Lingua inglese e Brexit: che succede adesso?

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 Tra i tanti problemi suscitati dai risultati della Brexit, compare anche quello piuttosto rilevante dell’uso dell’inglese come lingua comune all’interno dell’Unione Europea, anche dopo che il Regno Unito ne sarà ufficialmente uscito.

La lingua che usiamo anche a livelli più bassi per comunicare con gli stranieri è infatti uno dei 24 idiomi ufficiali dell’UE ma solo in quanto scelta da Londra come lingua ufficiale.

L’inglese è, a livello statale, lingua ufficiale anche a Malta e in Irlanda ma questi due stati membri hanno notificato come loro lingue ufficiali a livello europeo (seguendo il regolamento in materia, il numero uno del 1958) rispettivamente il gaelico e il maltese; questo comporta, come ha fatto sapere ai giornalisti Maria Hübner, presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, di nazionalità danese, che essendo il Regno Unito l’unico ad aver notificato l’inglese come lingua ufficiale, senza di esso ci ritroveremmo a non avere l’inglese.

Questa sparizione, sebbene ancora non confermata, comporterebbe una serie di conseguenze non indifferenti. Fino agli anni ’90, le conferenze stampa, gli affari e in generale la vita linguistica di Bruxelles procedeva seguendo la via dell’inglese e quella del francese. Nel corso degli ultimi vent’anni, però, è stato l’inglese a fungere da ponte che, oltre a unire l’Europa, ha permesso all’UE stessa di intrattenere contatti con gli Stati Uniti, l’Australia e altre zone del mondo. Inglese, francese e tedesco costituiscono le cosiddette “lingue di lavoro” dell’Unione ma queste ultime sono state ampiamente messe da parte dalla predominanza della lingua di sua Maestà.

Con la sparizione dell’inglese sono destinate a sparire le traduzioni dei documenti ufficiali e le interpretazioni delle sedute al Parlamento europeo e con esse la possibilità per i rappresentanti degli Stati di comunicare in una lingua che era ormai stata scelta per la sua praticità e efficacia: se il Consiglio Europeo dovesse muoversi in questo senso, si presenterà la necessità di utilizzare il francese e/o il tedesco.

Un altro punto importante da menzionare è la differenza che esiste ad oggi tra l’inglese parlato a Londra e quello utilizzato nelle conferenze stampa e nei comunicati a Bruxelles: nel corso degli anni questa lingua si è evoluta, diventando sempre più sintetica e rapida e allontanandosi gradualmente dall’idioma shakespeariano.

Vi sono stati proprio negli ultimi giorni dei sentori, provenienti dai piani alti, che fanno pensare al peggio: l’incontro Merkel-Hollande-Renzi si è chiuso con un comunicato solo in francese e tedesco, evento che ha lasciato non poco perplessi i giornalisti che si trovavano a Bruxelles, tutti in attesa della traduzione nella lingua franca e un commento di Junker sulla Brexit è stato diffuso, come Comunicato proveniente dall’UE, in tedesco, senza alcuna traduzione in inglese.

Il dibattito è aperto e vivo in questi giorni, intrecciandosi ad altri che si susseguono sin dall’esito del referendum dello scorso 23 giugno e il suo esito dipende da tantissimi fattori di natura politica, sociale, economica e ovviamente linguistica. Uno spartiacque netto separa coloro che vorrebbero l’inglese fuori dalla vita dell’Unione Europea, il che porterebbe alla ribalta delle altre lingue che durante questi anni sono state messe da parte, come francese, tedesco, italiano e spagnolo da coloro che, guardando in faccia la realtà, vedono uscire insieme all’inglese la stabilità e l’equilibrio portato da anni di utilizzo di questa lingua dall’UE.

Spetterà come sempre al Consiglio Europeo valutare il possibile cambiamento del regime linguistico che potrebbe salvare la situazione “in calcio d’angolo”, modificando le regole del gioco e stabilendo la possibilità di notificare più di una lingua come ufficiale a livello europeo, in modo tale da permettere a Malta (o all’Irlanda, più probabilmente) di inserire nuovamente l’inglese in campo, risparmiando a Bruxelles l’imbarazzo di dover modificare i trattati per inserire di nuovo la lingua del Paese che ha deciso di abbandonarla.