Status quo ante, May perde l’occasione: “Garantiremo stabilità”, ma si rischia un governo “appeso”.

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Theresa May and Jeremy Corbyn

Londra ( di Gianmaria Recanatini) Sono stati in totale 46,9 milioni i cittadini britannici che si sono recati a votare il nuovo parlamento, l’affluenza alle urne si è affermata oltre il 68%. cresciuta di due punti, rispetto al 2015. Le premesse della vigilia sono state rispettate.

I conservatori, della premier Teresa May , si confermano il partito più votato ma non riescono a sfondare attestandosi a 318 seggi conquistati ( – 13 rispetto al parlamento uscente), non abbastanza per ottenere i 326 che gli avrebbero garantito la maggioranza in parlamento.

Mentre i laburisti di Jeremy Corbyn avvalorano la loro risalita nei sondaggi delle ultime settimane guadagnando 267 seggi, 35 in più  rispetto alle elezioni del 2015. Il loro programma, bollato come estremista dalla stampa inglese, è stato ben accolto da fasce della popolazione stanche di anni di austerità.

Corbyn è riuscito a suscitare entusiasmo soprattutto fra i giovani sostenitori del Labour Party, i quali hanno riconosciuto il messaggio e la sua coerenza.  In calo piuttosto netto gli indipendentisti scozzesi dell’Snp di Nicola Sturgeon, indicati ancora come primo partito nella loro roccaforte del nord, ma con 34 seggi contro i 56 (su 59 totali della Scozia) di due anni fa.

Alex Salmond, storico ex leader degli indipendentisti scozzesi dell’Snp  (Scottish National Party), resta fuori dal parlamento di Westminster. Questo scenario renderebbe difficile l’ipotesi di un secondo referendum per l’indipendenza scozzese come quello guidato proprio da Salmond nel 2014. I liberaldemocratici  guadagnano 3 seggi arrivando a 11: non si è però materializzato il voto anti-Brexit a loro favore.

D’altro canto lo Ukip, il partito euroscettico, due anni fa, Ukip aveva il 25% dei voti, 12mila, più del Labour,  dopo questa tornata non entra neppure in Parlamento. Immediata la ricaduta sui mercati finanziari: la sterlina è crollata del 2 per cento a 1,28 sul dollaro e sotto all’1,14 sull’euro.

La mossa audace di elezioni anticipate da parte del primo ministro May si è rivelata rovinosa e controproducente per il suo partito e la guida del paese. Circostanza questa, messa nero su bianco nelle pagine  dalla stampa inglese, fra tutti il commento forse più duro tra i quotidiani britannici sull’esito delle elezioni appena concluse  è del Financial Times che titola: «La scommessa di May sulle elezioni (anticipate dal lei e indette il 18 aprile) le si è ritorta contro. La maggioranza Tory è minacciata – Il futuro del premier è in dubbio- Il risultato ha azzoppato la sterlina».

Una scommessa che la leader conservatrice ha perso, non riuscendo a superare, ma neanche ad eguagliare, il risultato della precedente consultazione, quando il suo schieramento aveva conquistato 331 seggi. Lo status quo ha prevalso dunque, e il risultato delle urne rende difficile formare un governo: il portavoce dei Liberal Democratici (che hanno ottenuto 12 seggi), Menzies Campbell, ha detto a caldo: “Mi sembra molto difficile che il nostro leader possa entrare a far parte di una coalizione”.

La presidente del partito Sal Brinton ha spiegato che i Libdem non intendono collaborare né col Labour né coi Tories perché entrambi sono in favore di una hard Brexit. Quindi non è possibile una coalizione per le “grandi differenze politiche” fra i partiti. Un’apertura arriva, invece, dal Dup, che, con i 10 seggi conquistati, uniti ai 319 che le proiezioni attribuiscono a Tory, potrebbero garantire a May la maggioranza, sebbene molto risicata.

Ma prima della fine del conteggio delle schede, arrivano i primi paletti: uno dei leader del partito, Foster, ha precisato che “nessun vuole vedere una hard Brexit“. E aggiunge: “Abbiamo sempre avuto difficoltà a lavorare con Jeremy Corbyn”.

Ora l’ombra che si proietta su Westminster è quella dell’Hung Parliament,  ovvero un Parlamento ‘appeso’ alla necessità di una qualche coalizione. Il 19 giugno intanto partiranno i negoziati formali tra Londra e Bruxelles: il rischio è che si vada subito alla scontro sul nodo del «conto del divorzio», cioè quanto i britannici devono in termini d denaro alla Ue.

E i primi a fare le spese di una rottura delle trattative potrebbero essere i tre milioni di europei residenti in Gran Bretagna, fra in quali si contano almeno seicentomila italiani.

 

 

 


NOTA Hung parliament:Il parlamento in bilico o parlamento sospeso (dall’inglese: hung Parliament), talvolta impropriamente tradotto in parlamento appeso,  indica la situazione nella quale può trovarsi un organo legislativo in un sistema parlamentare bipolare: in tale fattispecie, nessuno dei due partiti principali ha la maggioranza assoluta e, di conseguenza, la formazione del governo (che deve ottenere la fiducia dal parlamento) risulta estremamente problematica e necessita dell’appoggio di forze minoritarie. Il termine è spesso tradotto anche con parlamento senza maggioranza.


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Exit poll: May avanti su Corbyn ma non ha più la maggioranza assoluta

 

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