Londra (Valeria Piccioni) – Teologo morale, poeta, scrittore e saggista, docente formatore, giornalista, direttore responsabile dell’emittente radiofonica Radio Trasmissioni Modica, componente dell’ATISM, collaboratore di numerose riviste a stampo letterario e teologico: è Domenico Pisana, eclettico protagonista di una Sicilia ancora pregna di quell’ardore artistico che da secoli la caratterizza.

Iscritto all’Albo dei Giornalisti e da sempre appassionato di scrittura, il poeta si è cimentato nella stesura di versi e scritti in prosa fin dai tempi della scuola: dalla poesia alla critica letteraria, dalla teologia all’etica della didattica, dalla storia alla politica. Instancabile e appassionato, in un trentennio la sua attività letteraria ha toccato vari livelli instaurando delle collaborazioni importanti e raggiungendo il podio della vittoria in alcuni concorsi letterari come 3° Premio internazionale Katana per la critica letteraria nel 1988 o la Menzione speciale per il tema sociale conferito dal Centro studi per la ricerca e la documentazione della poesia italiana del 900 “Carlo Capodieci ” a Roma nel 1987.

Un poeta amante della poesia, un saggista e uno storico. Come è iniziata la sua passione per la scrittura?

L’amore per la poesia nasce tra i banchi di scuola: ho frequentato il Liceo “Campailla”, il più antico Liceo Classico della provincia di Ragusa fondato nel 1600 dai Gesuiti. Lì ho avuto la fortuna di essere formato da dei “docenti poeti” che hanno acceso in me l’amore per la poesia e in particolare per i poeti del ‘900. Fin da ragazzino ho sentito di avere la vocazione e la passione per la scrittura e tutto è culminato con la prima raccolta dell’85. Dopo questa iniziale conferma, la strada è stata un crescendo di soddisfazioni.

Prima giornalista, poi direttore, membro dell’ATISM, docente: quale di questi ruoli sente più suo e perché?

La poesia è arte e il poeta l’artista. Egli sa che il suo posto è tra le parole: è lì che sente di essere se stesso. Il poeta è colui che intuisce, percepisce, sente, va oltre, non è guidato, indirizzato da qualcuno, semplicemente, forte della sua ispirazione, cresce e si fa strada da sé. I ruoli che ho rivestito nel corso del tempo sono stati tutti importanti soprattutto dal punto di vista lavorativo, tuttavia il ruolo che sento più mio è quello del poeta, colui che crea la bellezza.

Gesualdo Bufalino, poeta conterraneo e amico, descrisse Modica, la sua città natale, “come un teatro profumato di gelsomino”. In che modo il rapporto con la sua terra, la sua città, ma anche con la natura e i paesaggi tipici siciliani è permeato nelle sue poesie, ad esempio “Notte di San Lorenzo”?

Il rapporto con la mia terra gioca un ruolo molto importante all’interno della mia poetica: nel mio “Canto alla terra degli Iblei” esalto la bellezza di questi luoghi per l’appunto conosciuti come Iblei, conosciuti anche come le terre di Montalbano, credo che anche a Londra sappiate chi sia (ride ndr). Vivo in una terra piena di ricchezze da quelle enogastronomiche a quelle storiche, dal mare ai paesaggi. È una terra che ho calpestato passo dopo passo, che conosco. Quando la propongo all’interno dei miei componimenti voglio in realtà proporre la metafora delle identità e delle radici: qualsiasi lettore, da qualunque parte del mondo provenga, può percepire il richiamo e il bisogno delle proprie radici. Queste ci dicono chi siamo stati, chi siamo, chi saremo: cantare la propria terra è cantare la propria storia. La “Notte di San Lorenzo” ben sintetizza il rapporto con la mia terra; mi sono proposto di “continuare” le radici di Quasimodo, poeta a me molto caro, anch’egli nato a Modica. Lo ricordo ne “Odi alle Dodici Terre”, omaggio ai poeti iblei.

Grande appassionato della poesia italiana 900esca: chi sono gli autori dai quali si lascia ispirare?

I miei punti di riferimento oltre Quasimodo, sono García Lorca, Pablo Neruda, Eugenio Montale al quale mi sono ispirato per la tematica civile, Zanzotto. Con la mia produzione cerco sempre di spingermi oltre, tenendo a mente il loro esempio.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda uomo del mio tempo” scriveva Quasimodo. Alla luce delle ultime vicende riguardanti l’immigrazione, di cui la Sicilia è protagonista, crede nell’immutabilità della natura umana come Quasimodo o ripone delle speranze nel progresso umano?

Ogni uomo custodisce in sé sia il male che il bene. Tutto sta nell’avere una giusta prospettiva delle cose: è quello che cerco di fare nel mio “Tra naufragi e speranza”, cerco di avere uno sguardo sulla contemporaneità. Dal punto di vista tecnologico e scientifico, sembra che l’uomo abbia tutte le possibilità per essere felice; in realtà è un felice infelice. L’uomo contemporaneo è un naufrago, naufraghe sono le sue relazioni, i rapporti che intrattiene, i valori, la nostra stessa Europa vive una dimensione di perdita. Bisognerebbe rifare l’uomo, è questo quello che penso. Scrivo le mie poesie sognando un Secondo Umanesimo, sperando che l’uomo possa un giorno riscoprire la sua umanità e quindi l’altro. L’Altro con la A maiuscola per me è la Fede, una luce che permette di accogliere l’altro con la lettera minuscola che è il nostro prossimo umano.

“Non è tardi per essere folli” è una delle sue poesie: che si intende per follia e quale messaggio vuole lanciare agli uomini del mondo di oggi?

Oggi chi tende a voler cambiare è un folle. Viviamo in un mondo che non fa che pensare ai propri interessi e quando c’è qualcuno che vuole invertire la rotta viene giudicato come un folle. Ma bisogna uscire da certi modi di fare che sono parte di un sistema paralizzato, come per la Mafia ad esempio. Non è tardi per cambiare le cose, ci si deve sempre provare nel micro e nel macro cosmo: bisogna essere folli.

In che modo crede la poesia possa trovare spazio in una terra così diversa dalla Sicilia come la Londra del XXI secolo?

La poesia e tutto ciò che esprime non è un fatto locale: essa aiuta l’uomo a scavare dentro di sé, ha la funzione del minatore che aiuta l’uomo a capirsi, comprendersi. La poesia non è siciliana o londinese, è mondiale perché parla un linguaggio universale. È ovvio che poi, alcune poesie siano caratterizzate da delle loro specificità ma, come dicevo prima, è bello avere alle spalle la propria storia e la propria identità. Forti di questo e del linguaggio poetico, si può sognare di ricostruire l’uomo di questa società liquida, e di avviarsi verso un nuovo Secondo Umanesimo. L’Europa non deve dimenticare le proprie radici: non siamo solo l’Europa delle banche, siamo l’Europa dei popoli, dei valori, della solidarietà e della poesia.

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