Referendum scozzese prevale sul ‘no’ inglese. Si sgretola il passato e il futuro di una storica alleanza

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by Rosita Pirulli

Scozia – L’indipendenza dal Regno Unito pare non essere più un miraggio per la Scozia, ma pare stia prendendo forma. La notizia è uscita fuori il 28 marzo, quando ad Edimburgo 69 voti parlamentari hanno prevalso sui 59, relativi alla decisione di indire un nuovo referendum che prevede l’indipendenza scozzese dall’Inghilterra.

Lo storico patto tra le due nazioni, risalente al 1707, pare spezzarsi realmente dopo il tentativo fallito del 2014, 18 settembre: in quella data il 55,3% degli scozzesi votò per restare unita all’Inghilterra, anche per evitare l’uscita dall’Unione Europea.

Ripensamenti sull’alleanza sono riemersi circa nove mesi fa con l’annuncio Brexit. Prima che il risultato referendario uscisse il 23 giugno 2016, la Scozia evidenziava già il suo volere di lasciare la sua vecchia alleata e di rimanere in UE. Il desiderio era stato in un primo momento placato dal Primo ministro Nicola Sturgeon, ma ora che l’Inghilterra sta muovendo i primi passi verso l’uscita –il 29 marzo è avvenuta l’attivazione dell’articolo 50, la cui lettera è stata già accolta a Bruxelles (leggi qui) – la Scozia non si sente più in dovere di restare.

Il 27 marzo, nell’incontro con il Primo ministro scozzese, tenutosi a Glasgow, Theresa May le consigliava di non affrettare i tempi, considerato l’attuale periodo molto caldo per poter prendere una fredda e accurata decisione. Nicola Sturgeon non ha accolto la sua proposta, ritenendo possibile un secondo referendum che avverrà tra l’autunno 2018 e la primavera 2019. In quel periodo, i minimi 18 o i massimi 24 mesi richiesti per gli affari inglesi dovrebbero concludersi e questo faciliterebbe, secondo Sturgeon, le future azioni scozzesi.

Theresa May, però, non è d’accordo: ritiene che anche in quel momento le persone non saranno in grado di decidere consciamente o comprendere meglio le loro opinioni.

‘Non sto proponendo che ci dovrebbe essere ora un referendum di indipendenza, ma se dici che adesso non è il momento, sembra suggerire che ci sia un tempo […]” – ha subito replicato la Sturgeon riferendosi al tempo che stavano trascorrendo al meeting.

May, però, ha continuato a  sottolineare, così come nell’ultimo incontro di giugno ad Edimburgo, la necessità di restare ancora uniti per ambire e raggiungere grandi affari per l’intero Regno Unito, e di evitare l’emanazione di un secondo referendum, che potrebbe mettere in maggiore difficoltà l’intera Scozia dinanzi ad una simile cruciale iniziativa.

Subito dopo, May ha respinto le accuse de ‘SNP’ (Scottish National Party) verso il Governo inglese, relative al rifiuto inglese di spiegare il ruolo della Scozia nelle negoziazioni Brexit. May ha, infatti, chiarito che ci sarà una discussione su diversi piani, sia ufficiale che ministeriale con il Governo scozzese, e dunque simili dichiarazioni sono state ritenute inopportune.

Di fatti, i primi passi sono stati resi atti con la comunicazione che David Davis, segretario di Stato del Regno Unito per l’uscita dall’UE, scriverà a Mike Russel (ministro Brexit del Governo scozzese) una lettera, dove saranno definiti i seguenti punti: le aeree in cui saranno divisi i poteri tra i governi decentrati a Edimburgo, Cardiff e Stormont; le aeree che saranno devolute alla Scozia; le aeree in cui  ex potenze agricole dell’UE, la pesca o i commerci saranno riservati al Regno Unito.

Nel caso delle accuse sopracitate, la Scozia si è rivelata ancora piuttosto preoccupata, mostrando il fallimento di alcuni loro avvertimenti dati all’Inghilterra a gennaio. In quel mese, infatti, nella settimana dell’incontro con il JMC (Joint Ministerial Committee), tenutosi a Cardiff dal 30 gennaio e presieduto dalla May, Nicola Sturgeon invitò vivamente la sua collega ad ascoltare in tempo la voce del suo paese, e chiarire la posizione del Regno Unito nei confronti della Scozia. Soprattutto, si era esortato a precisare il volere scozzese di rimanere nel mercato unico europeo (anche se il resto del Regno Unito lascia l’UE) e se ciò non fosse stato chiaro, l’emanazione di un secondo referendum sarebbe stata molto probabile.

Ed ecco che dopo quasi due mesi, la previsione della Sturgeon inizia ad avverarsi.

L’urgenza notevolmente manifestata a gennaio, è nata dalla considerazione che la Brexit potrebbe portare ‘catastrofiche’ conseguenze economiche in tutto il Regno Unito, ‘dove l’ insicurezza lavorativa sarà maggiore e dove i diritti dei lavoratori e le tutele sociali saranno strappati via’. Questa è la cruda realtà rivelata dai Tories e colpirà la maggior parte delle persone in Scozia con terrore’ – aveva menzionato Nicola Sturgeon, che ora vuol seguire il pragmatismo della May.

Anche il Primo ministro inglese era ed è tuttora consapevole di possibili conseguenze negative, ma pare siano maggiormente temute dalla Scozia, la quale infatti, sta combattendo per evitare simili future ed eventuali ripercussioni.

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