscitò l’attenzione di Ciriaci e Liptzin verso il tema del colonialismo italiano ed ha portato ad una lunga ricerca in tre continenti, per determinare come sia vissuta attualmente l’eredità coloniale italiana, attraverso il confronto con la comunità etiope negli Stati Uniti ed in Italia, e con esperti di Storia, e con le testimonianze della comunità locale.
La pellicola ha tre narratori principali, molto diversi fra loro: si apre con Mulu, donna etiope emigrata negli anni ’90 a Roma, una speaker radiofonica impegnata nella battaglia per i diritti del suo popolo, poi si va in America con Nicola, discendente di un membro delle spedizioni in Etiopia, che fa i conti col passato della sua famiglia, proponendosi come sostenitore della comunità africana, e poi Giuseppe, agronomo di stanza ad Addis Abeba, appassionato di Storia coloniale e collezionista di testi bellici, ben più propenso ad incensare i trascorsi coloniali dell’Esercito.
Le loro esperienze e le loro opinioni sono correlate da numerose altre testimonianze bipartisan: si va dal Sindaco di Affile, proponitore della realizzazione del monumento incriminato, ai membri dell’ANPI che ne contestano le azioni, e dai membri della comunità etiope-statunitense, a quelli italo-etiopi, nonché a testimoni oculari delle stragi di Addis Abeba e Debra Libanos, e con la partecipazione anche del rinomato storico Ian Campbell.
È interessante questo continuo cambio di prospettiva, poiché consente di approfondire quanto ci viene ricordato grazie a didascalie che riportano con esattezza i fatti storici, cioè come nonostante la durezza delle azioni portate avanti dalle milizie fasciste, non vi sia ancora una condanna morale definitiva verso il tentativo coloniale; come anche nel caso di “Negotiating Amnesia”, si fa riferimento a strutture mnemoniche ridondanti, che non rendono giustizia alle vittime, minimizzandone le sofferenze dietro a luoghi comuni.
Ma proprio per indicare l’estrema dignità del popolo etiope di fronte alle carneficine subite, la pellicola ci lascia con un’immagine estremamente potente: Mulu che sfida con sguardo fiero il monumento a Graziani, implicando che la lotta per il riconoscimento dell’identità del suo popolo non si lascerà abbattere dalla pochezza di chi preferisce utilizzare la memoria selettiva, ammantando un passato scomodo di nostalgia, piuttosto che fare ammenda valutando il dato storico.

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Intervista a Valerio Ciriaci ed Isaac Liptzin
Valerio Ciriaci è un regista di documentari ed Isaak Liptzin è un produttore e direttore della fotografia, ed entrambi sono residenti a Brooklyn, New York. Nel 2012 hanno cofondato la società di produzione Awen Films, e girato insieme due brevi documentari “Melodico” e “Treasure – The Story of Marcus Hook”; il loro lavoro più recente, “If Only I Were That Warrior”, del 2015, si è aggiudicato il Premio “Imperdibili” al Festival dei Popoli di Firenze.

Voi vivete entrambi a New York: come ha influito il contatto con la realtà americana con il vostro modo di rapportarvi al soggetto del documentario?
VC- Ha influito, perché si vive distaccati dal contesto italiano. Ha influito perché una domanda, che all’inizio sembrava retorica: “Come è possibile costruire nel 2012 un monumento per onorare un generale fascista?”, in Italia passa inosservata, poiché non è un caso isolato. Da sempre, e sempre più spesso si assiste ai tentativi di revisionismo, manifestazioni nostalgiche di questo tipo, mentre invece in America sei immerso in un mondo multiculturale; la stessa nostra prima interazione col popolo etiope è stata a New York, all’evento organizzato dal Centro Primo Levi e dal Calandra Institute, di cui abbiamo parlato prima, dove abbiamo visto la loro reazione, l’indignazione per ciò che era successo ad Affile.

Quella è stata la cosa che ci ha motivati ad andare avanti. In più è vero che ci sono molti più studi postcoloniali in America rispetto all’Italia, c’è molta consapevolezza.
IL- E poi diciamo anche che il ruolo dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, lì in America, non è visto con ambiguità, come invece nell’Italia stessa. Magari è anche un po’ semplicistico come la vedono gli americani, però si ricordano Mussolini alleato di Hitler, e quindi, quando sentono che viene eretto un monumento ad un generale fascista, ti chiedono come sia possibile, si sorprendono perché non sanno che in Italia perdura questo senso di nostalgia molto comune. Quell’ambiente ci ha dato il via in un modo che non sarebbe stato possibile in Italia.

