Londra (S.Orfei, E. Martellenghi e E. Flori) – L’interazione digitale attira la nuova generazione mondiale. Svegliarsi e addormentarsi con un dispositivo tecnologico è ormai entrato nella norma, specialmente da quando i social media sono diventati quasi “un’esigenza” per molti.

Che sia un’esigenza lavorativa o di lucro poco importa da quando tutto pare dipendere da uno smartphone o un laptop. Come in gran parte dei Paesi, questa nuova abitudine rientra anche nei canoni di vita della Gran Bretagna dove il numero di utenti social cresce periodicamente.

Gli ultimi dati, pubblicati lo scorso Gennaio, rivelano la somma di circa 44 milioni di profili social rispetto ai 39 milioni individuati nei primi mesi del 2017. Un’alta percentuale d’utenza la si trova a Londra, dove London One Academy team ha tentato di capire qual è l’elemento chiave che i social utilizzano per mantenere i loro utenti connessi.

Di recente si sente parlare di un fenomeno connesso a queste piattaforme online: l’Influencer, colui o colei che con un “click” influenza le abitudini e i pensieri di molta gente ricevendo un ampio numero di seguaci.

Pare essere cosi la nuova tendenza del secolo, ma siamo proprio sicuri che non lo sia stata anche nel passato?

Dal 18 al 3 luglio Luglio London ONE Academy team ha condotto un’inchiesta per diverse aeree di Londra. Più di 4000 persone di età compresa tra 8 e 70 sono state intervistate in diverse aeree di Londra Trafalgar Square, Leicester Square, Covent Garden o Oxford Street, fino nell’aerea Est.  In un mare di “likes”, “reactions”, “posts” e “stories”, è giusto chiedersi se gli utenti siano i registi di queste realtà virtuali o le subiscano inconsapevolmente.

Dai risultati d’inchiesta è emerso che il 24.79% degli intervistati non ha mai sentito parlare di questo termine oppure non è convinto di quale sia il suo preciso significato, mentre il 75.21% si è rivelato pronto a darne una definizione.

Gli stessi rivelano di seguire i loro influencers su Instagram, prima di Facebook e Snapchat, lasciando Twitter e YouTube all’ultimo posto.

Circa il 24,79% – che ritiene di non conoscere il termine – gli intervistati spiegano di seguire celebrità, e intellettuali come William Blake e Gandhi, senza però etichettarli “influencer”. Quindi chi si può definire influencer? Secondo l’artista italiano, Federico Clapis, un Influencer “è solo un termine più raffinato per indicare qualcuno che crea contenuti.” Ma si tratta solo di termini e contenuti?

Marshall Mc Luhan avrebbe risposto con il suo motto: “The medium is the message” – “Il mezzo è il messaggio” – un‘osservazione che in realtà può essere applicata anche oggi in ambito social.

L’Influencer, d’altronde è sempre esistito nella storia umana, prendendo diverse forme e figure a seconda del tempo e della società in cui si trovava. L’odierno Influencer, cosi come quello del passato, è un modello  da emulare o a cui ispirarsi per adottarne bellezza, potere, stile di vita per raggiungere la felicità. Infatti i dati che emergono dalle interviste mostrano che gli influencers sono seguiti in riferimento ai diversi interessi dei followers.

I dati sopra citati dal grafico mostrano che le tematiche più seguite in generale sono la moda, la musica e lo sport, ma è considerevole anche la percentuale di intervistati, quasi il 33%, che non dichiara di essere interessato ad uno specifico settore di interesse.

E’ inoltre significativa la correlazione tra le variabili inerenti le tematiche e il sesso: gli uomini sono coinvolti nel mondo sportivo, mentre le donne seguono esperti di moda, musica o make up, come dimostra il seguente grafico.

Ciò che però gli stessi campioni d’inchiesta rivelano è un forte tasso di omologazione che anche gli influncer diffondono oggi, facendo spesso pubblicità sui prodotti da loro utilizzati. Se Mc Luhan diceva ‘Il mezzo è il messaggio’, alcuni direbbero che l’influencer è oggi spesso identificato come un mezzo di commercio e denaro. Secondo altri, invece, il fenomeno oltrepassa i confini di commercio, perchè influisce anche sul proprio senso d’identità e appartenenza.

Così, il desiderio di far riferimento a determinate ‘brands’ o di adeguarsi alle tendenze del momento rispecchia l’esigenza di essere accettati dalla comunità per non essere esclusi.

Questi sono vecchi meccanismi riscontrati gia in passato.  Anche i ricercatori della Columbia University – P. Lazarsfeld e E. Katz – avevano notato un simile fenomeno diffusosi negli anni ’50 e ’60 con la figura degli ‘opinion leaders’ che veicolavano i messaggi lanciati dai mass media sul grande pubblico.

Di certo il contesto era diverso da quello di oggi, ma la dinamica è piuttosto simile. Cosa si fa in questo caso? Demonizzare o eliminare le apps può essere una soluzione per alcuni ma non per tutti. E’ evidente quanto il nostro secolo stia sempre di più fondando le proprie radici nel terreno digitale da cui è difficile scampare. La rivoluzione 4.0 a cui siamo assistendo, ci fornisce armi a doppio taglio – come gli stessi social media – tutto dipende dall’uso che ne si fa, cosi come alcuni intervistati hanno voluto precisare.

Oltre ai dati emersi, il consiglio più comune che si è tratto dall’inchiesta è stato di non demonizzare il fenomeno di massa legato all’uso dei social network e alla tendenza recente di seguire gli influencer, ma di essere consapevoli e critici dei suoi effetti sulla personalità individuale.