Si è aperta la 36esima edizione del Torino Film Festival con il film The Front Runner di Jason Reitman.

Il regista canadese era presente alla serata inaugurale che si è svolta al Cinema Massimo con la madrina Lucia Mascino, Emanuela Martini, direttore artistico e Sergio Toffetti, il presidente del Museo del Cinema.

The Front Runner uscirà in Italia a febbraio con il sottotitolo Il vizio di potere e racconta la storia di Gary Hart e la sua campagna elettorale per la nomination democratica alla Presidenza Usa nel 1988.

Il senatore, interpretato da un convincente Hugh Jackman (che quando si innervosisce ci ricorda un po’ Wolverine) si trova al centro di uno scandalo, un tradimento extraconiugale, che lo convince a ritirare la sua candidatura.
Una storia di 30 anni fa che tanti ricordano, ma un evento importante per il regista perché segna l’inizio di una profonda trasformazione del rapporto tra il pubblico e il privato. Quella della privacy e della vita individuale del personaggio politico è una delle tematiche centrali della pellicola sulla quale il protagonista e il resto della sua troupe, in particolare con Bill Dixon interpretato da un sempre impeccabile J. K. Simmons, discutono molto.

Non ci sono riferimenti espliciti alla situazione attuale americana, ma è comunque un film che affronta tematiche molto attuali, soprattutto il discorso finale di Hart, che ricordano alcune figure politiche dei nostri tempi.

Il regista Jason Reitman ha detto: «Volevo che, con il suo stile, il film domandasse costantemente agli spettatori di decidere cosa fosse più importante guardare. Non si tratta di dire che in politica non dovremmo mai parlare di difetti personali, il punto è un altro. Dovremmo chiederci piuttosto: che cosa stiamo tralasciando quando i difetti personali assorbono tutta l’attenzione? Quali domande non ci stiamo ponendo?»

E in effetti, queste questioni emergono continuamente nei diversi punti di vista che ci mostra lo sguardo della videocamera. La prima scena in questo senso è interessante: l’occhio del regista si muove tra i diversi staff televisivi e giornalistici e la notizia si apprende a spot da giornalista a giornalista. I giornalisti sono presentissimi: si vedono le redazioni e il lavoro del reporter.
Il focus del regista, infatti, non è tanto la storia del tradimento o il rapporto con la moglie, quanto il complicato intreccio tra gossip e credibilità politica, tra giornalisti all’assalto e preparazione di comizi politici.

Dura 113 minuti, ma non pesano. Forse grazie al montaggio, che alterna ritmi alti e momenti di pausa. Un montaggio curatissimo, che diventa via via più serrato nelle scene più intense, magistralmente accompagnato da una musica ritmata.

Un film di cui si sa già il finale, ma consigliato. Per la accuratezza del regista e per il super cast, ma soprattutto perché è un’altra opportunità di guardare la storia per leggere il presente.

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