In Italia in realtà del monumento non se ne è parlato poi così tanto…
VC- Se ne è parlato dopo. É iniziato tutto dalla stampa internazionale.
IL- Se ne è parlato agli inizi e poi c’è stato un ritorno di interesse grazie alla mobilitazione delle comunità etiopi nel mondo. Ne hanno parlato grandi testate internazionali come la BBC, il New York Times, El Paìs…

Come è cambiato il vostro approccio nel passaggio dalla trattazione della comunità di origine italiana negli Stati Uniti alla comunità di origine africana? Avete utilizzato degli schemi diversi per avvicinarvi a questa cultura, che non è la vostra d’origine, o avete riscontrato una certa facilità comunicativa?
VC- L’approccio è stato più o meno sempre lo stesso, chiaramente il fattore della lingua è importante, lavorare con gli italiani aiuta. Però una parte fondamentale del film è data dall’apporto delle comunità etiopiche in America, e lì con l’inglese ci si è venuti incontro. Il momento più difficile è stato in Etiopia, dove dovevamo ricorrere all’uso di un interprete.
IL- Ovviamente è stato difficile in Etiopia perché era un ambiente nuovo per noi, abbiamo dovuto costruire una struttura di persone che conoscevano la zona. Prima di andare in Etiopia c’è stato un lavoro di preparazione, abbiamo lavorato molto sui contatti, perché ci siamo prima interfacciati col popolo etiopico in America, poi tramite siamo arrivati a delle persone ad Addis Abeba che sono riuscite a facilitare molto il nostro lavoro lì, non potevamo arrivare allo sbaraglio!

Il fatto che la polemica per il monumento sia partita da Oltreoceano testimonia questo diverso legame delle comunità emigrate all’estero verso il proprio Paese d’origine. Secondo voi, cosa possono fare le nuove generazioni per non perdere pezzi importanti della loro identità culturale? In cosa si dovrebbe guardare al modello americano, e cosa invece andrebbe evitato?
VC- Anche il modello americano nel rapporto con l’altro, seppure includendo varie etnie, ha molte criticità, quindi non va preso pienamente come esempio. Di certo nel nostro caso, abbiamo imparato sulla nostra pelle che è importante studiare la Storia e guardare e tenere viva la memoria di certi eventi, ed è tramite questo lavoro che si evitano situazioni come quella verificatasi ad Affile. Però è vero che spesso le comunità immigrate hanno più interesse, a causa di vari fattori: tu parti, ti allontani dal tuo Paese, c’è quasi un sentimento di nostalgia che ti porta a guardare con più attenzione a quello che succede in patria. A questo va aggiunta una visione più transnazionale, mettendo insieme pezzi che invece, vivendo solo in un unico posto, non avresti mai collegato fra loro.
IL- Se prendiamo come esempio la comunità etiopica negli Stati Uniti, è una comunità molto istruita, con un tenore di vita relativamente alto, che si tiene in contatto con la propria storia e con l’attualità. La comunità etiopica italiana non è così, forse perché l’immigrazione di questo tipo è un fenomeno relativamente nuovo in Italia, che è un Paese giovane, ed ancora non ha fatto sua quella dimensione in cui le persone che arrivano, entro una generazione si riescono ad inserire, come avviene invece negli Stati Uniti: è questa la grande differenza.

Quindi, traendo le somme, si direbbe che gli italiani abbiano ancora una mentalità da emigranti, piuttosto che da padroni di casa nei confronti di chi arriva…
VC- Proprio perché noi per primi siamo stati un popolo di emigranti, dovremmo capire l’emigrazione. Solo guardando alla nostra Storia, compreso il periodo coloniale, potremo guardare anche diversamente al fenomeno migratorio, che proviene principalmente dal Corno d’Africa, quindi da un territorio che era stato di predominio italiano.
IL- Però gli italiani non se lo ricordano, o non lo sanno. Quindi un italiano è visto in una certa maniera in Etiopia, mentre un etiope che viene in Italia viene ignorato.

Dal punto di vista personale, cosa vi ha colpito di più indagando sul colonialismo italiano, e qual è stata la reazione che più vi ha stupito?
VC- Ci ha sorpreso l’andare a fondo in quelli che sono stati i crimini di guerra e la misura…
IL- …l’entità di crimini che effettivamente non si conoscono, si è stata una sorpresa.
VC- L’andare a vedere quello che è stato ed ha rappresentato il massacro di Addis Abeba, in cui si considera che in tre giorni siano state uccise fra le 15.000 e le 20.000 persone; l’utilizzo dei gas; ed ancora la strage di Debra Libanos. Non sono cose che si trovano nel piccolo paragrafo del libro di scuola! Questa è stata la cosa che più ci ha segnato… abbiamo anche riaperto i libri, abbiamo studiato il lavoro di storici come Del Boca, Dominioni, Rochat, grazie al quale abbiamo assunto una nuova consapevolezza sulle fonti storiche, anche italiane, sull’argomento.
VC- Per quanto riguarda le reazioni, sicuramente è quella di Mulu che ci portiamo appresso, per questo abbiamo deciso di iniziare a terminare il film col suo personaggio, che diventa quasi una voce narrante nel documentario. Ci è piaciuto che si confrontasse letteralmente col monumento, e lo affronta a testa alta, a viso aperto, perché così va affrontata la memoria, anche le parti più dolorose.

La cinematografia svolge un ruolo vitale nel raccontare la memoria. Con la scelta di utilizzare solo riprese lunghe siete riusciti a rendere bene sia l’immobilismo che un po’ rappresenta questa situazione che va ormai avanti da settant’anni, di cui nessuno ne parla o se ne cura a livello nazionale, sia il fatto che forse ora i tempi sono maturi e qualcosa può iniziare a smuoversi…
IL- Questo approccio noi lo spieghiamo dicendo che, più che seguire le storie, noi ci sediamo ed aspettiamo che le storie ci si svelino davanti. Questo dà un tempo molto diverso al film, secondo me, ed al tempo stesso di rappresentare com’è la situazione in Italia ma anche in Etiopia, questa specie di dead pen, questo è il nome dello stile. Poi per noi era molto importante usarlo come strumento di, non dico oggettività, perché l’oggettività non esiste in questo mestiere, ma per dare un tono non militante, non sensazionalista al film.

Per quanto riguarda i vostri progetti futuri, cosa potete dirci?
VC- Possiamo accennare giusto qualcosina, perché siamo ancora nelle fasi iniziali della produzione… Sarà sicuramente un film ambientato ancora fra passato e presente, fra Stati Uniti ed Italia, visto che la nostra condizione di cittadini di due Paesi ci porta a trovare determinate storie, mentre a volte sono le storie che trovano te. E lavoreremo sempre con lo stesso stile documentaristico.
IL- Sì, sempre parlando di immigrazione e memoria storica, come elementi ricorrenti del nostro lavoro.

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Alla proiezione dei documentari è seguito il Q&A moderato da Luisa Pretolani, a cui oltre agli autori hanno presenziato Natascia Bernardi and Alfio Bernabei, esponenti dell’ANPI London.
Dallo scambio di opinioni col pubblico in sala è scaturito un vivace dialogo, in cui entrambi i registi hanno tenuto a sottolineare il ruolo fondamentale giocato dall’educazione scolastica italiana nell’accantonare spesso e volentieri il nostro passato coloniale, contribuendo ad una mancata presa di coscienza da parte della maggioranza della società italiana, che continua ad ignorare l’entità delle guerre di conquista dell’Africa degli anni ’30.
L’idea comune è stata dunque quella di raccogliere materiale per porre un freno alla frammentazione ed alla scarsità di informazioni sull’argomento, nonché creare un racconto coerente ai fatti, che possa essere goduto in particolare attraverso la diffusione e la proiezione negli istituti scolastici ed universitari, obbiettivo per il quale entrambi i registi si stanno adoperando.
Si è discusso anche della sorte del monumento a Graziani e del monumento celebrativo delle imprese coloniali posizionato negli anni ’50 a Siracusa, per i quali ancora non si prevedono cambiamenti imminenti, sebbene il Sindaco di Affile sia attualmente sotto processo per il reato di “apologia al Fascismo”.

Entrambe le pellicole hanno sollevato reazioni forti nel pubblico, che ha continuato a commentare anche una volta uscito dalla sala; un pubblico eterogeneo, in cui oltre agli italiani ed agli inglesi, si notavano molte persone di origine etiope, le quali hanno espresso sentimenti di rabbia ed incredulità verso le istituzioni italiane che ancora non si sono dimostrate in grado di rispettare la memoria delle vittime. In particolare si è fatto chiaro il desiderio di dare maggiore visibilità a queste opere, suggerendo di estenderne le proiezioni anche in Etiopia.
Alcuni hanno addirittura avanzato l’idea di inserire un maggior numero di immagini di guerra, ma a fini educativi, affinché fungano da deterrente rispetto ad azioni simili.
In realtà, terminata la visione delle due opere, non si può che dare ragione ad una giovane intervenuta che le ha definite: “Una necessaria raccolta polifonica di voci che aiutano a capire non tanto l’evento, ma come l’evento è visto adesso”, perpetuando dunque il parallelismo fra nostalgia e amnesia, che in un modo o nell’altro sembrano attentare alla funzione di memoria collettiva univoca che la Storia dovrebbe fornire.

 

1 COMMENT

  1. Gli italiani non sono capaci di ricordare i crimini di guerra compiuti contro loro stessi!!
    Ma qualcuno a scuola racconta dei bombardamenti sulle città italiane? Quelli su Napoli probabilmente ha fatto più morti di Dresda si parla di 25.000 vittime…
    Pretendere che un popolo così ricordi i crimini in Africa credo che sia troppo, forse però molti ricordano le formazioni di calcio. Siamo un popolo senza il senso della storia!!!!

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